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Napoli centrale

L’unica ragione, in un libro

 

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”.

Mi è venuto in mente questo scritto di Franco Basaglia appena mi sono immersa ne “L’unica ragione”, il libro di Enza Alfano edito da Homoscrivens che verrà presentato sabato*. La storia, l’ avrete compreso subito ruota intorno alla malattia mentale, e a quanto l’infelicità, la follia che tutti ci portiamo dentro, ma esplode solo in alcuni, possa vincolare un intero tessuto familiare. E’ infatti Enza Alfano racconta la vita di tre donne, Lucia, Ines, Tanina, madre, figlia e nonna segnate dalla depressione della prima. Dai suoi tentativi di suicidio, dal “rompersi” in mille pezzi pur di non accettare la fine della storia con un ragazzo all’università per poi risposarsi con un uomo molto più grande, che approfittandosi della sua condizione economica, mette al mondo Ines. Un romanzo tutto al femminile, ma capace di parlare anche agli uomini, sebbene questi non abbiano ruoli chiave bensì restino satelliti alle scelte di signore fragili ma in grado di colmare i vuoti, oppure carnefici involontari di un destino già scritto.

 

Con mano leggera l’autrice riesce a dispiegare le diverse sfaccettature di queste vite e anche se a volte può diventare prevedibile, accompagna il lettore fino all’ultima pagina tutto di un fiato. E’ sicuramente un romanzo d’amore verso chi è andato troppo lontano senza poter più tornare indietro . In un lasso di tempo che va dal dopoguerra a oggi, mamma e figlia raccontano il loro vissuto emozionale, rappresentando anche la nonna e le sue scelte istintive, spesso catastrofiche, ma coerenti con il personaggio. All’inizio della narrazione si sfoglia subito la mente di Lucia che desidera morire perché vuole “finire come tutte le cose che hanno inizio e non sentire più nessuna pressione o angoscia, non desiderare alcuna felicità, annullarmi in un silenzio disteso e bianco come un lenzuolo”. E’ il giorno in cui ha tentato di lanciarsi dal balcone e la piccola Ines la guarda distesa nel letto chiedendo a se stessa come avrebbe potuto la madre lasciarla, senza nemmeno salutare: “Non ci hai pensato a darmi un ultimo bacio prima di volare dal davanzale? Ho chiesto alla mia bambola il perché. Ma la mia bambola oggi è uguale a te, non sa rispondere”.

Ines non riuscirà mai a lasciarsi indietro la sua infanzia fatta di indifferenze per sopravvivere e di rassegnazioni per crescere. Lucia subirà la terapia dell’elettroshock, che come lei stessa descrive in un passo del romanzo: “Non era una via d’uscita dalla malattia come credeva il dottore, come credeva mia madre, piuttosto un accesso più agevole a un mondo di diseredati. I pazzi, i dannati. Un altro attestato, una certificazione di malattia conclamata. Una nuova e più forte emarginazione”.

Poi c’è Tanina imprigionata in un mondo di regole e protocolli, vittima della sua stessa ipocrisia borghese, ma al tempo stesso roccia e approdo per mamma e figlia. “Una donna particolare. Testarda, insensibile tanto il dolore l’aveva provata. Chi l’avesse guardata solo dall’esterno, senza conoscerla, senza scambiare con lei una parola, se ne sarebbe fatta un’idea completamente diversa per la sua aria frivola, la sua bellezza costruita che la faceva somigliare a una bambola”.

Così nei diversi capitoli si procede a tentoni, si avanti e si torna indietro nel tempo come un’altalena, per cercare di scavare nelle ragioni di chi vuole andarsene e viene trattenuto. Alla fine sono tre donne alla ricerca di sé, forse, senza ritrovarsi mai.

Sono una voce dentro una voce un sonno senza risveglio un’immagine

franta uno specchio bugiardo un’assenza sono senza esistere

o forse esisto solo perché sono c’è troppo buio troppa luce troppa

compagnia in così grande solitudine c’è la stessa paura di quando

sono nata che già soffrivo senza sapere il perché mi sono perduta

questa volta lo sento è per sempre”. L’unica Ragione

*Sala Consiliare della Provincia di Napoli (presso S. Maria La Nova)
intervengono con l’autrice:
Maurizio de Giovanni – scrittore
Armida Parisi – giornalista de “Il Roma”
Guido Pocobelli Ragosta – giornalista Rai
modera Aldo Putignano

VINCENZA ALFANO, scrittrice e insegnante, è nata e risiede a Napoli. Dirige le attività dell’Officina della scrittura Homo Scrivens, laboratorio di scrittura creativa, e si occupa di scouting letterario. Ha vinto numerosi concorsi letterari e ha partecipato a numerosi progetti di scrittura collettiva, fra cui l’Enciclopedia degli scrittori inesistenti 2.0 (Homo Scrivens 2012). I suoi precedenti romanzi, Via da lì (Boopen LED 2009) e Fiction (Photocity Edizioni 2011), hanno avuto ampio riscontro della critica e del pubblico.