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losangelista

L’Ultimo Raga

Ricordo la mia prima visione di Monterey Pop, nei colori sfasati di un vecchio tubo catodico troppo saturo. Fu, da quindicenne, una folgorazione,  piu’ ancora delle proiezioni di Woodstock,  rito di passaggio obbligato nella saletta fumosa del vecchio Farnese. Assistevamo allora ad entrambi i concert movie come se contenessero un segreto codice generazionale da assorbire attraverso infinite repliche. Avevano tutti e due, quello di Scorsese e quello di Pennebaker,  fra i musicisti “passionali” del nostro rock, un convitato gentile e sommesso, che portava una lingua lontana, piena di suggestioni ed un infinito esoterismo. Nelle scale indecifrabili del suo sitar (che pazientemente tentava di spiegare alle platee distratte dei festval)  Ravi Shankar  portava l’India, quel luogo che ammaliava i nostri desideri di viaggio, scoperta, diversita’, un continente altro che sin dai beats si era insediato nella mente della controcultura lanciando centomila spedizioni di dharma bums in moto, macchina e autostop verso est. Ravi Shankar fu per milioni di noi il primo esmissario in carne ed ossa da quel luogo mistico e i raga che emanavano da quella TV color anni ’70 esercitavano un fascino difficile da codificare, forte comunque quanto le urla della stratocaster di Jimi o la melassa nella voce di Otis Redding. Al di la della collaborazione con George Harrison o l’ispirazione fornita a Brian Jones, oltre l’ignoranza con cui inizialmente ricevevamo la sua musica, Ravi Shankar apriva la porta di una percezione attraverso la quale sarebbe passata nei decenni a seguire la globalizzazione della world music. Senza di lui non saremmo, in quella lontana Roma nicoliniana, andati ad ascoltare Salamat Ali Khan alla saletta Borromini ne se per questo Terry Riley, o Philip Glass alla Piramide o Mahavishnu al Palasport e presumibilmente loro non avrebbero suonato quello che suonavano. Prima di Ralph Towner e di Colin Walcott, prima della cooptazione universale di Nusrat Fateh e i mille orientalismi e world-ismi che sarebbero seguiti fino ad oggi, c’era lui, ustad Ravi Shankar, il fido tablista Alla Rakha al suo fianco, il suo virtuosismo e la sua infinita gentile pazienza con noi come quando spiegava dopo l’applauso inziale al concert for Bangladesh: “se vi e’ piaciuto cosi’ tanto sentirci accordare, figuriamoci il concerto”.