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Poltergeist

Lost – Giacchino e la musica in polvere

[Questo articolo contiene molti link esterni: se ne consiglia la visione – o meglio l’ascolto – per una migliore comprensione del tema trattato]

Si dice che quando Beethoven lavorava alla scrittura della Quinta, una delle sue sinfonie dalla gestazione più sofferta, era assillato dalla toccata e fuga in Re minore di Bach il cui tema, allora come ancora oggi, è tra i più conosciuti e amati. Beethoven voleva costruire un tema puro, semplice e indimenticabile ed è riuscito con le sole quattro note d’apertura della sua Quinta a inventare uno dei tre motivi più riconoscibili della storia della musica (il terzo è certamente il tema d’apertura della Nachtmusik mozartiana, fantasma della creatività opportunamente richiamato alla memoria da un amaro Salieri morente all’inizio di Amadeus).

Ognuno di questi tre temi sarebbe oggi la perfetta sigla d’apertura di un telefilm e i compositori cercano tutti quella stessa purezza, quella semplicità che incanta e s’incastra nella memoria eternamente. Mike Post, il compositore che ha segnato trent’anni di televisione creando infinite sigle, tra cui quelle di The A-Team, Chips, Hill Street Blues, Magnum P.I., L.A. Law, Quantum LeapNYPD Blue (dal tema memorabile), ha sempre cercato le “note pure” fino a trovarle nelle due di apertura della sigla di Law and Order, il telefilm dal tema più riconoscibile al mondo. Con l’arrivo in televisione di Danny Elfman, il fedele collaboratore di Tim Burton, i temi si sono fatti musicalmente più complessi, grazie alla passione per l’orchestrazione del compositore che ha creato le sigle dei Simpsons e di Desperate Housewives. La rivoluzione musicale però, quella che ha introdotto la figura del musicista televisivo come collaboratore artistico allo sviluppo delle serie, è dovuta a Michael Giacchino, il compositore considerato da J.J. Abrams un coautore di Lost. La differenza tra “il Giacchino”, come viene indicata nella sceneggiatura la presenza della colonna sonora – quasi fosse un personaggio – e una qualsiasi altra colonna sonora televisiva sta proprio nella sua qualità di interlocutore con la storia. Non è possibile canticchiare la sigla di Lost (che tra l’altro manca di una vera e propria sigla presentando, ad accompagnamento del solo titolo nero su bianco un jingle dall’aria minimalista composto da Abrams stesso), né è possibile isolare le due, tre o quattro note che rappresentino la serie – non c’è in Lost un tratto distintivo musicale separabile dalle immagini perché la sua musica è tutt’uno con la storia. Abrams ha una volta detto che se Giacchino trova delle difficoltà a musicare delle scene questo costringe gli autori a pensare che ci deve essere qualcosa che non va nelle scene stesse.

La colonna sonora fa un uso post-wagneriano del leitmotiv per contraddistinguere ogni personaggio con quello che Giacchino chiama il “tema” del personaggio, e questa pratica, introdotta da Max Steiner in Via col vento è stata usata spesso nel cinema (il nostro Nicola Piovani ne ha fatto largo uso) – mai in televisione. Giacchino vede in Lost più un dramma musicale, un’opera lirica, che un telefilm (la chiama “un’opera psicotica”, forse per scherzare sulle caratteristiche sovrannaturali/mitologiche della trama che hanno a volte portato i personaggi a comportamenti che nel mondo della terraferma considereremmo semplicemente psicologicamente deviato) e le sue orchestrazioni si arricchiscono di accordi e variazioni sul tema a ogni trasformazione rocambolesca dei protagonisti della storia.

Durante la composizione della musica per l’episodio “Sundown” della sesta stagione il grande critico musicale Alex Ross è andato a intervistare Giacchino per un articolo del New Yorker, ma la parte più notevole del pezzo non è quella in cui Ross traccia il ritratto del giovane musicista vincitore del premio Oscar per la colonna sonora del film Up della Disney, piuttosto quella in cui è descritto i tre giorni di lavoro che ci vogliono per comporre, orchestrare, dirigere l’orchestra e missare il sonoro di una puntata. Il compositore rivela a Ross di sentire il peso di dover comporre in tempi strettissimi ma sostiene anche di trovare dei lati positivi in questo “non arrovellarsi ossessivamente su ogni cosa” e cita la frenesia lavorativa di Mozart per spiegare questo piccolo “miracolo”, che a volte sembra più fatto d’intuizione e di familiarità con i collaboratori che di vera ispirazione. Produrre un telefilm vuol dire scrivere, girare e montare un episodio a settimana circa e non c’è tempo per ripensamenti drastici. Giacchino ritocca le sue composizioni dopo averne completato la stesura – normalmente durante una giornata di lavoro – ma non fa mai grandi cambiamenti. A volte, durante la registrazione, aggiunge o toglie qualcosina ma quella che lui chiama la “magia” della composizione che viene da un tale breve tempo di lavoro dipende molto più da scariche di adrenalina che da vero e propria sudorazione baudelairiana. La pazienza non è una dote dei teledipendenti e non è quindi un requisito necessario per produrre telefilm: in generale gli episodi che arrivano sugli schermi sono frutto di esaltazione momentanea tra autori che si emozionano brevemente di fronte a un’idea e che si affrettano a narrarla, presi dalla paura di perdere l’energia che serve a ritrarre l’energia stessa. Una serie come Lost in particolare, mandata in onda più per scommessa che per pianificazione fiduciosa della ABC, ha sofferto del successo inaspettato e le stagioni si sono succedute in un accavallarsi di sorprese, tempeste emotive e assalti d’ingegno. Il risultato è stato a volte straordinario e questo non solo grazie alla bravura ma precisamente alla natura creativa degli autori, artisti, come Michael Giacchino, assetati di adrenalina.

Alex Ross non ha veramente espresso un giudizio sulla musica di Giacchino nel suo articolo stranamente parco di aggettivi, ma non fa mistero dell’ammirazione, forse a volte un po’ costernata, di fronte a una tale organizzata estemporaneità. L’episodio Sundown è oggi considerato tra i meglio musicati dell’intera serie e una sua porzione in particolare, il momento di sospensione nel finale, è un piccolo capolavoro di efficacia musicale. Forse, sì, è davvero un piccolo miracolo.

Voto B+

  • http://www.fulminiesaette.it venises

    Post veramente di grande qualità ed interesse.
    Quanto tempo e quanto impegno ci vogliono, invece, per scrivere un brano così ‘breve’, lucido, incisivo ?

  • nefeli

    Come diceva Whistler, l’esperienza di una vita. La mia, per ora, si ferma qui. Grazie di esser passato anche da questa strada della mia vita.