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Poltergeist

Lost e Heroes – Alla ricerca del tempo che sarà

Lost e Heroes sono state una grande sorpresa e un enorme successo negli anni ’00: ambientate l’una nel mondo utopico di un’isola fuori dalle mappe geografiche, l’altra nel mondo immaginario di un fumetto che precorre i tempi, hanno spiazzato autori e produttori che si sono trovati di fronte a una massa di pubblico inaspettata.

Sono nati come telefilm “di prova” cioè come serie che un network accetta di produrre in poche puntate durante una stagione televisiva di scarso pubblico. Gli autori di Lost, proprio perché pensavano che il telefilm non sarebbe durato, hanno avuto una grande libertà e si sono sbizzarriti a introdurre elementi magici, poteri occulti e atti divini in una trama altrimenti concepita come la versione seria di Fantasy Island. Ora Lost sta seguendo la parabola di Heroes e, di fronte a un pubblico che ha perso interesse per il passato dei personaggi, sta incorporando nelle puntate vicende che accadranno nel futuro.

La prima serie, dunque, è piena di sorprese ed è eccezionalmente spregiudicata nel mescolare realismo e immaginazione ed ha avuto così rapido e strepitoso che la ABC ne ha comprato un’intera nuova serie a scatola chiusa. Gli autori delle due serie non avevano la più pallida idea di quale seguito dare alla serie e si sono messi a scavare nel passato dei singoli personaggi. A questo punto entrambe le serie si sono proiettate nel futuro, determinando un modo tutto nuovo di fare televisione. Lost, dunque, ha cominciato a inserire nella trama i “flash forward” delle vicende e nel corso di ogni puntata della quinta serie, invece di scoprire qualcosa del passato di un personaggio – cosa che permetteva un approfondimento psicologico – si scopre qualcosa del suo futuro, qualcosa che non ha niente a che fare con la psicologia, ma con lo svilupparsi della trama. Anche in Heroes le versioni future dei personaggi vengono a contaminare il presente rivelando il “vero” carattere di un personaggio che vive ancora all’oscuro di quelle che sono le sue potenzialità. Gli inserti di vicende future in Lost sono misteriose quanto quelle del presente nella prima serie – sono aperture dal taglio molto breve che lasciano il desiderio di capire come si sia arrivati a tali estremi. Lo spettatore deve accettare la sfida degli autori per poter coprire i buchi temporali immaginando come si svolgeranno i fatti fino ad arrivare al futuro rivelato. In altre parole, Lost ha capovolto l’attenzione della serie dalla descrizione dei personaggi allo svolgimento della storia, come se essa fosse una vicenda scollata da ogni rapporto classico, quello del passato-presente come causa-effetto, ed esprimesse invece il rapporto presente-futuro. Questa tecnica, utilizzata più volte in letteratura, è estranea alla televisione che ha operato una delle maggiori rivoluzioni narrative per ovviare a un problema produttivo: la caduta verticale dell’indice di gradimento. Gli autori hanno deciso di non semplificare la trama ma di complicarla, mettendo alla prova l’audience americana che, ormai educata da decenni di innovazioni, ha premiato un tale straordinario esperimento.

Come molti aficionados sapranno già, il nuovo tempo di Lost si è spostato in avanti e indietro nella quinta stagione, contro le leggi della credenza comune, ancora indietro rispetto alle scoperte della fisica quantistica. Il volto che diamo alla fisica è quello dell’uomo spettinato che fa la linguaccia, lo scienziato che mostrava attraverso la  scienza, come Picasso fece con l’arte, l’aspetto giocoso, irriverente – e per questo forse più veritiero – della cultura occidentale. Il tempo e lo spazio sono inestricabilmente collegati, perché Il tempo non è più una conica e noi, worm holes permettendo, potremmo scorazzare avanti e indietro nella nostra vita a piacimento. I personaggi di Lost non si sono persi solo nel senso geografico del termine, ma anche in quello storico. La rottura dell’incantesimo che teneva l’isola in un limbo a-temporale, provoca smottamenti e frane (rappresentate anche concretamente nella serie) di ciò che conosciamo degli eventi storici così come vorremmo che siano registrati dalla Storia. Passati attraverso Max Planck per arrivare al più divulgativo J.J. Abrahams, il creatore di Lost, ci troviamo in una realtà in cui i protagonisti non chiedono più “chi siamo” ma “quando siamo”. Corrado Guzzanti ha scherzato, chissà se involontariamente, su questa idea di tempo con il “quando stiamo andando” del santone adoratore della divinità Quelo e forse il pubblico figlio della rivoluzione divulgativa del Web cerca la risposta alle più profonde questioni dell’universo in televisione. Ma a che serve cercare la verità in un telefilm se la risposta è sempre dentro di noi ed è immancabilmente sbagliata?