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Antiviolenza

L’Onu dice che il femminicidio esiste

Quando si dice che l’ignoranza è una brutta bestia ci viene da ridere, ma quanto dobbiamo rivendicare il fatto che essere ammazzate come donne, e quindi essere vittime riconosciute di femminicidio, o quando qualcuno ci dice che se una donna rimane incinta dopo uno stupro deve essere stato il volere di Dio, ci potrebbe anche scappare un urlaccio. Ma con una differenza: che mentre allo sfondone del candidato senatore dell’Indiana (Usa), Richard Mourdock, che giorni fa si è detto contrario all’aborto anche dopo uno stupro perché sarebbe “voluto da Dio”, ha risposto direttamente Barak Obama dicendo che “Le donne sono perfettamente in grado di prendere questo tipo di decisioni, e gli uomini politici non hanno il diritto di interferire”; qui da noi non solo nessuno ribatte a chi nega il femminicidio, ma anzi (non so se con verifica del direttore o meno) ciò viene pubblicato da giornali che ritengono così di dare voce a un pluralismo che però è privo di notizie reali, e in più lo fa fare in una rubrica dedicata alle donne.

Negli Usa, in questa campagna elettorale che vede il corpo delle donne come campo di battaglia privilegiato del Gop (le elezioni presidenziali si svolgono il 6 novembre) e dove la follia rasenta il ridicolo, si è dibattuto sullo “stupro legittimo” grazie al repubblicano Todd Akin –  vicino a Paul Ryan –  il quale ha avuto la faccia tosta di dire che se una donna viene veramente stuprata secerne un liquido che uccide gli spermatozoi e che quindi, se è un vero stupro, lei non può rimanere incinta: una teoria non nuova ai repubblicani ma sostenuta già nel 1988 dal senatore della Pennsylvania, Stephen Freind, che asseriva che le donne raramente rimangono incinta da uno stupro, perché gli “attacchi violenti” causano una “infertilità temporanea” e quindi la probabilità di rimanere incinta in questi casi è di “uno su milioni e milioni e milioni”.

Negli Usa, e precisamente in Ohio, il senatore repubblicano Josh Mandel ha chiesto di vietare l’aborto se viene anche solo captato il battito cardiaco del feto, mentre il repubblicano Bobby Franklin ha chiesto che le vittime di stupro siano definite non “vittime” ma “accusatrici”. A tutto ciò Barak Obama ha avuto il coraggio di rispondere con fermezza e senza mezze parole, dichiarando pubblicamente dove sta e cosa pensa, e qui invece che fanno gli uomini che hanno responsabilità di diverso tipo?

Stanno in silenzio, troppo in silenzio, soprattutto di fronte ad affermazioni che possono essere molto pericolose, oltre che inquietanti.

Mentre è ancora vivo nel pensiero la morte di Carmela, una ragazza di 17 anni, che è morta cercando di salvare la sorella dalle coltellate del suo ex fidanzato, l’altro giorno a Trecastagni (Catania), un uomo ha lanciato l’asciugacapelli – ancora attaccato alla corrente – nella vasca piena d’acqua mentre la partner faceva il bagno, per poi cospargerla di alcol cercando di darle fuoco con un accendino.

In Italia l’80% della violenza si consuma all’interno di relazioni intime, mentre il 70% dei femmincidi avvengono in un contesto in cui servizi o forze dell’ordine sono già stati preavvertiti del rischio – come è successo nel caso di Lucia, sorella di Carmela, che aveva in qualche modo chiesto aiuto ai carabinieri. Questi dati, presenti nel rapporto della Special Rapporteur dell’Onu venuta in Italia quest’anno per verificare lo stato del nostro Paese in materia di violenza sulle donne, sono stati elaborati e aggregati grazie allo sforzo delle associazioni che lavorano sul territorio nazionale contro la violenza maschile sulle donne, perché i dati ufficiali sulla materia in Italia sono fermi alla indagine Istat del 2006. E come per la violenza anche per gli omicidi con movente di genere, il trend in rialzo è dato dagli studi e la pazienza di alcuni centri antiviolenza che hanno cominciato a un certo punto a contare i femminicidi perché, in assenza di dati ufficiali, si rendevano conto – lavorandoci in maniera costante – che il fenomeno era grave e urgente da affrontare.

Sul femminicidio quindi si pongono due chiarimenti per chi le cose non le sa: il primo, è la questione dei dati, la seconda è sul perché si chiamano femminicidi.

Sui dati in Italia non c’è un osservatorio nazionale ufficiale sui femminicidi come in Francia e in Spagna, in quanto il ministero non è in grado (anche se è cosa semplice) di elaborare dati in maniera differenziata, ma l’urgenza ha messo a lavoro organizzazioni che lavorano sulla violenza che hanno cominciato pazientemente a contare (Casa delle donne di Bologna) estraendo dalla stampa di questi ultimi anni (dal 2006) le donne uccise per motivi di genere facendo una meticolosa ricerca da cui è emerso che il numero aumentava di anno in anno. Il dato quindi pur non essendo ufficiale, è reale: perché sono morti vere a fronte poi di un sommerso che sicuramente è più grande. Quindi, in base a ciò, se è vero che, come sostengono i dati del ministero degli interni, gli omicidi nel complesso in Italia sono diminuiti, in questo numero minore di morti, quelli che possono essere classificati come femminicidi hanno un trend in aumento. Quindi nell’attesa che escano fuori i dati sulla violenza che la ministra Fornero ha promesso con una nuova indagine Istat, e nella speranza che anche in Italia sia istituito un osservatorio nazionale sul femminicidio, noi le morte ammazzate ce le contiamo, e non è una cosa fuori luogo dato che la stessa  Special Rapporteur dell’Onu ha usufruito, nel suo soggiorno in Italia, dei dati delle organizzazioni che lavorano sulla violenza che hanno molto più chiara delle istituzioni la situazione su questo problema.

Per quanto invece riguarda l’Onu – che non è un organo schizofrenico che dà i numeri e poi fa il primo rapporto tematico sul femmincidio – riporto quanto segue.

Il 25 Giugno alle Nazioni Unite di Ginevra, nel corso della, Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto alla violenza sulle donne, ha presentato in quella sede il “Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere” e il “Rapporto sulla violenza esito della sua missione in Italia dello scorso Gennaio”, e da lì sono anche uscite le “Raccomandazioni al governo italiano” in cui si pone l’accento sulla raccolta dati anche in rapporto alle associazioni che già fanno questo lavoro:

D. Statistiche e raccolta dei dati

97. Infine, il Governo dovrebbe:

(a) Rafforzare, anche attraverso lo stanziamento di fondi consistenti, la capacità dell’ISTAT al fine di istituire un sistema di regolare raccolta e analisi dei dati, attraverso parametri standardizzati, disaggregandoli in base alle caratteristiche più rilevanti al fine di capire l’entità, le tendenze e le manifestazioni della violenza sulle donne;

(b) Assicurare che nella raccolta di tali informazioni, l’ISTAT collabori regolarmente con le istituzioni e organizzazioni che già lavorano alla raccolta dei dati sulla violenza contro le donne – tra cui le forze dell’ordine, i tribunali e la società civile. L’obiettivo finale dovrebbe essere l’armonizzazione delle linee guida per la raccolta dati e l’uso di tali informazioni in modo efficace da parte di attori istituzionali e non.

Per quanto invece riguarda il “Rapporto tematico annuale sugli omicidi basati sul genere”:

CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI

SIDE EVENT

ITALIA – VIOLENZA CONTRO LE DONNE – FEMICIDIO – RISOLUZIONE

UNSC 1325

25 Giugno, 2012

15:00 – 17:00

Palais des Nations – Aula XXI

Dichiarazione di Rashida Manjoo

“Care colleghe e amiche,

Innanzitutto vorrei ringraziare l’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici, la rete italiana dei centri antiviolenza (DIRE), la Fondazione Pangea, Women’s UN Report Network e tutti gli altri sponsor, per avermi invitato ad aprire questo panel sulla violenza nei confronti delle donne e il femicidio in Italia. Questo evento è quanto mai appropriato dal momento che quest’anno ho condotto la prima missione paese ufficiale del mandato in Italia e ho dedicato il mio rapporto tematico alla questione degli omicidi delle donne basati sul genere.

Il rapporto tematico affronta gli omicidi di donne, sia quelli che avvengono in famiglia che nella comunità, quelli perpetrati o condonati dallo Stato. A livello mondiale, l’incidenza delle diverse manifestazioni di tale violenza è in aumento, con termini quali femicidio, feminicidio, delitti d’onore, delitti passionali ecc. usati per definire questi atti. Il mio rapporto sostiene che la mancanza di responsabilità e trasparenza per questi crimini rappresenta la norma.

Più che una nuova forma di violenza, gli omicidi di genere sono la conseguenza estrema di altre forme di violenza nei confronti delle donne. Tali omicidi non sono incidenti isolati, che avvengono improvvisamente e inaspettatamente, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine ad una serie di violenze continuative nel tempo.

Il rapporto sulla mia missione in Italia analizza questa serie continuativa di violenze. La violenza domestica, la forma più estesa di violenza, continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum di violenza all’interno delle mura domestiche riflette un crescente numero di vittime di femicidio da parte di partner, mariti, o ex-fidanzati. Purtroppo, la maggior parte delle manifestazioni di violenza non viene denunciata perché le vittime vivono in un contesto culturale maschilista dove la violenza domestica non sempre è percepita come un crimine; dove le vittime in gran parte dipendono economicamente da chi è responsabile della violenza; e dove persiste ancora la percezione che la risposta dello stato non è appropriata o utile. La questione della risposta dello Stato alla violenza nei confronti delle donne è sottolineata anche nel mio rapporto tematico, che analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale negli omicidi di genere, che sono causati da atti o omissioni dello Stato. La violenza istituzionale nei confronti delle donne e delle loro famiglie può includere: la tolleranza, la colpevolizzazione delle vittime, le difficoltà di accesso alla giustizia, l’efficacia dei rimedi, le minacce, la negligenza, la corruzione, gli abusi da parte dei pubblici ufficiali. In questo contesto femicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle istituzioni pubbliche – data l’inefficacia delle politiche di prevenzione, protezione e tutela della vita delle donne che hanno subito molteplici forme di violenza nel corso della loro vita.

Il mio rapporto tematico del 2012 fornisce un quadro generale, a livello mondiale, delle tendenze e delle forme di omicidio di genere nei confronti delle donne, che stanno raggiungendo proporzioni allarmanti. Queste comprendono: gli omicidi di donne accusate di stregoneria, i delitti di donne e ragazze in nome dell’onore, gli omicidi in situazioni di conflitto armato; le uccisioni di donne indigene; le forme estreme di omicidi violenti di donne, come quelli legati alle bande criminali, alla criminalità organizzata, ai traffici di droga, alla tratta di esseri umani, i crimini legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere e ogni altra forma di violenza sulle donne, tra cui gli infanticidi femminili.

Nel caso specifico dell’Italia, secondo le statistiche che ho ricevuto durante la mia visita nel paese, mentre il numero di omicidi di uomini su uomini è diminuito dall’inizio del 1990, il numero di donne uccise dagli uomini è aumentato. Un rapporto sul femicidio basato sulle informazioni raccolte dai media indica che nel 2010, 127 donne sono state uccise dagli uomini. Nel 54% dei casi, il responsabile era un partner o ex-partner e solo nel 4% dei casi l’aggressore era uno sconosciuto. Il 70% di tutti i casi di femicidio ha riguardato donne italiane e nel 76% dei casi anche gli aggressori erano italiani, al contrario di quanto si crede comunemente, che tali crimini siano commessi da stranieri, un luogo comune generalmente rafforzato dai media.

In tutto il mondo, le manifestazioni di omicidi di genere contro le donne sono incorporate nel contesto culturale e sociale e continuano ad essere accettate, tollerate o giustificate – e l’impunità è la regola. La responsabilità dello stato di agire con la dovuta diligenza per la promozione e la tutela dei diritti delle donne è scarsa. Alcun passi intrapresi dagli Stati per rispettare l’obbligo della dovuta diligenza nel prevenire la violenza nei confronti delle donne comprendono l’adozione di una legislazione specifica, lo sviluppo di campagne di sensibilizzazione e la previsione di corsi di formazione per gruppi di professionisti, inclusa la polizia, le procure e i membri della giustizia. Alcuni Stati hanno adottato Piani d’Azione Nazionali sulla violenza nei confronti delle donne nello sforzo di coordinare le attività tra e all’interno delle agenzie governative e di avere un approccio multi-settoriale alla prevenzione della violenza.

Nel caso dell’Italia, sono stati fatti sforzi da parte del governo attraverso l’adozione di leggi e politiche, compreso il Piano d’Azione Nazionale contro la violenza, e l’istituzione e la fusione di organismi governativi responsabili della promozione e protezione dei diritti delle donne. Tuttavia, questi risultati non hanno portato a una riduzione del numero di femicidi o non si sono tradotti in miglioramenti reali nella vita di molte donne e ragazze. Dal momento che il femicidio in molti casi è il culmine di una serie di abusi commessi contro le donne da mariti e partner, l’accesso alla giustizia è fondamentale per rompere questa spirale di violenza. Inoltre ho appreso che in Italia restano ancora diversi ostacoli per quanto riguarda i rimedi relativi a casi di violenza domestica. Per esempio, sono stata informata di casi di violenza domestica portati alle corti non perseguibili perché caduti in prescrizione, a causa dei lunghi ritardi nella chiusura dei casi.

É chiaro che mentre gli Stati hanno avviato vari programmi di prevenzione, ci sono molte lacune in questo lavoro. Bisogna accentuare l’approccio olistico nel prevenire gli omicidi di genere in tutte le misure adottate dagli Stati per indagare e sanzionare la violenza, in particolare nell’elaborare, implementare e valutare la legislazione, le politiche e i piani nazionali d’azione.

Il mio rapporto tematico conclude ricordando come i sistemi regionali e internazionali di diritti umani hanno interpretato l’obbligo di dovuta diligenza degli Stati nei casi che riguardano gli omicidi di genere. La violenza nei confronti delle donne è stata affermata in molti strumenti per i diritti umani e dagli organismi per i diritti umani come una violazione dei diritti e delle libertà fondamentali delle donne. Gli omicidi di donne costituiscono una violazione tra le altre del diritto alla vita, all’eguaglianza, alla dignità, alla non discriminazione e il diritto a non essere sottoposto a tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumane o umilianti.

Gli Stati hanno quindi l’obbligo di prevenire, investigare e punier tutti i casi di omicidi di genere contro le donne, così come di garantire la riparazione alle vittime e alle loro famiglie.

Vi ringrazio per l’attenzione e vi auguro un dibattito proficuo per il panel di oggi”.