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L'urto del pensiero

L’onanismo, fase suprema della società dello spettacolo. Replica a Diego Fusaro

Onanismo

Le reazioni isteriche dei narcisismi offesi non mi hanno mai appassionato.

Considero più importante, e più utile, l’oggetto di una discussione che non le biografie (con tanto di eventuali psicopatologie annesse) degli individui che decidono di affrontarlo.

Per questo non scenderò sul terreno (in)offensivo prediletto da un Diego Fusaro evidentemente piccato e a corto di argomenti.

Chi, come lui, inizia uno scritto dicendo che «le critiche sono sempre ben accette», salvo poi apostrofare l’interlocutore in vari modi, accusandolo lungo tutto il suo argomentare di stare «starnazzando» (lo ha fatto anche, pari pari, con coloro che lo hanno criticato sulla rivista online «Scenari» dell’editore Mimesis), deve suscitare, in una persona savia e di buona volontà, il massimo rispetto e la pazienza che sono dovuti a un caso di umana fragilità.

Per cui soprassiedo e lascio ai lettori decidere i metodi comunicativi usati da me in questo blog (http://ilmanifesto.it/storia/destra-e-sinistra-attualita-di-una-distinzione-al-di-la-dei-nuovi-mostri-come-renzi-e-fusaro/), e poi da Fusaro nella sua replica (http://www.lintellettualedissidente.it/corsivi/risposta-a-paolo-ercolani-su-marx-e-il-superamento-della-dicotomia-destra-sinistra/).

Non mi perdo in chiacchiere e vengo al nocciolo della questione. Fusaro ha da poco mandato in libreria, edito da Bompiani, un libro dal titolo eloquente e persino entusiasmante: «Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione».

A seguito di ciò, scrivo un articolo più che argomentato, su questo blog, per criticare i presupposti teorici e le tesi dell’autore, e questi per tutta (non) risposta mi accusa di non aver letto il libro.

Ora, rinfrancato dal fatto certo che, almeno, il libro in questione non l’ho scritto, riproduco le mie critiche principali in forma sintetica e a mo’ di domanda netta. L’auspicio è che Fusaro sia in grado di rispondere citando in quali pagine del suo libro si trova una risposta e, possibilmente, in cosa essa consiste, altrimenti siamo qui a discutere sul nulla:

1) Fusaro teorizza il superamento della dicotomia destra/sinistra. Bene, visto il sottotitolo del suo libro («filosofia dell’azione»), può egli dirci in cosa consiste la necessaria pars construens, quella degli eventuali soggetti agenti con cui sostituire le due categorie vetuste? O dobbiamo pensare che Fusaro voglia eliminare l’azione politica tout court?! In quali pagine, per esempio, l’autore risponde alla domanda su chi dovrebbero essere i soggetti concreti che si uniscono e organizzano (chi sono, se ci sono, i soggetti rivoluzionari che dovrebbero mobilitarsi)? E questi devono fare un partito politico? Un movimento? Qualcosa di altro? Su che basi ideologiche e con quali obiettivi concreti che non siano la generica «emancipazione dell’umanità tutta»?

2) Fusaro si scaglia contro il capitalismo, e fin qui siamo d’accordo. Dopodiché, da una «filosofia dell’azione» ti aspetti che l’autore, operata un’analisi oggettiva dei rapporti di forza e delle contraddizioni sociali del momento storico, arrivi infine a indicare quale modello alternativo di produzione economica e di struttura sociale prevede, o promuove, allo scopo di realizzare delle società più giuste e ispirate al principio dell’uguaglianza (principio che, per inciso, il suddetto Fusaro ritiene superato). Insomma, da una parte non si capisce bene chi si deve mobilitare, organizzare e «agire» per distruggere questo capitalismo, e dall’altra non si capisce il nuovo tipo di organizzazione sociale con cui Fusaro pensa di sostituire il capitalismo stesso. In quali pagine del suo libro si trovano le risposte a tali quesiti? E quali sono queste risposte?

3) Fusaro è noto, fra le altre cose, per la sua idea netta, e fissa, di far uscire l’Italia dall’euro. Nessuno nega le contraddizioni e i drammi provocati da un’unificazione europea incompleta e sbilanciata, ma, ancora una volta, uscire dall’euro per fare cosa? Eventualmente con chi, con quali altre nazioni? Come può sopravvivere la nostra povera Italietta, indebitata fino al collo, con una classe dirigente mediamente corrotta e incapace, da sola nel mondo grande e complesso della globalizzazione? A Fusaro che sostiene (giustamente) che nella nostra epoca il guaio è che l’economia sovrasta e annichilisce la politica, non viene il dubbio che la sua proposta è proprio di stampo economicistico? Cioè, siccome l’Europa per ora ci ha impoverito (economicamente), decido di non impegnarmi politicamente per riformarla, migliorarla, renderla più unità ed equanime per esempio potenziando anche l’unificazione politica, che come sappiamo è stata pressoché assente rispetto a quella economica. No, a Fusaro il dubbio non viene e ci racconta che dobbiamo limitarci a uscire dall’euro. Bene, per fare cosa? Con chi? Con quali ragionevoli speranze di far sopravvivere la nostra economia in un mondo dominato da multinazionali e colossi con centinaia di milioni di abitanti?

4) Ultima, ma non per importanza, la questione della società dello spettacolo. Fusaro la denuncia a ogni pie’ sospinto, scagliandosi contro i principali media colpevoli di propagandare il pensiero unico mercatista e capitalista. Ma è lo stesso Fusaro che vediamo campeggiare quasi tutti i giorni su questi media? Lo stesso che va a «Uno mattina», da Marzullo e Dio solo sa in quanti altri consessi «obiettivamente» rivoluzionari di tal fatta? Sì, pare sia lo stesso. Lo stesso che non si fa scrupolo a farsi ospitare da «La Gabbia» (su La7), presentato come «il filosofo dagli occhi azzurri che conquista le donne con le citazioni». Ora, soprassediamo su quale tipo di credibilità, con conseguente terrore indotto, uno che si fa presentare così possa suscitare presso i poteri forti della finanza e del capitalismo internazionale. Invece non soprassediamo sull’«azione», ancora una volta: in cosa dovrebbe consistere questa azione, stavolta nei confronti del sistema mediatico asservito al capitalismo? Tutti via dalle televisioni tranne lo stesso Fusaro, che a quel punto ci farà anche le previsioni del tempo (anzi, lo stabilirà proprio, accusando Dio di starnazzare quando manda la pioggia) e con la parrucca impersonerà una Littizzetto ancora più petulante da Fabio Fazio?! Dov’è il progetto serio, concreto, realistico di azione collettiva o sociale contro un sistema mediatico ritenuto al servizio del capitalismo? Ancora una volta, dov’è questa azione e in cosa consiste? La coerenza è un optional oppure, come Fusaro sa bene, la società dello spettacolo ospita volentieri i suoi stessi oppositori, perché così risultano innocui?

«I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo, mentre adesso è ora di cambiarlo», scriveva il Marx delle Tesi su Feuerbach. Ecco, da un filosofo che sostiene di ispirarsi a Hegel, poi a Marx e quindi a Gramsci ci aspetteremmo delle indicazioni più specifiche e concrete, tanto più in un libro impegnativamente sottotitolato «filosofia dell’azione».

Ma forse dovrebbe far riflettere, stavolta non Fusaro bensì i suoi lettori, il fatto che egli dichiari di ispirarsi anche a Gentile, probabilmente in un empito di mania ibridante (e anche qui Fusaro si è guardato bene dal rispondere, ma il binomio Gramsci/Gentile per proporre una filosofia dell’azione è quantomeno ridicolo).

Sì dai, Gentile, quel pensatore notoriamente rivoluzionario, schierato contro i poteri forti e per il quale tutti i conflitti erano destinati a risolversi all’interno del pensiero stesso (e per questo notoriamente stimato e amato da Gramsci lungo tutti i Quaderni). Forse è qui che Fusaro ha ritenuto di individuare la sua «azione» concreta e foriera di risultati straordinari per l’umanità. Dentro al pensiero. Ovviamente il suo. Insomma, un caso evidente di «onanismo filosofico»…

Ps Fusaro si è anche piccato perché l’ho accostato Renzi, altro prodotto di un’epoca in cui vince chi la spara più grossa (salvo non preoccuparsi di realizzare quello si è promesso). Da queste parti Renzi non lo amiamo alla follia, ma almeno lui in qualche modo è costretto a darsi da fare per l’Italia, su un piano concreto e sulla pelle di tutti gli italiani. L’eventuale filosofo che le spara grosse anche lui, senza preoccuparsi di fornire indicazioni concrete e oggettive, beh, dovremmo considerarlo un elemento inutile e di cui fare pacificamente a meno. A priori. Quando milioni di persone soffrono per il proprio sostentamento, e per la dignità messi a forte rischio da un sistema economico che non funziona più, teorizzare una «filosofia dell’azione in assenza di azione» si rivela un’operazione intellettualmente errata ed irresponsabile, oltre che eticamente disdicevole. Da questo punto di vista, e con tutti i distinguo e le proporzioni del caso, il nostro Presidente del consiglio e il filosofo del San Raffaele si rivelano due prodotti dell’«indistinto», in cui la fine delle grandi narrazioni (di cui la sinistra tradizionale porta sulle spalle una responsabilità enorme) ha lasciato campo libero alla confusione ideale e all’inazione, questa sì, utile soltanto al monopolio della teologia liberista. In altri contesti, e con un linguaggio meno appropriato, si potrebbe chiamarlo «cazzeggio pro domo sua»…