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L'urto del pensiero

L’onanismo, fase suprema della società dello spettacolo. Replica a Diego Fusaro

Onanismo

Le reazioni isteriche dei narcisismi offesi non mi hanno mai appassionato.

Considero più importante, e più utile, l’oggetto di una discussione che non le biografie (con tanto di eventuali psicopatologie annesse) degli individui che decidono di affrontarlo.

Per questo non scenderò sul terreno (in)offensivo prediletto da un Diego Fusaro evidentemente piccato e a corto di argomenti.

Chi, come lui, inizia uno scritto dicendo che «le critiche sono sempre ben accette», salvo poi apostrofare l’interlocutore in vari modi, accusandolo lungo tutto il suo argomentare di stare «starnazzando» (lo ha fatto anche, pari pari, con coloro che lo hanno criticato sulla rivista online «Scenari» dell’editore Mimesis), deve suscitare, in una persona savia e di buona volontà, il massimo rispetto e la pazienza che sono dovuti a un caso di umana fragilità.

Per cui soprassiedo e lascio ai lettori decidere i metodi comunicativi usati da me in questo blog (http://ilmanifesto.it/storia/destra-e-sinistra-attualita-di-una-distinzione-al-di-la-dei-nuovi-mostri-come-renzi-e-fusaro/), e poi da Fusaro nella sua replica (http://www.lintellettualedissidente.it/corsivi/risposta-a-paolo-ercolani-su-marx-e-il-superamento-della-dicotomia-destra-sinistra/).

Non mi perdo in chiacchiere e vengo al nocciolo della questione. Fusaro ha da poco mandato in libreria, edito da Bompiani, un libro dal titolo eloquente e persino entusiasmante: «Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione».

A seguito di ciò, scrivo un articolo più che argomentato, su questo blog, per criticare i presupposti teorici e le tesi dell’autore, e questi per tutta (non) risposta mi accusa di non aver letto il libro.

Ora, rinfrancato dal fatto certo che, almeno, il libro in questione non l’ho scritto, riproduco le mie critiche principali in forma sintetica e a mo’ di domanda netta. L’auspicio è che Fusaro sia in grado di rispondere citando in quali pagine del suo libro si trova una risposta e, possibilmente, in cosa essa consiste, altrimenti siamo qui a discutere sul nulla:

1) Fusaro teorizza il superamento della dicotomia destra/sinistra. Bene, visto il sottotitolo del suo libro («filosofia dell’azione»), può egli dirci in cosa consiste la necessaria pars construens, quella degli eventuali soggetti agenti con cui sostituire le due categorie vetuste? O dobbiamo pensare che Fusaro voglia eliminare l’azione politica tout court?! In quali pagine, per esempio, l’autore risponde alla domanda su chi dovrebbero essere i soggetti concreti che si uniscono e organizzano (chi sono, se ci sono, i soggetti rivoluzionari che dovrebbero mobilitarsi)? E questi devono fare un partito politico? Un movimento? Qualcosa di altro? Su che basi ideologiche e con quali obiettivi concreti che non siano la generica «emancipazione dell’umanità tutta»?

2) Fusaro si scaglia contro il capitalismo, e fin qui siamo d’accordo. Dopodiché, da una «filosofia dell’azione» ti aspetti che l’autore, operata un’analisi oggettiva dei rapporti di forza e delle contraddizioni sociali del momento storico, arrivi infine a indicare quale modello alternativo di produzione economica e di struttura sociale prevede, o promuove, allo scopo di realizzare delle società più giuste e ispirate al principio dell’uguaglianza (principio che, per inciso, il suddetto Fusaro ritiene superato). Insomma, da una parte non si capisce bene chi si deve mobilitare, organizzare e «agire» per distruggere questo capitalismo, e dall’altra non si capisce il nuovo tipo di organizzazione sociale con cui Fusaro pensa di sostituire il capitalismo stesso. In quali pagine del suo libro si trovano le risposte a tali quesiti? E quali sono queste risposte?

3) Fusaro è noto, fra le altre cose, per la sua idea netta, e fissa, di far uscire l’Italia dall’euro. Nessuno nega le contraddizioni e i drammi provocati da un’unificazione europea incompleta e sbilanciata, ma, ancora una volta, uscire dall’euro per fare cosa? Eventualmente con chi, con quali altre nazioni? Come può sopravvivere la nostra povera Italietta, indebitata fino al collo, con una classe dirigente mediamente corrotta e incapace, da sola nel mondo grande e complesso della globalizzazione? A Fusaro che sostiene (giustamente) che nella nostra epoca il guaio è che l’economia sovrasta e annichilisce la politica, non viene il dubbio che la sua proposta è proprio di stampo economicistico? Cioè, siccome l’Europa per ora ci ha impoverito (economicamente), decido di non impegnarmi politicamente per riformarla, migliorarla, renderla più unità ed equanime per esempio potenziando anche l’unificazione politica, che come sappiamo è stata pressoché assente rispetto a quella economica. No, a Fusaro il dubbio non viene e ci racconta che dobbiamo limitarci a uscire dall’euro. Bene, per fare cosa? Con chi? Con quali ragionevoli speranze di far sopravvivere la nostra economia in un mondo dominato da multinazionali e colossi con centinaia di milioni di abitanti?

4) Ultima, ma non per importanza, la questione della società dello spettacolo. Fusaro la denuncia a ogni pie’ sospinto, scagliandosi contro i principali media colpevoli di propagandare il pensiero unico mercatista e capitalista. Ma è lo stesso Fusaro che vediamo campeggiare quasi tutti i giorni su questi media? Lo stesso che va a «Uno mattina», da Marzullo e Dio solo sa in quanti altri consessi «obiettivamente» rivoluzionari di tal fatta? Sì, pare sia lo stesso. Lo stesso che non si fa scrupolo a farsi ospitare da «La Gabbia» (su La7), presentato come «il filosofo dagli occhi azzurri che conquista le donne con le citazioni». Ora, soprassediamo su quale tipo di credibilità, con conseguente terrore indotto, uno che si fa presentare così possa suscitare presso i poteri forti della finanza e del capitalismo internazionale. Invece non soprassediamo sull’«azione», ancora una volta: in cosa dovrebbe consistere questa azione, stavolta nei confronti del sistema mediatico asservito al capitalismo? Tutti via dalle televisioni tranne lo stesso Fusaro, che a quel punto ci farà anche le previsioni del tempo (anzi, lo stabilirà proprio, accusando Dio di starnazzare quando manda la pioggia) e con la parrucca impersonerà una Littizzetto ancora più petulante da Fabio Fazio?! Dov’è il progetto serio, concreto, realistico di azione collettiva o sociale contro un sistema mediatico ritenuto al servizio del capitalismo? Ancora una volta, dov’è questa azione e in cosa consiste? La coerenza è un optional oppure, come Fusaro sa bene, la società dello spettacolo ospita volentieri i suoi stessi oppositori, perché così risultano innocui?

«I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo, mentre adesso è ora di cambiarlo», scriveva il Marx delle Tesi su Feuerbach. Ecco, da un filosofo che sostiene di ispirarsi a Hegel, poi a Marx e quindi a Gramsci ci aspetteremmo delle indicazioni più specifiche e concrete, tanto più in un libro impegnativamente sottotitolato «filosofia dell’azione».

Ma forse dovrebbe far riflettere, stavolta non Fusaro bensì i suoi lettori, il fatto che egli dichiari di ispirarsi anche a Gentile, probabilmente in un empito di mania ibridante (e anche qui Fusaro si è guardato bene dal rispondere, ma il binomio Gramsci/Gentile per proporre una filosofia dell’azione è quantomeno ridicolo).

Sì dai, Gentile, quel pensatore notoriamente rivoluzionario, schierato contro i poteri forti e per il quale tutti i conflitti erano destinati a risolversi all’interno del pensiero stesso (e per questo notoriamente stimato e amato da Gramsci lungo tutti i Quaderni). Forse è qui che Fusaro ha ritenuto di individuare la sua «azione» concreta e foriera di risultati straordinari per l’umanità. Dentro al pensiero. Ovviamente il suo. Insomma, un caso evidente di «onanismo filosofico»…

Ps Fusaro si è anche piccato perché l’ho accostato Renzi, altro prodotto di un’epoca in cui vince chi la spara più grossa (salvo non preoccuparsi di realizzare quello si è promesso). Da queste parti Renzi non lo amiamo alla follia, ma almeno lui in qualche modo è costretto a darsi da fare per l’Italia, su un piano concreto e sulla pelle di tutti gli italiani. L’eventuale filosofo che le spara grosse anche lui, senza preoccuparsi di fornire indicazioni concrete e oggettive, beh, dovremmo considerarlo un elemento inutile e di cui fare pacificamente a meno. A priori. Quando milioni di persone soffrono per il proprio sostentamento, e per la dignità messi a forte rischio da un sistema economico che non funziona più, teorizzare una «filosofia dell’azione in assenza di azione» si rivela un’operazione intellettualmente errata ed irresponsabile, oltre che eticamente disdicevole. Da questo punto di vista, e con tutti i distinguo e le proporzioni del caso, il nostro Presidente del consiglio e il filosofo del San Raffaele si rivelano due prodotti dell’«indistinto», in cui la fine delle grandi narrazioni (di cui la sinistra tradizionale porta sulle spalle una responsabilità enorme) ha lasciato campo libero alla confusione ideale e all’inazione, questa sì, utile soltanto al monopolio della teologia liberista. In altri contesti, e con un linguaggio meno appropriato, si potrebbe chiamarlo «cazzeggio pro domo sua»…

  • Comes Carolus

    Ancora? Non abbiamo bisogno di permanenti scazzi filosofici, ma di filosofi che scendano in campo a lottare a dare buoni esempi, che sono le prime alternative possibili e doverose ad un contingente fatto solo di libri e di parole.
    Cambiarono di più il mondo allora conosciuto un Gesù o un Socrate che non scrissero nulla, di quanto abbiano potuto farlo i filosofi più prolifici di scritti, di libri o persino di titoli accademici . Perché si preoccuparono più di agire che di comparire o di pubblicare.
    Quindi, cari Fusaro ed Ercolani, volete essere credibili? Bene, fatevi vedere che lottate accanto ai lavoratori e agli studenti che oggi scendono in campo contro il capitalismo cainamente speculatore e strozza popoli e servizi. Fatevi vedere il 10 o il 25 in piazza, condividete una lotta, invece di accapigliarvi per capire chi la intepreta meglio o chi meglio sa teorizzare alternative.
    L’alternativa è agire subito per fare tutto ciò che è possibile è necessario per contrastarla.
    Non vi riprenderanno in TV? Non pubblicherete nulla? Magari no, ma sarete sicuramente più credibili. Hic et nunc.

  • http://umanesimoscientifico.blogspot.it/ Francesco Pelillo

    La domanda di fondo è: il filosofare di questo ragazzo dagli occhi azzurri è funzionale al potere in atto? È evidente che nel complesso mediatico manipolatorio e mistificante che copre le “esigenze” di tutti e di tutti i tipi di interesse, oltre a nani e ballerine serviva anche un filosofo (sic)… Eccolo approntato!

  • Fabio D’Amico

    … mah! Io le avevo chiesto qualcosa sull’altro articolo.
    Comunque non posso che constatare che delle accuse di piaggeria che lei rivolge a Fusaro per esser ospite di la Gabbia e simili potrebbe esser vittima anche lei; magari scrivendo nel gruppo l’Espresso, quale miglior salotto della borghesia italiana al momento.

  • Lorenzo Furlani

    Condivido il concetto che il confronto filosofico debba essere euristicamente orientato all’individuazione di soluzioni concrete ai problemi attuali, che è l’elementare sintesi delle diverse critiche fin qui espresse.
    Avallando i rilievi di Ercolani sul piano dell’azione all’analisi di Fusaro e ribaltando l’approccio di fondo di quest’ultimo ritengo che le categorie storiche di destra e sinistra siano del tutto inadeguate a interpretare le sfide che il nostro tempo propone e a governare il conflitto in atto su scala locale e globale. A questa dicotomia va certamente cambiato nome ma soprattutto vanno cambiati i contenuti.
    La categorizzazione mutuata dalla Rivoluzione francese e radicatasi nell’Ottocento si riferisce a una frattura tra capitale e lavoro che non esiste
    più nella dimensione sociale comunitaria e nazionale. La crisi economica mondiale provocata dai subprime statunitensi con la rovina di milioni di aziende locali e
    nazionali ha dimostrato che nella stagione della globalizzazione imprenditori e operai si trovano dalla stessa parte e condividono
    gli stessi interessi schiacciati da meccanismi di regolazione economica internazionali, che favoriscono la rendita e la speculazione finanziaria.
    Peraltro, un’opzione praticabile alternativa al sistema politico economico liberaldemocratico non esiste, né sul piano storico né sul
    piano scientifico (compreso il pensiero di Fusaro). Il modello teorico elaborato da Marx, nell’analisi delle contraddizioni delle forze produttive del sistema capitalistico che avrebbero portato necessariamente la forza lavoro a rivoluzionare i metodi produttivi prendendo coscienza della propria funzione storica nell’emancipazione umana, si è rivelato sbagliato. Non c’è stato nessun fenomeno del genere nelle società industrialmente avanzate; per correggere questa aporia il leninismo ha teorizzato il contributo di una frangia sensibile di intellettuali che avrebbe guidato la classe operaia nella rivoluzione e che storicamente ha tradotto la teoria marxista, attraverso un’imposizione di schemi e metodi in un ambiente economicamente arretrato con la negazione sistematica della libertà, in una delle più sciagurate esperienze umane.
    Le categorie di destra e sinistra si sono caricate in Occidente di valori politici e culturali – patria, famiglia, religione, ordine da una parte contro eguaglianza, diritti, giustizia sociale, sicurezza dall’altra – del tutto inconferenti rispetto al vulnus che l’assetto economico globale arreca attualmente
    al governo di una società nazionale che sia tendenzialmente impostato sui criteri di giustizia e opportunità. Destra e sinistra continuano a orientare variamente
    il voto degli elettori nei Paesi liberaldemocratici mentre nel sistema capitalistico globale l’1 per cento della popolazione prevarica gli interessi del
    restante 99 per cento, facendo leva strumentalmente nelle dinamiche elettorali proprio sulle emozioni e gli affetti che queste categorie politiche storiche suscitano negli atteggiamenti delle persone, a discapito di una conoscenza razionale dei problemi. Su questo punto ha ragione Fusaro nel sostenere che l’opposizione tra destra e sinistra è risultata storicamente irrilevante nella diffusione su scala globale della versione neoliberale del capitalismo (al suo elenco dei premier va aggiunto per l’Italia Craxi).
    La diade destra e sinistra dovrebbe essere sostituita da altre diadi che rivelino e interpretino adeguatamente la realtà del conflitto
    in atto, destrutturando gli atteggiamenti politici prevalenti e consentendo alle varie formazioni umane di riconoscere la vera frattura consumatasi nelle
    relazioni sociali ed economiche e di concorrere di conseguenza a elaborare un modello di governance fondato sui valori comuni di libertà e pari opportunità nell’interesse della stragrande maggioranza – per non dire della totalità – della popolazione.
    Quindi l’interesse generale contro gli interessi particolari, il bene comune contro il bene di pochi, lo sviluppo ecologicamente ed eticamente sostenibile contro lo sviluppo parassitario dell’ambiente umano e naturale.
    Dicotomie che non si possono ricomprendere nella polarizzazione destra e sinistra, né sul piano euristico né per il radicamento popolare di queste categorie, e che, a ben vedere, fotografano la vera natura dei principali conflitti in atto non solo sul piano globale ma anche su quello nazionale.

  • andrea pitto

    09/10/2014

    POLARITA’ SINISTRA/DESTRA,
    ANTIFASCISMO/ANTICOMUNISMO

    La polarità sinistra/destra, come è noto,
    ha una derivazione essenzialmente parlamentare. Risale alla Rivoluzione
    francese e si è consolidata nell’Ottocento arrivando ai nostri giorni. Semplificando,
    dovrebbe significare, opporsi (sinistra)
    o meno (destra) alla volontà del
    capitalismo (capitalisti, poteri forti, ecc.)
    di perpetrare i suoi autoreferenziali, infami, sporchi, ecc.,
    interessi… scusandomi, per la terminologia non propriamente politologica.

    La speranza mai sopita è che si diffonda la consapevolezza che il cosiddetto liberismo
    imprenditoriale sia in realtà valutato per quel che realmente è: la libertà dei soli imprenditori (aziende,
    trust, holding, ecc.) di agire nel mercato, sulle spalle di chi ne sopporta le dannose conseguenze.

    Il regista Silvano Agosto parla, non senza ironica efficacia, di imprenditori come di “prenditori”.

    Diciamo, per inciso, che ogni imprenditorialità
    va (andrebbe, il solito contrasto
    sein/sollen) collocata in un
    sistema di equa suddivisione del lavoro
    unitamente ad una corretta ripartizione dei guadagni… ma è una questione – semplice e logica se non si vuole suffragare, anche teoricamente, regimi
    fondati sulla diseguaglianza come quelli capitalistico-finanziari – da dibattere meglio in altro contesto.

    Sostanzialmente, appoggiare il
    versante di sinistra della suddetta dicotomia, significa, in prima e generalissima istanza, criticare
    (l’arma della critica è fondamentale, seppur deve poi dare adito a conseguenze
    pratiche), opporsi, combattere,boicottare, l’apparato, come diceva Althusser o
    l’apparato tecnico come dice Galimberti, il capitalismo (di cui parla Marx), la
    società dello spettacolo (evocata da Debord)… fermandomi qui per evitare
    l’eccesso dei riferimenti.

    Sostenere il polo di destra significa, invece, usufruire pedissequamente e anzi promuovere lo status quo (in fondo
    capetti e capoccia, padroncini e padreterni ci sono sempre stati), o meglio,
    perfezionarlo nel senso del mantenimento dei
    privilegi che spesso vengono tramandati “ereditariamente” e subiscono
    una alternanza in base ai rapporti di forza dei contendenti (i capitalisti, le
    banche, i trust, le Nazioni, ecc.)

    E’ necessario, o sarebbe necessario, impegnandosi a sinistra, identificare gli attori (soggetti umani, sociali e politici) che conseguono (e
    ne sono consustanziali) da un sistema sociale fondato su potere e capitale come unici
    elementi socialmente rilevanti.

    Nel contempo è indispensabile riflettere sui
    meccanismi sociali e psicologici che permettono l’assuefazione e quindi
    l’accettazione di realtà altrimenti illogiche, paradossali, maligne. Ma
    investigare la “struttura caratteriale” (W.Reich)
    e il “fattore soggettivo” della storia, entrando così nell’ambito psicologico, sarebbe un discorso troppo lungo.

    Per il momento cercherò di porre l’accento soltanto su alcune questioni
    generiche, prevalentemente di natura socio-politica e quindi di importanza cruciale, al fine di illustrare
    la dicotomia destra/sinistra, senza poter in alcun modo essere esaustivi
    .

    Un esempio tra tutti e nemmeno
    quello che comunemente salta più all’occhio indagatore: il principio
    d’eredità, che in quanto facente parte del diritto è contiguo solidamente al sistema economico-finanziario ad esso sotteso (struttura-sovrastruttura marxiana e
    vedere anche dibattito Marx-Bakunin
    nella prima Internazionale).

    Questo principio, in soldoni,
    sancisce che il “debosciato” (vedere dopo) di turno, spesso nullafacente e ai gradi minimi di un immaginario elenco
    meritocratico, ottiene potere sotto forma di straboccanti conti bancari e
    altisonanti mansioni manageriali o altro del genere. Da ricordare che “altro del genere” può
    significare successioni monarchiche e subentri finanziari ai piu’ alti livelli.

    Ecco, accettare più o meno supinamente (acriticamente) tutto questo
    significa essere di destra. Affannarsi ,facendo tabula rasa attorno a sé,
    significa essere di… ultradestra.

    Non accettare tutto questo comporta
    la tendenza a essere di sinistra. E già
    in questo possiamo notare come molti cosiddetti di sinistra trasaliscono a tal
    proposito. Evito di mettere il virgolettato ai termini destra e sinistra anche
    se spesso sarebbe necessario.

    Tuttavia prima di prendere una
    decisione (essere di destra o di sinistra nel caso specifico e poi in generale),
    bisogna valutare le implicazioni che questa polarità comporta. Vale a dire ciò che
    implica anche nella semplice occasionalità quotidiana
    (interessi quotidiani o di lunga durata) o nella personale situazione che il
    “decidente” vive, retaggio, nell’esempio appena costituito, della sua stessa
    catena ereditaria.

    In sostanza il mio discorso è
    semplice e, nell’esempio appena fatto, implica questo: non è lecito usufruire dei
    capitali e del potere che la famiglia ha acquisito.

    Ognuno “deve” trovarsi allo stesso punto di partenza quando ha la
    fortuna/sfortuna di essere “gettato nel
    mondo” e aprirsi alla realtà. E poi vada avanti secondo le sue capacità e senza
    basarsi sul lavoro altrui per raggiungere gli
    onorevoli scopi cui le sue
    attività tendono.

    Le tesi con un autentico contenuto di sinistra, che tempo fa Moretti esortava venissero espresse, sono dunque queste, anzi, almeno queste… e
    ricordate che sono tesi non regole:

    1) Delegittimazione (almeno logica, etica, se non politica) diritto di eredità
    e di proprietà (mezzi di produzione ecc.) oltre sacrosanto tetto sulla testa e
    poco altro. Che scandalo questo asserto! E quanto utopistico appare, essendo,
    tra l’altro, il diritto, il sistema
    legislativo, un’emanazione del sistema
    di produzione capitalistico atto a consolidarlo
    tutelandone il proseguimento.

    2) Delegittimazione accumulo capitale e utilizzo lavoro altrui per eseguire
    il cosiddetto lavoro in proprio (che altro scandalo questa affermazione! Vade
    retro satana!). Da cui deriva che non è possibile arricchirsi (accumulare
    capitale)se non utilizzando (sfruttamento) il lavoro di altri (plusvalore).

    L’imprenditore è un prenditore,
    ritornando ad Agosti.

    Lavori in collettività comportano
    suddivisione collettiva dei benefici. Il lavoratore non può essere immesso in
    un rapporto di sudditanza, né tantomeno essere fonte di sostentamento per
    l’imprenditore (padrone, suggestivi i vecchi termini!). Se non è possibile o accettabile questo tipo di
    rapporto lavorativo, ciò significa soltanto una cosa: l’arricchimento, il
    guadagno imprenditoriale, sono possibili soltanto con lo sfruttamento del
    lavoro altrui il che significa che il lavoro, nell’accezione più vasta del
    termine, sarebbe realizzabile soltanto
    laddove sia attuata una qualche iniquità economica.

    Il lavoro sarebbe, in altri termini,
    inficiato all’origine, di proprietà parassitarie e non sarebbe pensabile, al
    contrario, un lavoro, un’attività lavorativa, al contrario fondata su
    presupposti egualitari che prescindano
    da sfruttamento e speculazione. Il lavoro è attività prettamente umana come
    l’autocoscienza, il pollice opponente e
    poche altre caratteristiche e dunque è possibile soltanto in un regime
    capitalistico, cioè di sfruttamento iniquo? Sono certo di no.

    E non si dica che sono gli imprenditori-capitalisti ad offrire lavoro (come buoni samaritani) ai
    lavoratori ,appunto. Al contrario, sono questi ultimi che permettono a quelli
    di arricchirsi e ove non vi sia vero e proprio arricchimento, di assumere ruoli
    dirigenziali che comunque rappresentano
    sempre e soltanto quei privilegi che i “sottoposti” nemmeno sognano di poter
    ottenere.

    Impostazioni teoriche, lo so, ma questa è un’analisi teorico-critica, non
    dimentichiamolo. Se poi essa si possa transustanziare in progetti e attività reali sarà il tempo e la storia a
    deciderlo, magari anche con l’ausilio della volontà di qualcuno (delle “genti” mi pare un
    tantino improbabile, ma non si sa mai!).

    3) Seguendo il ragionamento di Platone e attualizzandolo: non legittimo che
    la ricchezza di alcuni sia superiore di 7/10 volte (mi pare dicesse così il filosofo nella
    Repubblica, ma non è determinante, è valido il principio) quella del piu’
    povero. Sulle proporzioni ovviamente sarebbe necessario dire qualcosa in più,
    anche perchè in Grecia il calcolo, seppur ipotetico, di Platone riguardava soltanto le classi al potere, non
    l’intera popolazione. Tuttavia mi pare una chimerica (consideriamo soltanto i
    guru della ricchezza) ma sacrosanta e
    benefica tendenza sociale. Valida anche soltanto come argomento del proprio
    pensare.

    Ricordo, in aggiunta, che la
    celebrità, il riconoscimento, il rispetto, derivante da una capacità (canto,
    arte, ricerca scientifica, magari straordinaria bellezza, ecc.) di per sé sono
    privilegi brucianti anche in assenza di vantaggi economici spropositati: accontentarsi di
    quello che la sorte ha dato ai piu’ fortunati! Non volersi accaparrare tutto,
    proprio tutto! Suvvia, un po’ di dignità!

    Meno guadagni e soprattutto pensare a coloro che rendono possiblile ogni
    attività (artistica, scientifica, ecc.) con il lavoro pratico “materiale” (produrre dvd, fare film, produrre strumenti
    musicali, materiali per le varie arti, per i laboratori e macchinari scientifici,
    ecc.) Tutto lavoro che deve essere valutato e senza il quale nessun
    straordinario musicista, ad esempio,
    potrebbe suonare la benchè minima nota. Da straordinario musicista strapagato
    diverrebbe un desiderante e
    fantasmatico operatore musicale in potenza.

    Naturalmente la delegittimazione, cioè un mutamento di leggi non ha nessuna
    possibilità di ottenere l’effetto che si prefiggono i tre punti in questione.

    Il mio discorso rimane (pur non volendolo) prevalentemente un
    discorso teorico-critico (da una sorta di torre d’avorio francofortese), anche
    perchè le leggi, ripeto, vengono pilotate proprio da chi ha il potere di farlo,
    cioè da chi possiede maggiori risorse finanziarie e può ottenere lauree nelle
    migliori università, avere validi appoggi politici pregressi, usare il denaro
    come strumento che convince, che manipola
    e via di questo passo (zampettando nella melma più olezzante). Sarebbe
    bene, ma il contesto non lo permette, dire qualcosa in più sui rapporti, su
    citati, tra “struttura” e sovrastruttura”, ma evito di addentrarmi in questo
    comunque supervisitato argomento.

    Inoltre le classi ricche (i padroni), è bene ricordarlo, trovano sempre il modo di spalmare chissà dove
    i loro beni iperprotetti : il sistema è fatto da loro, compresi corpi,
    anticorpi e siti introvabili.

    Insomma, è verosimile formulare pensieri di sinistra.

    Sia chiaro, al di fuori dei tre punti che ho appena menzionato (ma forse
    altri dirimenti in tal senso si possono
    menzionare)non v’è possibilità alcuna nel merito considerato. Nessuno che li
    condividesse può suffragare il capitalismo o un sistema totalitario gerarchico
    e oppressivo.

    Chiunque li approva può essere considerato, a ragion veduta, di sinistra e
    poi, di volta in volta, comunista,
    libertario e quant’altro.

    Chiunque li ostacoli può essere
    considerato, a ragion veduta, di destra e poi, di volta in volta, fascista, nazista e quant’altro.

    In altre parole, all’esterno di quei
    propositi si presenta il normale, consueto, maleodorante, sanguinario,
    altezzoso, violento, autoritario, opprimente, devastante pensiero di destra, con
    molteplici declinazioni possibili.

    Non ho messo, come punto identificativo
    dell’atteggiamento di sinistra, l’anticapitalismo per due motivi: A) è ovvio
    che il capitalismo sia un sistema sociale ed economico da contrastare. B)
    Alcune formazioni o partiti dichiaratamente fascisti sono, almeno a parole e spesso senza conoscerne le
    implicazioni reali o soltanto logiche, anticapitalisti e quindi…

    Inoltre non ho inserito
    l’antiamericanismo perchè è di nuovo ovvio ma anche perchè, ragionando in questi
    termini, dovrei costituire tanti “anti” quanti sono gli stati del mondo, seppur
    facendo magari una tabella che quantifichi
    le caratteristiche che
    maggiormente pongano i rispettivi
    sistemi statali ( e sociali) in una
    ideale linea, che da libertà ed equità
    giunga a schiavitù e iniquità eclatanti. Nella piramide dei “poteri forti” non
    c’è dubbio che, ancora allo stato attuale, gli USA siano assestati al
    vertice(seppur in leggero sgretolamento).

    A questo punto eliminiamo la
    polarità destra-sinistra? Direi di no, perchè rimane, a mio parere, ancora utile, seppur impreciso, strumento concettuale per mettere a punto un’idea, sia pur grossolana, di qual genere
    di interlocutori (singoli, gruppi, istituzioni, ecc.) ci troviamo a
    fronteggiare, anche se dobbiamo
    convenire non sia dirimente per comprendere a fondo le reali prospettive,
    valori, credenze, tendenze, autentico senso di giustizia, presenti in loro (essi).

    D’altra parte, quasi certamente, in
    occidente, le forze di destra o di
    “destra” si collocano, ripeto, in
    antitesi rispetto ai tre punti di cui sopra. Tuttavia anche quelle che si
    dichiarano di sinistra – anche loro
    spesso inconsapevoli delle valenze che comporta contrapporsi oppure no allo
    sfruttamento del lavoro, al capitalismo, ecc.-
    sovente non sono da meno nel
    contrapporsi alle questioni sollevate dai medesimi tre punti.

    In definitiva: destrorsi-fascisti, “destrorsi”, sinistrorsi e
    “sinistrorsi” uniti nella lotta, con poche eccezioni, purtroppo.

    Ciò accade ancor più nell’attività
    parlamentare e ancor meno in quei rari ambiti dove vigono , fortunatamente, canoni di
    pensiero e comportamento disgiunti da interessi di potere o di sfruttamento.

    Ripeto: dirimente è la posizione
    rispetto ai tre argomenti anzi posti.

    Al di fuori c’è soltanto il
    chiacchiericcio altisonante degli arrivisti, dei già arrivati, degli ipocriti e
    dei debosciati (da vocabolario: ridotti
    a fiacchezza morale e fisica a causa dei vizi e sregolatezza dei loro costumi; figura
    socio-psicologica che non comporta, ovviamente, soltanto un giudizio morale).

    Non vi sono difformità essenziali tra e nei
    popoli (etnie,nazionalità,
    credenze, generi, ecc), ma queste sono davvero sostanziali, come il termine
    evoca, quando il sistema differenziale si basa sulla ricchezza (e il potere).

    Il “ricco” è davvero altro dal “povero”.

    L’imprenditore-capitalista-finanziere è davvero altro rispetto al
    lavoratore-sfruttato-indigente-senza lavoro.

    Peccato: si ritorna sempre all’importanza
    dirimente dell’economia e del potere nonostante l’anima (mente) umana abbia la
    potenzialità di esprimere eterei e fantastici
    costrutti concettuali, magnifici prodotti artistici, benevoli e
    lungimiranti progetti futuri, desideri che travalicano quelli meramente personalistici…
    (suvvia, accettiamo un po’ di “ etica poetico-psicologica”).

    Tutto quanto affermato non ha
    velleità (o vuole dare indicazioni) votazionistiche (il parlamento è solo la
    punta di quell’iceberg che è il sistema-apparato) ma pretende di rimanere sul piano
    dell’analisi critica, un piacere, a
    volte privilegio, di chi cerca di
    decodificare gli elementi della realtà facendone emergere l’intrinseca natura,
    che, detto francamente, è piuttosto difficile da modificare, estirpare o
    debellare e tuttavia è necessario (fa stare meglio psicologicamente) fare “come
    se” (Vaihinger) in qualche arcana e inusuale maniera
    una possibilità diversa e migliore venga sviluppata.

    E qui potrei citare l’importanza
    della “praxis”, dell’azione, sulla scia
    di Aristotele, di Fichte senza convincimento,
    di Gentile – pur credendo meglio non citarlo (come punizione), visto il suo fascismo proclamato e opportunisticamente
    utilizzato per fini personali – , di Gramsci con rispetto e di tutti coloro che hanno dato la vita, nella
    pratica appunto, per mutare in meglio le
    condizioni sociali e quindi la storia.

    Definisco, dunque, pensiero di sinistra quello che attesta positivamente i tre punti sopra
    elencati.

    Al contrario, definisco
    “pensiero” di destra quello che si contrappone a quelle stesse istanze.

    Per quale motivo aggiungere le
    virgolette alla parola pensiero?

    Perchè in questo caso non è un vero
    e proprio pensiero, dato che è mosso da interessi e paure di perderli.

    O meglio è un pensiero limitato, non
    libero (sottoposto alla dittatura del proprio interesse, non oggettivo, il
    liberalismo-neoliberismo è una farsa deleteria, oltrechè essere ipocrita),
    incapace di relazionarsi con altre costruzioni cognitive, impossibilitato a
    creare cose ed eventi originali. Insomma è un simulacro di pensiero
    che, nell’economia culturale generale, produce rallentamenti, distorsioni,
    zoppicature e quant’altro, inoltre, naturalmente, ogni genere di turpi
    disparità tra le moltitudini umane.

    Un appunto alla questione
    suscitata nuovamente da Diego Fusaro circa l’inutilità dell’antifascismo (e
    dell’anticomunismo).

    Quest’ultimo “anti” è davvero inutile giacchè
    nessun governo o stato, ha mai messo in
    opera qualcosa che possa definirsi “comunismo” in base alla teoria sorta storicamente o soltanto lasciandoci
    guidare dalla sua semantica che, mi pare,
    sia chiara.

    L’anticomunismo è, tuttavia, uno strumento concettuale che viene inalberato
    pretendendo di confermare la propria voglia di libertà, contrastando ad esempio
    i regimi dittatoriali e invece – è evidente a tutti coloro che pensano non ideologicamente – maschera la tendenza a giustificare e rendere
    libera ogni azione che promuova le
    proprie iniziative, specie in ambito lavorativo-imprenditoriale ma anche in
    altri ambiti dell’”esserci” (senza per questo promuovere il filosofo della
    Foresta Nera, anzi).

    In altre parole, come scrivevo
    poc’anzi: fare i propri comodi anche a detrimento dei propri simili,
    soprattutto usando il lavoro e l’impegno del prossimo (altrimenti è
    impossibile), onde, semplificando, poter
    accrescere il conto bancario personale.

    Altra questione è
    l’antifascismo.

    Innanzi tutto il fascismo può essere
    declinato in vari modi e sappiamo quanto gli storici siano discordi sul cosiddetto minimo denominatore comune che sottenda a tutte le
    esperienze storiche a cui si è,
    legittimamente oppure no, applicato l’attributo fascista (infatti il termine
    “totalitarismo” viene incontro a queste indecisioni). A volte ho la tentazione
    di dare giudizi intuitivi senza cioè argomentare, anche se non reputo questa
    operazione legittima, specie quando si compone un testo teorico e tuttavia mi
    vien da dire che è “intuitivo” reputare una certa esperienza storica come
    fascista oppure dire di un certo comportamento che è fascista. Ma lasciamo
    perdere queste divagazioni “emotive””.

    In seconda istanza, qualsiasi
    concetto storico non esaurisce i significati del fascismo. Se non altro
    declinare questo termine-concetto-tipo sotto il profilo psicologico e
    comportamentale mi sembra assolutamente degno di nota. A riguardo citare Wilhelm Reich è sacrosanto e
    quindi riserviamo ad altre occasioni di addentrarci
    sulla struttura caratteriale del fascismo (dei fascisti auto consapevoli oppure
    no). Dirò soltanto che alcuni regimi meglio di altri operano una selezione attitudinale
    funesta al fine di far emergere (e
    aumentare numericamente) gli individui
    più violenti, sadomasochisti, arrivisti, egocentrici, implacabili, ecc.,
    consegnando loro l’organizzazione del
    regime stesso. Ebbene questo non soltanto è accaduto in passato ma accade anche nel presente e
    quel che forse è più importante può
    accadere anche nel futuro.

    Il fascismo è l’extrema ratio (?) di
    uno stato (o altro) per imporre il potere sulle folle. In quanto strumento, può
    essere riposto in un cassetto (storico), magari anche dimenticato (posto nel
    “preconscio”, direbbe Freud) ma quando
    si prospettassero avvenimenti o condizioni adeguate i “poteri forti” non
    mancherebbero di aprire quel cassetto e adoperare quanto, silente e non
    visibile anche da tempo, vi è stato riposto.

    Dunque l’ antifascismo deve con
    certezza essere mantenuto: il suo spirito non si riferisce soltanto a qualcosa
    che è avvenuto ma esprime qualcosa che può ancora avvenire e inoltre l’antifascismo,
    teorico o pratico, è molto vicino al concetto di critica.

    La critica, in generale, sottopone a indagine gli eventi sociali e
    politici (e non soltanto) così come l’antifascismo (critica+ vigile
    antifascismo) utilizza questo strumento
    concettuale per determinare le analogie (in atto o in potenza) presenti in
    progetti, sistemi, governi attuali, rispetto a quelli famigerati delle dittature totalitarie del passato.

    Naturalmente non si può né si deve comporre la dicotomia
    antifascismo/anticapitalismo.

    In altri termini, la questione è questa: né fascismo, né capitalismo oppure
    antifascismo e anticapitalismo.

    Mi sembra semplice ragionare in tali termini senza dare adito ad
    elucubrazioni anti che spesso fanno perdere la consapevolezza di quale sia la
    realtà: il fascismo è consustanziale al capitalismo e quando questo ne ha
    bisogno viene tirato fuori questa volta dal cappello magico (non c’era e adesso
    c’è!).

    Per concludere una nota di puro rammarico.

    E’ sempre più facile la pars
    construens di quella destruens, specie quando si esaminano le tematiche affrontare in questo testo e
    quindi mi pare inutile “accusare” chicchessia di fare soltanto analisi sui dati
    di fatto (sia pur in evoluzione) senza
    poi esprimere le modalità con cui sia possibile mutarli sostanzialmente.

    Riguardo al futuro e alla sua costruzione, siamo tutti nelle medesime condizioni, in alto
    mare, cioè.

    L’importante è porsi nella
    prospettiva che il futuro è emendabile, trasformabile e che la
    nippoamericana fine della storia è
    un’idea tra le tante e neppure, speriamo, la più probabile.

    P.S. Mi scuso per l’editing approssimativo ma il tempo è tiranno.

  • Riccardo

    In effetti, Fusaro non ha risposto su un punto secondo me fondamentale: l’abbinamento Gramsci-Gentile dovrebbe, secondo Fusaro, portare ad una “‘azione” – collettiva, sociale? Per il momento, sembra che tutto succeda all’interno del pensiero, quello di Fusaro, come scrive impietosamente Ercolani.
    Il sito de “L’intellettuale dissidente”, da lui ispirato, ospita interventi di personaggi di destra, pochi di sinistra. Fusaro sembra riscuotere simpatie più da certa destra, che a sinistra (facendo funzionare ancora le categorie che lui però dà per superate). Il suo “pensiero”, esposto in Minima Mercatalia, riprendendo Costanzo Preve, all’epoca della composizione del libro ancora in vita, vorrebbe superare la dicotomia destra-sinistra, unire le forze anti-capitaliste, in una filosofia dell’azione che dovrebbe produrre, portare a…? A cosa? Qui mi sembra che Fusaro sia arrivato ad una impasse… Comunque credo che la risposta di Ercolani metta il dito nella piaga, sulla questione Gramsci-Gentile. Credo altresì che il dibattito sia interessante, visto il panorama asfittico di oggi, dove gli ideali sono stati messi in soffitta… e per recuperare il senso di uno stato libero, che si identifica nella sua cultura e nella sua lingua. A sinistra forse occorre riparlare di “identità” nazionale, in tempi di globalizzazione. Di famiglia. Di tutto ciò che è valoriale, e che il capitalismo vuole spazzare via, essendo tutto ciò un limite alla sua espansione. Si capisce la simpatia di tanta destra per Fusaro… E la sinistra? Se condo me non dovrebbe saltarlo a piè pari… La strada di Fusaro (Gramsci-Gentile, identità dello stato, difesa delle espressioni culturali, lingua italiana in primis) che è rivolta ad impedire al capitalismo di renderci anonimi, senza volto, in un’unica cultura, quella del consumo – e quella di Negri: masse deterritorializzate, esaltazione aprioristica a acritica del migrante, moltitudini senza connotazioni religiose e culturali. Diciamo che la sinistra oggi è spostata tutta (o quasi) su questo versante, quello negriano. L’opposizione al capitalismo trova oggi la sua radice negli stati, nelle nazioni, dice Fusaro/Preve. Negri vuol negare il capitalismo, la globalizzazione, utilizzando soggetti no-global, globali a loro volta. La strada di Negri, riscuote molto successo, oggi, essendo la strada del capitalismo. Tanta sinistra, almeno in Italia, sembra aver rifiutato la visione di “comunismi” differenti, espressioni delle diverse realtà geografiche, interpretando l’internazionalismo come globalizzazione. Io credo che la strada di Fusaro rimanga interessante, in alternativa alla disperazione della sinistra globalizzata, anonima, informe, migrante.

  • Riccardo

    Ritengo opportuno ricordare le divergenze tra Costanzo Preve e Fusaro, su Gentile.
    C’è un video/intervista di Fusaro a Preve, che testimonia ciò.
    http://www.youtube.com/watch?v=T-3faafKNHw

  • Riccardo

    Ritengo opportuno ricordare le divergenze tra Costanzo preve e Fusaro, su Gentile.
    C’è un video/intervista di Fusaro a Preve, che testimonia di queste divergenze. Lo si trova su youtube e si intitola:
    “Costanzo preve: l’attualismo di Giovanni Gentile”.

  • Riccardo

    Ritengo opportuno ricordare le divergenze tra Costanzo Preve e Fusaro, su Gentile.
    C’è un video/intervista di Fusaro a Preve, che testimonia di queste divergenze. Lo si trova su youtube e si intitola:
    “Costanzo Preve: l’attualismo di Giovanni Gentile”.

  • Angelo Guarnieri

    Condivido pienamente il perfetto argomentare dell’articolo. Condivido apertamente il giudizio sul raffazzonato e saltante sui cavalli vincenti esprimersi di Fusaro. Qualche anno fa ho incontrato Fusaro in un pubblico dibattito e ho polemizzato apertamente con lui. Mi era insopportabile che si ergesse a unico detentore della verità marxista e che rendesse Marx un’icona ammuffita e rinsecchita, fissata, come le farfalle inchiodate, alla metà dell’ottocento; come se il tempo si fosse fermato con lui e tutto quello che dopo di lui era avvenuto, arricchendo e valorizzando il suo pensiero, (tenendo nella giusta considerazione anche le deviazioni e le aberrazioni) non avesse consistenza.