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L’ombra di Draghi oscura il “drago Silvio”

La crisi politica coincide con una crisi istituzionale. Alla commemorazione di Padoa Schioppa Napolitano elogia i «servitori dello stato che conoscono il senso del limite e della responsabilità» e senza indicarlo direttamente impone la via crucis di palazzo Chigi al governatore di Bankitalia: «Per ciascuno di essi può venire il momento di assumere eccezionalmente funzioni politiche dirette, rappresentative e di governo, senza sottrarsi a quel difficile esercizio».

Veronica Lario aveva detto tutto in tempi meno sospetti: basta con «le vergini che si offrono al drago» Berlusconi. Suo marito (ex). E adesso che ormai il conflitto politico coincide con un conflitto istituzionale di tutti contro tutti e che il presidente del consiglio sia quasi «commissariato» politicamente dai vari Ferrara, Letta e compagnia ci si mette pure il Quirinale. A dire ogni settimana che bisogna «abbassare i toni», che così non si va avanti. Se pochi giorni fa Napolitano denunciava «il turbamento» dell’opinione pubblica di fronte al «Rubygate» dopo le ultime mosse del premier ecco «l’allarme» lanciato sulle colonne del Messaggero.

Il capo dello stato non rinuncia alla sua «neutralità» rispetto allo scontro senza precedenti tra istituzioni, partiti, governo, magistratura, organi di garanzia come Csm e Consulta. Ma è chiaro anche ai sassi ormai che la misura è colma. Che o qualcosa cambia o qualcosa bisognerà fare. Certo non sciogliere le camere motu proprio come gli suggeriscono alcuni improvvidi consiglieri, ma indicare se non una rotta da seguire almeno un modello.

L’occasione è sul piatto: e il presidente della Repubblica la coglie al volo commemorando all’università Bocconi di Milano la figura politica e civile di Tommaso Padoa Schioppa. L’ex banchiere centrale ed ex ministro del governo Prodi è scomparso lo scorso 19 dicembre. E se Napolitano non dice nulla al direttore del Messaggero sulle sue prossime intenzioni o prerogative di fronte ai banchieri e ai leader di mezza Europa non nasconde certo a cosa pensi quando pensa alla politica e al contributo italiano alle sfide dell’Unione.

Elogiando Padoa Schioppa, dice Napolitano, «sento di dover mettere l’accento su personalità estranee a caratterizzazioni e funzioni politiche, che sono state anch’esse decisive per fare dell’Italia un soggetto protagonista del lungo cammino dell’integrazione e dell’unità europea».

La figura di Padoa Schioppa è «l’immagine di civil servant, di servitore della cosa pubblica, non riducibile alla figura – peraltro, di assai dubbia definibilità – del “tecnocrate”. Uomini di profonda vocazione e formazione democratica come lui, conoscono il senso del limite, sanno dove la loro responsabilità si arresta e cede il passo alla sfera delle decisioni politiche, assunte in nome della sovranità popolare».

Il monito di Napolitano si fa più preciso, quasi messianico rispetto alla via crucis che attende l’Italia: «Per ciascuno di essi può poi anche venire il momento – come venne in tempi recenti per Tommaso – di assumere eccezionalmente funzioni politiche dirette, rappresentative e di governo, il momento in cui si avverta, per forti ragioni, il dovere di non sottrarsi a quel difficile e anche ingrato esercizio: ma questo – conclude – è un altro discorso».

Chi doveva capire, capisca. Tra i primi a congratularsi con il capo dello stato è un politico fino a poco fa insospettabile come Bobo Maroni: «Sono sempre d’accordo con il presidente della Repubblica, anche questa volta. Sono parole di saggezza che tutti i politici dovrebbero ascoltare con grande attenzione».

A Berlusconi fischiano le orecchie. E il ministro dell’Interno si prende la sua rivincita dopo lo scontro di lunedì con il suo antagonista nel Carroccio Calderoli a proposito di federalismo e di «dopo Berlusconi».

E’ difficile non leggere nelle parole del capo dello stato un via libera indiretto, prudente quanto si vuole ma concreto al «papa straniero» che nelle alchimie di Pd, terzo polo e post-berlusconiani razionalisti come Maroni dovrebbe sostituire il Cavaliere. Impossibile non leggere in quel ritratto il richiamo a Carlo Azeglio Ciampi, chiamato a traghettare da palazzo Chigi la «Repubblica dei partiti» in questo lungo incubo italiano post ’89. Impossibile non pensare all’uomo che oggi occupa quella posizione unica nella ragnatela dei poteri italiani che è Bankitalia. Certo, il nome di Mario Draghi salta fuori ogni volta che il sistema politico ha la febbre. E in nome di uno stile anglosassone, riservato e attento sia alle forme della politica che alla sostanza economica, Draghi non ha mai incoraggiato questo tipo di indiscrezioni. Però stavolta il calendario ci mette lo zampino.

Il mandato del governatore della Banca d’Italia scade alla fine di quest’anno (è rinnovabile per altri 6). Ma soprattutto a ottobre scade quello del francese Trichet alla Bce. La scelta concreta si farà a giugno e la corsa alla successione è partita da mesi. Il 13 gennaio, in pieno «Rubygate» a Berlino, Berlusconi aveva ufficialmente candidato per l’Eurotower il nostro governatore di fronte a un’attonita Angela Merkel.

Sarebbe un modo per liberare sé (e Tremonti) da un concorrente tanto autorevole quanto scomodo. Decisivo sarà il voto di Sarkozy, contrario a lasciare le chiavi dell’euro e dei pericolanti bilanci pubblici alla Bundesbank guidata da Alex Weber.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 2 febbraio 2011