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Poltergeist

L’obesità in televisione: Drop dead fat

 In America anche le descrizioni fisiche sono diventate offensive nell’era del politically correct: non si può più dire di una persona che è grassa – “grasso” equivale a “stupido” – o che è obesa, nonostante grassezza e obesità siano anche classificazioni mediche, e si dovranno preferire, invece, appellativi come “sovrappeso”, overweight, o “mangiatore smodato”, overeater. Sta dunque accadendo a questi termini quanto era accaduto in passato ad altri termini come nero, black e colored, e omosessuale, homesexual, che, dopo le crociate per i diritti civili condotte tra gli anni Sessanta e Novanta, sono stati rimossi dal lessico dell’ufficialità in favore di African American gay, perché si erano ormai caricati di valenze razziste.

Molto si potrebbe discutere, ovviamente, sulla legittimità di equiparare la considerazione sociale di una persona grassa a quella di un nero o di un omosessuale, se non altro perché la grassezza è uno dei più devastanti fattori della mortalità moderna (e dunque anche uno dei maggiori capitoli della spesa sanitaria): ogni anno, solo negli Stati Uniti, sono oltre 300.000 i decessi per cause legate all’obesità. È lecito domandarsi, in altre parole, se sia giusto promuovere non solo l’accettazione della grassezza e la rimozione delle discriminazioni culturali e professionali che colpiscono le persone grasse, ma anche la percezione sociale della normalità della grassezza se non addirittura il fascino e l’anticonformismo dell’obesità, quando circa l’1% dell’intera popolazione americana muore anche e soprattutto per aver «mangiato in modo smodato» e il 35% dei bambini in età scolare è obeso. Ancora più interessante e forse più utile, poi, è porsi una seconda domanda strettamente legata alla prima: perché un uomo grasso dev’essere cautamente definito sovrappeso e invece un alcolista non diventa un “bevitore smodato” e un tossicodipendente un “abusatore di droghe” nonostante l’alcolismo e la droga siano fattori di mortalità meno gravi della grassezza? Perché non si esorcizzano la sessuomania e il gioco d’azzardo chiamandoli rispettosamente oversexing e overbetting, dato che il sessuomane e il giocatore, che hanno nei confronti delle loro dipendenze un rapporto compulsivo simile a quello dell’obeso con il cibo, raramente giungono a morire per i loro eccessi? Una parte di questa risposta risiede senza dubbio nel secolare stigma sociale, nell’infame lettera scarlatta che portano addosso, in una nazione puritana come l’America, coloro che sono dediti all’alcol, alla droga e al sesso. Un’altra spiegazione va cercata nell’immenso mercato del junk food e in quello non meno imponente dei cibi dietetici e dei prodotti dimagranti. Ma una terza e decisiva ragione, forse non così marginale, è nella capacità che hanno dimostrato i grassi di formare imponenti lobby, di rivendicare con orgoglio la loro condizione, di costituirsi in ricche e aggressive associazioni nazionali che affermassero non solo il diritto ma il piacere di essere grassi, passando così da una posizione di difesa, quella di chi chiede tolleranza, a una di attacco, quella di chi esige rispetto e approvazione. Gli Alcolisti Anonimi non sono una lobby: lo è invece la National Association to Advance Fat Acceptance, che non solo organizza manifestazioni e conferenze per promuovere l’accettazione della grassezza, ma che dona anche borse di studio non per studiare l’obesità, ma per far studiare gli obesi.

Si può osservare efficacemente il nuovo status sociale degli obesi, confrontandolo con quello delle persone affette da altre dipendenze, proprio attraverso i telefilm, che diventano spesso, nel tentativo di essere i portavoce del mondo come dovrebbe essere, il vero linguaggio della political correctness, un colorato e quotidiano manualetto d’istruzioni che spiega alla famiglia americana cosa dire e fare nei rapporti personali e nelle situazioni di tutti i giorni. Nei telefilm americani gli obesi non hanno una debolezza per il cibo, non sono vittime di una tragica dipendenza: sono piuttosto uomini forti e donne coraggiose, sorridenti martiri che lottano contro una società discriminatoria, laddove gli alcolizzati, invece, sono descritti come drogati che vivono nella vergogna del loro vizio. I telefilm sugli obesi sono spesso commedie (Drop Dead Diva

che racconta le disavventure di una fotomodella che rinasce nel corpo di un’avvocatessa taglie forti, Huge

serie appena terminata che raccontava di un campo estivo dedicato al dimagrimento di teenager sovrappeso, Mike & Molly, sitcom sulla storia d’amore tra due overeater, Harry’s Law

la nuova serie di David Kelley su una cinica e coraggiosa avvocatessa extra large), perché gli obesi sono allegri, solari, portatori di gioia e libertà, mentre i telefilm sugli alcolizzati sono sempre drammi, e perfinoRescue Me, scritto e interpretato dallo stand-up comedian Denis Leary, è in realtà, dietro il velo delle battute brillanti, una  vera e propria demonologia della dipendenza. 

Insieme all’alcolizzato è il fumatore, oggi, a incarnare la figura del fallito senza fascino, dell’uomo unanimente condannato come lo era il tossicodipendente negli anni Ottanta, e non c’è più modo ormai di vedere, nei telefilm americani, il protagonista di una serie o anche solo un personaggio positivo che stringa tra le dita una sigaretta accesa. Anche il sessuomane viene deprecato e bandito per le sue perversioni ma alla reprimenda mediatica segue spesso la strizzatina d’occhio con ironia e invidia. Ancora meno biasimati dei sessuomani sono infine i giocatori d’azzardo: moltissimi personaggi principali convivono con questa dipendenza che è considerata quasi positiva, perché, in fondo, giocando si può vincere.

Il telefilm forse più rappresentativo su dipendenze e devianze di ogni genere, la più popolare e affidabile cartina di tornasole per accertare la considerazione sociale che riceve questa o quella categoria di persone «diverse», è senza dubbio Glee, la scoppiettante serie-musical su un gruppo di talenti musicali che frequentano una piccola high school dell’Ohio. C’è la professoressa colpita da sindrome ossessivo-compulsiva e la studentessa incinta, il ragazzo in sedia a rotelle e il cripto-gay, la ragazza obesa e quella clinicamente stupida: sono loro i moderni paria, e Glee racconta di tutti, dando a ogni storia gli stessi toni pedagogici, il dramma dell’esclusione sociale e poi del riscatto e del successo, così da riaffermare infine la morale di sempre: siamo tutti belli così come siamo. Nell’ultimo episodio, significativamente intitolato “Nati così”, tutti indossano una maglietta dov’è indicato il difetto che li fa più soffrire e che vorrebbero (o dovrebbero) cambiare. La ragazza ebrea scrive “naso”, quella stupida si fa stampare sulla maglietta “sto con una persona stupida” (e una freccia indica il suo volto), il ragazzo gay dice a tutti “mi piacciono i ragazzi”, il biondino dalla bocca enorme è angosciato dalla sua “bocca da trota”, la professoressa scrive “OCD”. 

La ragazza obesa, l’allieva dai modi bruschi e decisi che è stata al centro di un episodio in cui si è battuta per il riconoscimento della bellezza di chi è sovrappeso, be’, lei scrive: “caratteraccio”.