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Quinto Stato

Quando un taglio agli addetti delle pulizie vale 3 mila ricercatori universitari

pulizie

Anna abita con la madre a Ragusa, ha 52 anni, una figlia di 24 che studia lettere a Catania. Nella sua vita è stata una «lavoratrice socialmente utile». Quando lo Stato ha deciso di eliminare questa figura ha iniziato a lavorare per il comune e poi per le scuole della sua città come addetta alle pulizie. È arrivata a Roma dopo 19 ore di viaggio in pulmann insieme a Giuseppe. Lui di anni ne ha 53, ha un diploma da geometra. Con uno stipendio medio da 850 euro mantiene la moglie e una figlia. «Mi sono adattato per portare avanti la vita», dice.

Cristina ha 58 anni, vive a Agrigento, ha una casa di proprietà e un marito che lavora, «per fortuna» dice. Ha due figli, il primo a 27 anni e studia da infermiere. La seconda ne ha 22 e studia lettere. Vivono entrambi a Ferrara. «Si danno da fare, lavorano anche – dice – ma ci costa molto mantenerli. Sono tanto cari». Anna, Giuseppe e Cristina lavorano per una ditta subappaltatrice della romana Miles, uno dei quattro consorzi nazionali che gestiscono le pulizie delle scuole e in altri enti o ministeri.

Hanno iniziato a fare questo lavoro nel 1995, come lavoratori socialmente utili (Lsu) con un contratto terziario alle dipendenze dei comuni.Fu questo l’esito di una delle “politiche attive” del lavoro rivolte a chi era stato messo in cassa integrazione dalle piccole e medie imprese sin dall’inizio degli anni Novanta. Fu così che vennero introdotti ad un lavoro che mai avrebbero pensato di fare: le pulizie negli uffici pubblici. Furono inquadrati come “operai semplici” poi, con il passaggio alle ditte private, sono diventati addetti alle pulizie.

Queste “ditte” lavorano conto terzi. Prendono cioè gli appalti dagli enti pubblici, lavorano anche per i privati. Anna, Giuseppe e Cristina fanno questo lavoro nelle scuole di Ragusa e di Agrigento. Negli istituti scolastici non è più il personale Ata, cioè i “bidelli”, a svolgere questo mestiere. Ormai sottiodimensionato per i tagli, e per il precariato, questo personale svolge funzioni amministrative, di guardiania e anche di sicurezza alle persone e alle strutture. Nel tempo il Miur ha affidato alle ditte terze il ruolo delle pulizie.

Nelle scuole gli addetti alle pulizie lavorano a metro quadro. Un appalto viene fatto in base ai metri quadri da pulire. Da quando i tagli alla scuola si sono abbattuti sul fondo che il Miur destina annualmente alle pulizie (da 550 milioni di euro è passato agli attuali 390) i metri quadri da pulire sono aumentati. Anna, Giuseppe e Cristina non ricevono straordinari e devono lavorare molto di più. I presidi ne approfittano, perché li usano come se fossero personale Ata regolarmente inquadrato. “Ormai a parità di lavoro ci sono molte meno ore” raccontano.

Anna, Giuseppe e Cristina li ho incontrati a Roma durante una manifestazione dove protestavano, insieme ad altri 5 mila colleghi, contro il taglio al fondo per le pulizie delle scuole previsto dal governo Letta nel «decreto del fare»: meno 25 milioni nel 2013, meno 49 milioni nel 2014 su un fondo di 390 milioni di euro che sarà spalmato su 9 mesi, anziché 12, con una riduzione dello stipendio di circa 300 euro mensili.

Nelle intenzioni del governo questi soldi finanzieranno1500 concorsi per professori ordinari all’università e altrettanti per ricercatori a tempo determinato. Il governo la considera una misura contabile per rilanciare la «ricerca» alla canna del gas. Per gli addetti alle pulizie è la certezza che si allungheranno i periodi di cassa integrazione estiva e si rischia il licenziamento.

«Ci vogliono mettere l’uno contro l’altro – dicono – per noi la ricerca dev’essere finanziata ma non con questi soldi. Da 15 anni svolgiamo dignitosamente questo lavoro, ci sentiamo parte del mondo della scuola, non ci devono essere tagli. Se lo faranno continueremo la nostra lotta. A settembre possiamo occupare le scuole e non farle aprire. Cosa si può fare a più di 50 anni?».

Quella degli ex Lsu esternalizzati è una figura simbolo nella scuola trasformata in un’impresa postfordista. Sono uno degli anelli della catena che prevede tre tipologie di contratti per le pulizie e la sicurezza: oltre a loro ci sono i cosiddetti «appalti storici» (sono 5 mila e vengono da storie lavorative ancora più travagliate degli «ex Lsu») e il personale Ata stabile o precario iscritto in graduatoria.

Questa organizzazione mette in concorrenza i lavoratori. Con il governo Letta lo saranno anche con gli universitari, a dimostrazione che l’austerità impone una guerra di tutti contro tutti per accaparrarsi l’ultimo centesimo pubblico rimasto in bilancio.

Gli addetti alle pulizie vivono alla base di una piramide molto complicata. In alto c’è il Miur che eroga un assegno ad una scuola. La scuola paga una fattura al consorzio che ha vinto una gara d’appalto indetta dalla Consip. A loro volta i consorzi pagano le ditte subappaltatrici che assumono questi lavoratori. Se fossero assunti probabilmente il Miur spenderebbe meno per le pulizie delle scuole. Lo prevederebbe anche un decreto del 1999 che riservava agli ex Lsu il 30% dei posti di chi andava in pensione. Ma è stato sospeso, e sono stati inutili i ricorsi al Tar, mentre «i sindacati hanno garantito il loro personale» osservano gli addetti siciliani.

Il capogruppo Pd alla Camera Roberto Speranza ha promesso di occuparsi della vicenda e di dissuadere il governo e il suo ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza a non tagliare il fondo. Oppure a tagliare qualcos’altro.

A Anna, Giuseppe e Cristina basterebbe ripristinare il fondo com’era prima della stagione dei tagli: “550 milioni di euro andavano bene. Si riusciva a lavorare” dicono. Il loro appello sarà ascoltato dagli  universitari e dai ricercatori precari che aspettano i concorsi? Si potrebbe iniziare con un comunicato per dire che un posto proprio non lo vogliono se è finanziato con i soldi degli addetti alle pulizie.

 Pubblicato su La furia dei cervelli