closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Antiviolenza

Lisa, un altro femminicidio annunciato

Anarkikka, il personaggio di Stefania Spanò
(da cui sbirciare il mondo)

Lisa Puzzoli, 22 anni, è morta venerdì 6 dicembre verso le 18.30 a Villaorba di Basiliano, un paese vicino Udine, accoltellata dal suo ex, Vincenzo Manduca, un macellaio 27enne residente a Santa Sofia, in provincia di Forlì-Cesena, con cui aveva una figlia di due anni. Lisa era rimasta incinta nella breve relazione avuta con l’uomo e da cui era nata una bambina di cui Vincenzo, aveva messo in dubbio la paternità tanto da far iniziare un procedimento con verifica del dna. Alcune amiche, dopo la tragedia, hanno raccontato come Lisa fosse perseguitata dal suo ex da tempo, confermando che i problemi erano iniziati da dopo la nascita della piccola soprattutto per i contrasti sull’assegno di mantenimento, e descrivendo quello che per Lisa è stata una tortura: “L’ha picchiata, le ha rotto lo sterno, un giorno ha chiuso Lisa con la bimba in macchina. Per lei vivere era diventato un incubo, non usciva di casa, aveva paura di lui, veniva seguita sempre dai genitori”. Lei viveva con la bambina in una casa vicina ai genitori, e il suo ex l’ha raggiunta con un coltello in tasca uccidendola davanti al fratello appena la donna ha aperto la porta di casa. Lui era andato da lei per parlarle, e lei aveva aperto la porta, come fece Stefania Noce, circa un anno fa, con il suo ex fidanzato che la massacrò a coltellate, uccidendo anche il nonno che cercò di difenderla. Ma Lisa aveva segnalato la sua situazione, aveva denuciato il suo ex e aveva fatto come anche la ministra della giustizia Severino ha suggerito, alla vigilia del 25 novembre (Giornata internazionale contro la violenza sulle donne), dicendo che chi subisce violenza deve denunciare e che “la donna non reagisce perché non è supportata, è isolata, si vergogna e ritiene che l’amore possa vincere tutto e questo è un grande errore”. Lisa invece questo errore non l’aveva fatto e il suo ex lo aveva denunciato per ben tre volte e lo aveva portato in tribuanle per avere l’assegno di mantenimento per la bambina di cui lui aveva anche messo in dubbio la paternità. Ed è per questo che oggi i genitori di Lisa, il fratello, ma anche tutte noi ci chiediamo: a cosa serve tirare fuori il coraggio e denunciare, se poi le donne non vengono ascoltate, e se non vengono applicate le norme esistenti? Come la sorella di Carmela – la ragazza uccisa a Palermo un mese fa – che aveva chiesto aiuto ai carabinieri per fermare il suo ex che la perseguitava, anche Lisa non è stata ascoltata in maniera adeguata, e il suo ex poteva avvicinarsi alla sua casa tranquillamente con una scusa che è costata la vita di Lisa.

Se oggi la piccola è costretta a ritrovarsi senza una madre e con un padre assassino, la responsabilità non è né di Lisa, né dei genitori, e lo stesso autore del delitto ne è responsabile solo in parte, perché essendo stato segnalato il pericolo che la donna correva, il vero responsabile di questa morte, come di altre, è lo Stato italiano. Lisa è la 118sima vittima di femminicidio in Italia, comprese le vittime collaterali, dall’inizio dell’anno e fa parte di quell’85% di donne che hanno subito e subiscono violenza all’interno di relazioni intime, ma soprattutto è compresa in quel 70% di donne uccise che avevano già segnalato episodi di violenza. Ed è questo dato che ci fa capire che la vera responsabilità di questa morte è lo Stato, le isituzioni, e in particolare un governo che seppur sollecitato da mesi sulla questione del femmincidio in Italia – da tutte le donne e da tutte le associaizoni e in particolare da quelle che hanno promosso e aderito alla Convenzione No More! – non ha concretamente alzato un dito. A cosa serve che il governo italiano firmi la Convenzione europea di Istanbul contro la violenza domestica, se poi non solo non la ratifica ma soprattutto non la adegua alla situazione italiana nell’applicazione di politiche dirette e immediate che abbiano l’obiettivo di prevenire, più che di punire, il femminicidio su scala nazionale? Che ce ne facciamo di nuove leggi contro il femminicidio (ce ne sono già due depositate: il ddl Serafini e il ddl Bongiorno-Carfagna) se quelle che esistono non vengono applicate? Perché gridare e indignarsi “dopo” la morte di queste donne torturate e vessate per anni in casa, fuori casa, da mariti, ex, fidanzati, che si sentono liberi di compiere reati su donne che non godono di nessuna tutela e protezione, malgrado in Italia esistano norme che vanno in questa direzione? A che serve dare l’ergastolo a chi uccide la moglie, se prima non si cerca di salvare le donne che sono in pericolo?

La mamma di Lisa, Mariella Zanier, ha detto chiaro e tondo: “Sapevamo che prima o poi sarebbe successo qualcosa di terribile a Lisa. Questa è una morte annunciata”, e il padre, conferma che “C’erano state denunce per maltrattamenti, poi la sentenza del tribunale, il mese scorso, per la bambina. Nonostante questo non è stato possibile prevenire l’uccisione di nostra figlia. A questo punto mi chiedo a cosa serva la legge se non tutela una ragazza dalla violenza, se non impedisce una tragedia come questa. Adesso io e mia moglie restiamo qui con una bambina di due anni da crescere”. L’uomo che ha ucciso Lisa era stato denunciato per stalking, minacce e lesioni, e si è presentato da lei con la scusa di discutere aspetti legati al mantenimento della figlia, ma con sé aveva un coltello con cui ha ucciso la donna, una premeditazione che Lisa non poteva sapere ma che poteva immaginare se qualcuno glielo avesse fatto notare. Chi? Le istituzioni a cui si era rivolta per essere tutelata, per esempio. Lisa ha acconsentito di ascoltare il suo assassino, anche se malvolentieri, perché non era consapevole, fino in fondo, del pericolo che correva: ma questo è un classico nelle dinamiche di femminicidio in ambito di relazioni intime perché se lo Stato non interviene in maniera adeguata, e consapevole del rischio che la donna può correre, perché se ne deve rendere conto la donna che in fondo con quell’uomo ha convissuto e che magari un tempo era anche diverso? Se le stesse istituzioni, che sono lì per questo, non sono in grado di valutare un rischio così alto, perché dovrebbe rendersene conto la donna, che vive già una condizione di stress e di frustrazione grave dovuti alla violenza che subisce? Quanti sono, ancora oggi, gli uomini che dopo maltrattamenti, persecuzioni, botte, violenza, torture e anche stupri, girano e perseguitano liberamente le ex, e si presentano a casa con la scusa di vedere i figli, o altro, solo per vessare e minacciare?

Nell’incontro con i giudici che si è svolto la scorsa settimana a Roma, “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare”, è stato messo in evidenza da tutti i presenti, come la violenza nelle relazioni intime sia la forma più estesa della violenza contro le donne, e come all’interno della famiglia siano presenti reati come maltrattamenti, ingiurie, atti persecutori, violenza fisica ed economica ma anche sequestro di persona e tortura, con effetti devastanti nei confronti dei minori quando presenti. Solo alla Procura di Roma sono stati avviati circa 6.000 procedimenti in un anno riguardanti le varie forme di violenza contro le donne, e in particolare Maria Monteleone, procuratrice aggiunta alla Procura della Repubblica di Roma, ha sottolineato come “Molte delle realtà familiari, all’interno delle quali si scatenano forme di violenza indicibile, si caratterizzano anche per il fatto che queste violenze si protraggono nel tempo con conseguenze devastanti per le vittime che sono nella quasi totalità donne. Si consideri che molti dei fatti che poi evolvono in condotte aggressive di maggiore gravità, spesso sono preceduti da episodi che vengono minimizzati e trascurati, e che anche dagli organi inquirenti sono trattati come banali liti, dando luogo all’avvio di molti procedimenti che finiscono al giudice di pace rubricati come ingiurie, diffamazioni, minacce o lesioni volontarie semplici: il tutto con gli intuibili esiti. Bisogna avere la capacità e la disponibilità per attenzionare ogni episodio di violenza che è portato a conoscenza delle forze dell’ordine. E’ un dato acquisito che in pochi casi la violenza si ferma a un singolo fatto, mentre risulta che molto spesso ci si trovi di fronte a un crescendo di gravità, e un intervento tempestivo può impedire che la situazione evolva in maniera ancora drammatica. Innanzi tutto si deve assicurare un’effettiva e concreta assistenza legale alla vittima fin dal momento in cui deve presentare la querela o la denuncia – continua Monteleone – e bisogna introdurre modifiche legislative specifiche per la parte offesa anche nella fase delle indagini preliminari. In tale ambito rientra il ruolo fondamentale che deve essere riconosciuto alle associazioni a tutela delle donne che svolgono un ruolo delicatissimo e che vanno potenziate. E’ innegabile come nei casi più gravi, e sono molti, sia necessaria una strategia di sostegno e di presa di coscienza della vittima di tale sua qualità, ovvero di farle acquisire la consapevolezza che è parte offesa nel processo e che deve riappropriarsi dei propri diritti in quanto persona”.

Monteleone ha insistito sul fatto che “La strategia  nella quale occorre muoversi è che la violenza su una donna non è un fatto privato, non riguarda soltanto l’autore e la sua vittima, ma è un fatto che va a incidere sulle fondamenta di una società civile, quindi impone l’intervento dello Stato”, indicando possibili modifiche che non vadano nella direzione della punizione, anche perché quando una donna è morta poco importa che l’uomo vada all’ergastolo (come vorrebbe la coppia Bongiorno-Carfagna). “E’ auspicabile – dice Monteleone – che nel caso di lesioni volontarie sia considerata come circostanza aggravante la qualità di coniuge o convivente della vittima, e ciò potrebbe avvenire attraverso la modifica del n. 2 dell’art. 576 codoce penale, al quale rinvia l’art. 585, che attualmente contempla come aggravante l’ipotesi del fatto commesso contro l’ascendente o il discendente. A ciò aggiungerei l’introduzione di nuove e specifiche misure precautelari che consentano al pubblico ministero di disporre immediatamente e provvisoriamente l’allontanamento dalla casa familiare e/o il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Tra i reati spia che devono essere attenzionati in modo particolare, non vi è dubbio che debbano esserci gli atti persecutori”. In questo incontro è stato più volte ribadito che il problema non è l’inasprimento della pena ma la sua giusta esecuzione attraverso le normative già presenti, in quanto si ravvisa spesso, nei tribunali, la mancanza della sua effettività o comunque la minimizzazione di certi comportamenti lesivi. E che di fronte alla massima garanzia dell’imputato, si debba prevedere la massima assistenza e protezione della vittima, che molte volte non ha piena consapevolezza, tanto da riferire erroniamente a se stessa, parte della responsabilità di ciò che è accaduto.

  • TOMASO CRAVERO

    adesso basta violenze sulle donne : facciamo sul serio : voglio, esigo, pretendo il reato di femminicidio

  • Paolo1984

    comunque lui si era portato dietro il coltello quindi non era lì per “parlarle”

  • Paolo1984

    “da riferire erroniamente a se stessa, parte della responsabilità di ciò che è accaduto.”

    a volte ci si sente in colpa per aver scelto l’uomo sbagliato.è comprensibile anche se non è giusto,

  • Paolo Piccolo

    Buongiorno,
    mi piacerebbe entrare in contatto con Lei, vivo da vicino una vicenda molto amara di violenza sessuale sui minori (incesto) e mi piacerebbe poterne parlare per far conoscere cosa accade nel sistema giudiziario italiano quando si affrontano questioni come queste.
    Grazie

  • Daniela P

    La violenza sulle donne si “respira” in ogni cose . Avete fatto caso a come anche gli aspetti legati all’espressione di una sessualità violenta siano diventati consuetudine? Non solo la mercificazione del corpo delle donne in pubblicità e negli spettacoli televisivi ma una pornografia ssmpre più estrema che trascura la gioia e invoca..la morte ! Bisogna fare qualche cosa ! E lo dico anche come madre di un maschio che vorrei educare al rispetto , all’amore, alla gioia nella sessualità e non all’uso violento dei corpi..

  • Paolo1984

    Daniela..nessuna sessualità consensuale è davvero violenta per quanto “estrema” e anhe “disgustosa” possa apparire agli occhi altrui

  • pier

    scusate, non vorei sembrare indelicato…ma…mi viene in mente che, innanzitutto, i maschi sono cresciuti da madri, ed i loro riferimenti adulti sono femminili (asilo nido, elementari, medie)…è possibile che tra le cause ci sia un rapporto “irrisolto” con la madre/femmina adulta (non so…gelosia e possesso mi sembrano attributi dell’amore infantile..ma qui è un infante con forza di uomo..?)? ..non ho mai sentito nulla sul tema…possibile che non ci sia influenza, e di che tipo?

  • Paolo1984

    influenza sicuramente c’è..ma comunque i maschi e femmine sono cresciuti in media da entrambi i genitori i quali influiscono..con la loro presenza e anche con la loro assenza.
    In generale direi che non tutti i bambini con una infanzia tremenda diventano carnefici ma sicuramente nessun bambino amato in maniera equilibrata diverrà un carnefice e sopratutto carnefice della sua compagna