closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Nuvoletta rossa

L’irresistibile ebbrezza degli anni Ottanta: intervista a Igort

Riparte da Bologna la leggenda di Valvoline, collettivo fondato nei rutilanti anni Ottanta da un gruppo di sceneggiatori e artisti entrati nella storia per spostare i confini del fumetto un po’ più in là. La mostra «Valvoline Story» allestita fino al 30 marzo prossimo presso la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna racconta quella irripetibile parentesi attraverso 3 sale, 180 disegni, 60 stampe, oltre a video, memorabilia e oggetti di design. A presentarla al manifesto, Igor Tuveri, fondatore del collettivo e patron di Coconino Press, casa editrice che cura il catalogo dell’esposizione e le ristampe degli storici cinque volumi Valvoline Motorcomics a firma Igort, Mattotti, Carpinteri, Jori, Brolli e Kramsky. Un’intervista “extended play” che integra e completa quella pubblicata sul quotidiano e sul sito.

Le chicche della mostra, tavole a fumetti a parte.

Non so se riesco a essere abbastanza lucido, ma credo che la mostra sia una sorta di happening, una festa che va anche oltre Valvoline. È, mi pare, il segnale che Bologna si voglia riappropriare della sua storia, della sua “creatività”. Ci siamo passati in tanti sotto le due torri, anche quelli che come me non ci sono nati, ma che hanno amato la città. E secondo le stime ufficiali, alla mostra il giorno dell’inaugurazione sono passate circa 2000 persone. Una cosa che ha stupito tutti, noi per primi. Pensa che la Fondazione del Monte, che ha ospitato l’evento, aveva deciso di regalare il volume «Valvoline Story» alle prime 200 persone. Stimavano che coinvolgessimo quel numero di presenze al massimo. Invece hanno distribuito 500 volumi e moltissimi sono rimasti senza. Ripeto, è un evento che devo ancora comprendere nella sua complessità.

Qual è il tuo ricordo più vivo di quegli anni Ottanta in cui Valvoline ha vissuto il suo momento di maggior fibrillazione creativa?

Valvoline è stato un lampo. Una manciata di anni dal momento dell’incontro fra me, Giorgio Carpinteri, con cui avevo studiato alle scuole medie, e Lorenzo Mattotti. Dal 1979 sino al 1984. Quello è stato il cuore creativo in cui ci si era ripromessi di attraversare piste non battute, di aprire i limiti in cui il fumetto era rinchiuso. Limiti che non appartenevano al linguaggio, che è spesso e stratificato. Un linguaggio ricchissimo che quasi nessuno, così ci pareva, utilizzava veramente.

Ognuno degli autori del collettivo, nel tempo, ha preso strade complementari ma autonome: illustrazione, design, pittura, Tv… trovare il punto di sintesi di vocazioni tanto eterogenee in un medium “bidimensionale” come il fumetto non dev’essere stato uno scherzo.

Il fumetto richiede una versatilità che altri medium non richiedono. Un autore è al tempo stesso sceneggiatore, dialoghista, regista, direttore della fotografia, costumista eccetera. È un linguaggio che unisce parola e segno. A noi pareva ovvio, non nutrendoci esclusivamente di fumetto, di aprire alle cose che amavamo. Io, per esempio, collezionavo libri di fotografia, di architettura, di cinema. È naturale che poi una serie di autori abbastanza eclettici si dedichi a esplorare quello che li stimola. Abbiamo disegnato di tutto e su qualunque supporto, raccontato perfino con la musica. I nostri disegni sono diventati moda, design, sculture, dipinti, tessuti, arazzi. Era un’attitudine semplice e diretta, la curiosità di un bambino applicata al pop, se vuoi. Una libertà che è stata figlia di un’epoca intelligente e disinvolta. Gli anni che hanno favorito la nascita di Valvoline come collettivo di autori di fumetto erano anni in cui si sentiva l’ebbrezza, dopo il fallimento politico degli anni di piombo, di una felicità e realizzazione possibile attraverso la creatività. Credevamo, e a mio avviso non a torto, che si potesse cambiare il mondo con i fumetti. Era ingenuo, ma profondamente vero. A me, autori come Muñoz o Moebius hanno cambiato la vita.

Pur nell’ambito del fumetto d’avanguardia, del comune milieu bolognese e di avventure editoriali comuni come quelle di «AlterAlter» o «Frigidaire», l’impressione è che i rapporti con la banda di Pazienza, Tamburini e soci fossero un tantino distaccati.

Tutt’altro. Con Paz viaggiavamo, litigavamo, disegnavamo insieme, fondammo perfino la Scuola del fumetto e delle arti grafiche italiane Zio Feininger. E fu una stagione creativamente felice. Poi, chiaramente, si era tutti in competizione: quando Andrea incontrò Carpinteri, che era mostruosamente bravo e giovanissimo (22 anni) ricordo che gli disse: «mi piace come disegni le mani». Non era stato un incontro, ma una specie di sfida all’ok corral. Ci siamo guardati, ammirati, sfidati a duello. Noi eravamo «il moderno». Paz mi disegna in «Pompeo», con un fez in testa, perché quando insieme andammo a Parigi io indossavo veramente un fez. Passavamo ore a parlare di cosa disegnare, a raccontarci le storie che avevamo in mente. Una volta mi sorprese chiedendo a me e Carpinteri cosa scrivere su una parete in una storia di Zanardi. Controllava con la massima attenzione perfino le scritte sui muri. Ma la scintilla scoccò con Massimo Mattioli, che nel 1984 fu invitato a entrare in Valvoline. E a unirsi al nostro modo di ragionare e vedere il fumetto, che era del tutto obliquo.

Igort, al secolo Igor Tuveri, in una immagine recente © Rai Trade

Igort, al secolo Igor Tuveri, in una immagine recente © Rai Trade

Al di là delle ricorrenze, come mai la ristampa organica dei Valvoline Motorcomics si è fatta attendere tanto a lungo?

Hai ragione, ma le dinamiche di un gruppo sono sempre strambe, imprevedibili. È andata così, di ritorno dal salone del libro di Torino del 2012 ho telefonato a Brolli e gli ho ricordato «Sai, l’anno prossimo è il trentennale di Valvoline, secondo te vale la pena di fare qualcosa o lasciamo perdere?». Se Daniele mi avesse invitato a lasciar perdere non ci sarebbe stata nessuna riedizione e nessun ragionamento a latere. Poi, man mano, ho chiamato tutti gli altri e abbiamo pensato di fare un numero nuovo su «Linus». La cosa si è evoluta sino a giungere alla pubblicazione dei volumi, alcuni dei quali non avevano mai visto la luce (la collana “Valvoline” di Milano Libri, in un certo senso, è un falso storico, visto che su quattro volumi due erano nati prima di Valvoline. Poi, la mostra, il nostro rileggere il lavoro che ha portato a Valvoline Story, il volume di “dietro le quinte”, testimonianze, disegni inediti foto, racconti, aneddoti, progetti che racconta il collettivo. Credo che ognuno di noi stia cominciando a fare il punto adesso, a realizzare cosa abbiamo fatto allora, nel bene e nel male.

L’epoca d’oro di Valvoline è quella delle riviste antologiche. Un format che sembra estinto, ma che sull’esempio di avventure editoriali come le vostre potrebbe trovare nuova linfa.

Bella provocazione. La risposta è sì. Vedo un futuro nelle nuove tecnologie che si intersecano sempre più con la produzione cartacea. Le riviste digitali offrono spazi virtualmente illimitati, colore, bicromia, bianco e nero. Una retro illuminazione rende i colori profondi. E puoi inserire, musiche, animazioni, video, Quello che vuoi. Potenzialità che all’epoca di Valvoline ci sognavamo.

Raccontaci la situazione del fumetto dall’ottica particolare di un autore scisso fra Italia e Francia.

Sono positivo, credo che sia una grande stagione. Dobbiamo solo fornire al lettore storie forti, vissute e raccontate in presa diretta. Vivere cose vere, uscire dal pre-fabbricato in cui indugia molto fumetto attuale. Perché quando si scimmiotta l’esistenza, quando le cose narrate sono pura maniera, io lettore me ne accorgo e mi annoio. Ma l’attenzione ora è grande, ed è possibile raccontare cose ricche, dolorose, importanti. Esperienze nel senso lato del termine.

La cover di «Sinfonia a Bombay» di Igort nella nuova edizione © Coconino Press/Fandango

La cover di «Sinfonia a Bombay» di Igort nella nuova edizione © Coconino Press/Fandango

Il tuo ultimo romanzo grafico pubblicato è “Quaderni Russi”. Su cosa stai lavorando attualmente?

Sto lavorando a “Quaderni mistici”, un libro documentario, un saggio filosofico e un’avventura nel mondo della ricerca spirituale. Un lavoro ambizioso. Spero di cavarne piede e di riuscire ad avvincere il lettore così come sono avvinto io quando ci lavoro. Il che, secondo Paz, era il segreto di un buon fumetto: divertiti e divertirai.

All’inizio del nuovo millennio hai fondato Coconino. Come vedi la scena del fumetto italiano «dall’altra parte della barricata», come editore?

Come editore, ho il privilegio di uno sguardo dall’alto, che non necessariamente è quello giusto. A volte, libri meravigliosi non sono premiati dal mercato, e magari altri meno meritevoli godono di numerose ristampe. La difficoltà è quella di convincere il lettore che un fumetto è, banalmente, un libro. Che esistono libri belli e libri brutti, indipendentemente dal fatto che siano raccontati con la penna o la matita. Sembra una cosa da niente, ma se riuscissimo a superare questa diffidenza saremmo in un mercato più sano. Come in Francia, che senza idealizzare, ha un mercato di 10 volte più grande del nostro.

Quali sono gli autori di fumetti che segui con particolare piacere?

In linea di massima gli autori che pubblico con Coconino, sono il primo fan del loro lavoro. Se mi capita di non dormire dopo aver letto un libro, o un progetto, è segno che mi trovo davanti a una cosa per cui mi batterò.