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La rete nel cappio

L’intelligenza collettiva in una «cloud» politica

«L’Eclissi», dialogo tra Carlo Formenti e Franco Bifo Berardi

Un dialogo tra due studiosi, osservatori, talvolta mediattivisti dell Rete, che

non concedono nulla al determinismo tecnologico spesso troppo presente nella network culture. Entrambi dichiarano una lettura partigiana di quanto sta accadendo nel web. Il primo, Franco Bifo Berardi, privilegia una prospettiva «antropologica»; il secondo, Carlo Formenti, è un filosofo di formazione. Entrambi però non nascondono che il loro dialogo punta a contribuire a una critica dell’economia politica della Rete. Il libro che hanno mandato alle stampe – L’Eclissi, Manni editore, pp. 96, euro 10 – suscita interesse e anche significativi dissensi, a partire, per esempio, dal diffuso pessimismo antropologico che scandisce il loro dialogo. L’aspetto tuttavia più interessante del volume è racchiuso nel sottotitolo – «Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica» – perché affronta direttamente molti dei nodi che la crisi globale ha messo in evidenza. In primo luogo che non è congiunturale, bensì mette in discussione proprio una civiltà; che l’uscita da essa può essere immaginata pensando allo sviluppo di forme di vita e di organizzazioni sociali che prendano congedo dal capitalismo; che la Rete è sì un condensato di tutte le tendenze – sociali, politiche, filosofiche – presenti al di fuori dello schermo, ma non ha, va da sé, nessun potere liberatorio. Tanto Formenti che Bifo affermano infatti che la Rete può essere sinonimo di sfruttamento, illibertà, assoggettamento a dispositivi pervasivi e soft di controllo sociale.

Il dominio democratico
Gran parte delle loro tesi sono condivisibili, a partire da come il web non sia quel luogo che consente di sviluppare forme di democrazia reale, come invece sostengono molti dei maître à penser del cyberspazio. Ma ciò che invece non convince appieno è la loro radicata convinzione che il regno del capitale è così potente che l’unica possibilità di sottrazione consiste nell’autorganizzazione sociale di consapevoli minoranze. Esito che Formenti propone timidamente, mentre Bifo ne è fortemente convinto, in particolare modo quando sostiene che la democrazia «reale» non è la migliore forma politica per organizzare la società perché ridotta a dispositivo di controllo e di annichilimento di qualsiasi attitudine critica.
Dunque, fuoriuscire dalla civiltà capitalistica prima che la sua crisi non si trasformi in apocalisse sociale e culturale. Ma come farlo? La strada di una autorganizzazione di minoranze può però portare a vivere in conviviali «riserve indiane» se viene meno un radicamento nei rapporti sociali di produzione. Ed è questo il punto di dissenso rispetto alle posizioni che emergono dal dialogo tra i due autori che chi scrive ritiene due dei migliori studiosi sulla Rete. Sia ben chiaro: se l’intento è quello di porre le basi, meglio di offrire materiali per una critica dell’economia politica della Rete il discorso deve partire dai rapporti sociali di produzione, d’altronde molto presenti nelle pagine di questo libro. C’è infatti la sottolineatura che il capitalismo contemporaneo ha preso forma dalla critica che i movimenti sociali degli anni Settanta hanno espresso nei confronti di un modo di produzione fondato su gerarchie feroci e sulla riduzione dei singoli a semplici appendici del sistema di macchine. Da quella stagione, le imprese hanno appreso molto, trasformando la loro organizzazione del lavoro in maniera tale che facesse leva invece proprio sulla tensione continua all’innovazione e alla messa a profitto di talenti individuali, conoscenza e, soprattutto, sull’intelligenza collettiva. Ma per esercitare il controllo il capitale ha elevato la precarietà a modello dominante dei rapporti di lavoro, mentre operava affinché la finanziarizzazione della «vita activa» prendesse il posto dello stato sociale.
Carlo Formenti si sofferma a lungo di come la retorica sulla creatività, del talento abbia accentuato le dinamiche di sfruttamento, al punto che anche i forum degli utenti di alcune merci sono diventati forme di lavoro gratuito per le imprese. Con un richiamo esplicito al pensiero marxiano, tanto Formenti che Bifo sottolineano che questa «grande trasformazione» non poteva che investire anche la dimensione politica e la stessa «antropologia». Della democrazia ridotta a strumento di dominio si è già detto; sui mutamenti cognitivi emerge la constatazione di come il tempo di elaborazione dei computer abbia superato le capacità di elaborazione del cervello umano, determinano una distorsione nella percezione della realtà. Inutile ribadire che anche questa parte sia una fotografia che mette bene a fuoco proprio il reale.

Oltre i social network
Di fronte a questa situazione il punto da cui partire sono dunque i rapporti sociali. E dunque dei meccanismi di organizzazione e di conflitto del lavoro vivo che abbiano la capacità di prefigurare relazioni sociali alternative a quelle dominanti. Da questo punto di vista, La rete può essere un terreno di sperimentazione di forme politiche che non ripercorrono strada già battute. Ad esempio, i social network possono essere usati proprio come terreno in cui la condivisione delle informazioni è la leva per forzare i meccanismi di sussunzione ora vigenti se virati come elemento di contraddizione e di irriducibilità a quanto stabiliscono Mark Zuckeberg per Facebook o Larry Page o Sergej Brin per Google. In altri termini, l’intelligenza collettiva va modulata come un cloud computing politico che metta in crisi quel circolo magico, per le imprese, in cui il lavoro gratuito degli utenti travasa nel lavoro salariato dei produttori di contenuti. Solo così è possibile pensare a forme di vita che si autorganizzano, creando i presupposti per il superamento della «civiltà capitalistica». In altri termini un modello reticolare di organizzazione politica del lavoro viva assume la Rete non come regno della libertà, ma come contesto in cui esercitare una critica alle forme di sfruttamento che nulla concede a una visione economicista, ma che sappia misurarsi proprio con il «ventre della bestia». Scrivono bene Bifo e Formenti sulla necessità di pensare alla conoscenza come habitat che può prevenire la catastrofe. E dunque come cloud computing politico per trasformare la vita dentro e fuori lo schermo.

articolo apparso su il manifesto del 30 settembre


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  • A

    La strada di una autorganizzazione di minoranze può però portare a vivere in conviviali «riserve indiane» se viene meno un radicamento nei rapporti sociali di produzione.

    Al contrario, proprio perché i rapporti sociali di produzione all’interno della rete sono completamente controllati dal dominio capitalista, una qualsiasi forma di autorganizzazione “interna” ad essi che cerchi di radicarvisi non farebbe altro, inevitabilmente, che finire per diventarne parte integrante.
    Occorre semmai, anche e soprattutto nell’ambito della rete, superare gli approcci che legano i rapporti sociali e la “produzione” all’interno di un qualsivoglia contesto di controllo o dominio, sia gli attuali approcci “capitalisti” (vincenti) che, anche, quelli che auspicano forme di dominio di tipo diverse finanche “socialiste” o “comuniste”. E in quest’ottica, la strada di una autorganizzazione di minoranze (definizione quantomeno infelicemente) appare non solo possibile e più appropriata alla “natura” della rete stessa, ma anche decisamente auspicabile.

  • A

    Di fronte a questa situazione il punto da cui partire sono dunque i rapporti sociali. E dunque dei meccanismi di organizzazione e di conflitto del lavoro vivo che abbiano la capacità di prefigurare relazioni sociali alternative a quelle dominanti. Da questo punto di vista, La rete può essere un terreno di sperimentazione di forme politiche che non ripercorrono strada già battute.

    e fin qui la premessa va anche bene…

    Ad esempio, i social network possono essere usati proprio come terreno in cui la condivisione delle informazioni è la leva per forzare i meccanismi di sussunzione ora vigenti se virati come elemento di contraddizione e di irriducibilità a quanto stabiliscono Mark Zuckeberg per Facebook o Larry Page o Sergej Brin per Google.

    solo che l’esempio conclusivo non convince per nulla… usare i social network (e proprio i peggiori: fb e g) per cambiare i meccanismi di sussunzione che essi stessi implementano è una contraddizione in termini: per quanto lo si faccia in modo “virato come elemento di contraddizione” si finirebbe inevitabilmente a diventarne parte, a divenire una “riserva indiana” (questa sì) INTERNA al sistema e giocoforza integrata in esso…

    invece, “la strada di una autorganizzazione di minoranze” (a mio parere troppo frettolosamente criticata e svilita nell’articolo), se anche portasse “a vivere in conviviali «riserve indiane»”, almeno va a collocarsi FUORI dal sistema e quindi (fosse anche solo per questo) in posizione decisamente più antagonista e in una propospettiva “altra”

  • benedetto

    la questione delle minoranze non è liquidata frettolosamente. Pongo solo il problema che le minoranze possono ovviamente autorganizzarsi, trovando forme non vincolate a una logica mercantile, ma che possono diventare significative se offrono spunti affinché i modelli facebook o google possono essere contestati. Il problema, va da sé, non è solo un softare o un social network migliore da tutti i punti di vista (software, organizzativo, libero), ma di come rompere il meccanismo che trasforma la condivisione in benzina per imprese tipicamente capitaliste.

  • A

    pongo solo il problema che le minoranze possono ovviamente autorganizzarsi, trovando forme non vincolate a una logica mercantile, ma che possono diventare significative se offrono spunti affinché i modelli facebook o google possono essere contestati

    tutto sta a vedere cosa si vuole intendere con “significative”…

    intanto, anche solo il semplice fatto che vi siano delle minoranze autorganizzate che agiscono la rete ponendosi (anche e soprattutto nella prassi) al di fuori delle modalità dominanti di fruizione controllate dal potere, costituisce già di per sè qualcosa di più che uno “spunto” di contestazione, risultando al tempo stesso (queste minoranze) soggetti intrinsecamente antagonisti oltre che modelli alternativi

    inoltre, il volere/dovere diventare “significative” non è necessariamente un assunto o una esigenza o una necessità “date” a priori… fermo restante l’obbiettivo del superamento dei meccanismi di dominio in atto, sono infatti possibili almeno due scenari: (1) in assenza delle condizioni minime per una alternativa, le suddette minoranze autorganizzate sono intrinsecamente “significative” (e a maggior ragione, rispetto a quanto detto prima) mentre (2) al contrario, la presenza delle condizioni suddette implicherebbe (a mio modo di vedere) l’esistenza di una massa critica rivoluzionaria di cui tali minoranze sarebbero solo una parte, più o meno importante e “significativa”… e in entrambi i casi questa caratterizzazione di “sigificato” viene a perdere di sigificato…

    Il problema, va da sé, non è solo un softare o un social network migliore da tutti i punti di vista (software, organizzativo, libero), ma di come rompere il meccanismo che trasforma la condivisione in benzina per imprese tipicamente capitaliste.

    appunto… e da questo punto di vista mi sembra molto difficile che la soluzione possa essere trovata pensando di operare in seno a quello stesso meccanismo che ci sta stritolando: gli ingranaggi di questo meccanismo sono saldamente controllati da altri e a noi viene lasciato, al massimo, il ruolo di singole piccole particelle di “benzina”, intercambiabili qualora non “funzionali” all’insieme e da espellere una volta bruciati e resi del tutto esausti dal continuo e intenso sfruttamento…

    probabilmente per arrivare a “rompere il meccanismo che trasforma la condivisione in benzina per imprese tipicamente capitaliste” occorre ampliare la prospettiva ben oltre la rete e i suoi meccanismi

    PS: (x benedetto) grazie per gli articoli che scrivi (sempre interessanti) e per le analisi e le discussioni a cui portano