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Poltergeist

L’insopportabile oscurità

C’è una teoria di  serie televisive che affrontano l’oscurità e i modi in cui questa si esemplifica nella vita dei personaggi, serie in cui lo studio del lato oscuro dell’umanità diventa godimento per gli abissi della mente umana e della sua capacità di trovare modi di dar loro forma. In netto contrasto con le serie dell’ultimo ventennio – una rutilante parata di dialoghi concepiti come fuochi d’artificio che si accavallano, di montaggi ipertecnici e futuribili, di regie robotizzate e magniloquenti – queste nuove serie appaiono quiete e dense, come fatte di una materia plasmabile e viscida, impenetrabile.

La prima cosa che si nota in queste nuove fiction è una fotografia che si incupisce in proporzione alla pesantezza del soggetto, una forma di ton sur ton che non serve a costruire lo stato d’animo voluto perché è stucchevole quanto il colore giallastro adottato troppo di frequente per i film che si svolgono negli anni venti. La cupezza si manifesta in molte forme ed è stata rappresentata in almeno altrettanti, colorati, fantasmagorici modi dall’arte. Munch affiora naturalmente alla memoria quando si pensa all’ondeggiare dei rossi e dei gialli del suo “Urlo” o al rosso rame dei capelli del “Vampiro”.

Pochi personaggi sono stati dark quanto la Regina della Notte nel Flauto Magico, eppure il suo canto è quello di un usignolo brillante, non di un orso inferocito.

Tutto in queste serie, in particolare in Hannibal, porta invece verso il buio, verso l’ostentazione del buio e lo spettatore si trova spesso nella condizione di non essere in grado di vedere, letteralmente, con chiarezza le scene – di qui l’ansia e l’angoscia che dovrebbero nascere da elementi strutturali più raffinati per non annoiarsi alla fine di fronte a uno schermo sostanzialmente nero.

Sono ormai tre stagioni che viviamo sotto la pioggia interminabile di una Portland lugubre quanto un girone infernale. La serie è The Killing e, come molte altre serie votate alla notte di questo ultimo torno di anni, si occupa di un solo caso da risolvere durante tutti gli episodi.

Claustrofobia, è questa la sensazione che si prova, più dell’angoscia, dell’ansia, del dolore o del terrore. Hannibal stesso, nonostante la pornografica ossessione con il modus operandi dell’assassino non comunica che claustrofobia. Riprendendo, senza averne bisogno, lo stile economico di girare in interni caratteristico delle serie precedenti agli anni novanta, queste fiction si costringono in stanzini e salottini densi di oggetti immersi nella cupezza di una notte senza fine: in Hannibal la casa del personaggio che dà il nome alla serie, ma che non sembra esserne il protagonista, è un fuoco d’artificio di “botti neri”, quei colpi finali tutti suono e niente luce che segnano la fine dello spettacolo pirotecnico. Questo eccesso di pesantezza, unito a un voyeurismo del raccapricciante tanto insistito da perdere ogni effetto emozionante, spogliano la serie di ogni interesse e nemmeno il pur attraente “vero” protagonista riesce a risvegliare il pubblico da una sorta di torpore carico di orrori.

Top of the lake, prodotto e in parte girato da Jane Campion cerca di trovare delle soluzioni che superino la sua fascinazione per il blu oltremare così ben ritratto in Lezioni di piano. Intendersi di oscurità e conoscere la notte dell’anima non è cosa semplice e a volte un campo di grano costellato da rimorchi di camion utilizzati a mo’ di abitazione comunica più angoscia di una buia cella di prigione. La serie è imbevuta di silenzi, di spazi interminabili, pianure nude e prive di significato, come le persone che le attraversano, normali esseri umani che acquistano interesse solo perché le loro vite si trovano improvvisamente a ruotare intorno a un evento speciale: la scomparsa di una ragazzina incinta. Un’arcigna e sempre straordinaria Holly Hunter sembra essere lo spirito della storia, con la sua scelta di isolarsi nel silenzio della prateria senza alcuna intenzione di fare proselitismo e tuttavia trovandosi circondata da una comunità nata spontaneamente di donne stanche del loro ruolo nella società.

Tra tutte queste serie, l’unica che comunica veramente qualche cosa di originale, tuttavia, è Rectify, un viaggio nel silenzio che si genera nella mente di un uomo che è appena uscito dall’isolamento del braccio della morte. L’impossibilità di comunicare diventa cifra stilistica e la serie è una collezione di silenzi che rivelano più di qualsiasi parola non solo il personaggio e il suo rapporto con il mondo, ma anche lo svolgersi stesso delle vicende. Sono le azioni – e le mancate azioni, gli atti inerti, lo spazio mai attraversato, in particolare quello tra le persone – a dare significato: lo strazio di trovare calore umano in una rivista pornografica dopo decenni in prigione, il mancato abbraccio tra fratelli, la sodomizzazione come forma di spiegazione di cosa significhi essere un carcerato. Il protagonista è un personaggio senza lati, non manifesta direttamente un lato oscuro, che sarebbe comprensibile, né uno di luce, nemmeno quando si avvicina alla religione spinto dal disarmante candore di una giovane donna. E in mezzo a tutto ciò, il silenzio, quello delle praterie, delle grandi pianure centrali del nord America, il silenzio delle piccole comunità, il silenzio di un uomo che non sa più esprimersi con le parole o che forse non ha più parole perché sono una forma di comunicazione per lui ormai lontana e inutile.

Creata e scritta dal premio oscar McKinnon, la serie, per tutta la prima stagione, non risolve il mistero del protagonista, fino alla fine forse colpevole e forse innocente del reato di omicidio per cui è stato nel braccio della morte e da cui è stato recentemente scagionato.

E del resto, come parlare di un eroe simile? Appunto così, senza parole.