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Quinto Stato

Terremoto nel Pollino: e l’Ingv licenzia i ricercatori precari

Il monitoraggio sismico e vulcanico è a rischio in Italia. Dal 1 gennaio l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) non sarà più in grado di lanciare l’allarme nel caso di un terremoto come quello nel Pollino. La Protezione Civile non disporrà delle informazioni che i 250 ricercatori precari dell’Ingv producono 24 su 24, tutti i giorni dell’anno. Uno scenario da incubo, ma la decisione è ormai presa: il direttore generale Massimo Ghilardi e il presidente dell’ente di ricerca Stefano Gresta hanno disconosciuto l’accordo sindacale che prorogava di 4 anni i contratti per 190 stabilizzandi e alcune decine di ricercatori a tempo determinato. Dopo il 31 dicembre queste persone perderanno un lavoro che, in media, svolgono da 15 anni.

Per riconquistarlo, dovranno partecipare ad un concorso che la dirigenza ha promesso di bandire tra pochi mesi, forse a primavera. E questo a dispetto della finanziaria 2007 del governo Prodi che ha stabilito la loro assunzione. Cosa mai avvenuta perché l’Ingv, come altri enti di ricerca, non possiede ancora una pianta organica. Pur avendo acquisito il diritto alla stabilizzazione, dopo avere attirato finanziamenti da 20 milioni di euro all’anno – soldi che permettono di pagare ampiamente gli stipendi – ai ricercatori è stato imposto di tornare alla casella di partenza. Da diritto acquisito, la loro ricerca è tornata ad essere un’incognita: il concorso bisogna vincerlo per continuare a svolgere un lavoro che si fa da tempo.
Un altro particolare arricchisce una vicenda assurda. Pensate che il concorso sarà per un posto a tempo indeterminato? No di certo. Sarà a tempo determinato. Alla scadenza i ricercatori dovranno affrontare un altro concorso, o aspettare l’ennesimo contratto. In attesa che questa, o un’altra dirigenza, decida di rispettare gli impegni presi dallo Stato. L’umiliazione è tale da spingere alcuni ricercatori a gettare la spugna. La tentazione è forte. Cercare lavoro altrove, forse all’estero. Anche perché nelle prossime settimane avranno tempo. In attesa del licenziamento sono infatti obbligati a usufruire delle ferie avanzate. In questo caos, il personale di ruolo sarà obbligato a svolgere il doppio o il triplo del lavoro. I precari del Centro Nazionale Terremoti, dell’Osservatorio Etneo di Catania, dell’Osservatorio Vesuviano a Napoli e in tutte le altre sedi dell’Ingv sono 250 su poco più di mille ricercatori. L’80% lavora nelle reti sismiche mobili sul territorio.
Il fisico Giovanni Muscari, 41 anni, da circa 15 si occupa del monitoraggio del buco dell’ozono. Ha fatto un dottorato negli Stati Uniti. Nel 2001 ha portato in Italia una strumentazione da mezzo milione di euro. Quest’anno non potrà andare in Groenlandia per continuare la sua ricerca. Sarebbe stata la quinta volta, ma la scadenza del 31 dicembre è un muro invalicabile. «Abbiamo fatto un calcolo – afferma – lo Stato ha speso per ciascuno di noi almeno 500 mila euro, tra laurea e specializzazione. Un investimento ripagato dagli investimenti ottenuti dai maggiori enti internazionali della ricerca».

Considerazioni che valgono poco sull’altare della spending review. Il costo del lavoro dev’essere tagliato, anche nel caso dei custodi della sicurezza della terra, e del cielo. Un calcolo non solo miope, ma insensato, perché nel migliore dei casi l’Ingv rischia la paralisi per alcuni mesi. Nel peggiore, perderà l’esperienza accumulata da anni. I precari che partirono nella notte del terremoto all’Aquila, o pochi minuti dopo il sisma in Emilia Romagna, e oggi lavorano nel Pollino, potrebbero essere gli eroi del ministro Profumo che lamenta l’incapacità italiana di attirare fondi di ricerca dall’estero. Invece oggi si interrogano su come continuare a pagare il mutuo.