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Anziparla

Tutte pronte? (non proprio)

La lingua cambia, si trasforma, si aggiorna. Nessuno ha mai sollevato grandi questioni intorno ai neologismi, a parte quando di mezzo ci sono le donne. Anche nel campo linguistico, le resistenze al riconoscimento della differenza femminile si fanno molto tenaci. Due esempi.

Il primo (che ricorderò velocemente perché ne ha già parlato –  molto bene – Loredana Lipperini) ce l’ha offerto Guido Ceronetti che venerdì 27 dicembre sulla prima pagina di Repubblica ha proposto di sostituire e mascherare la parola femminicidio – che è “orripilante”, la parola –  con un’altra: ginecidio, che deriva dal greco e che in “italiano suona benissimo”.

mestieri da donne

Una seconda interessante discussione è iniziata da un post di Paolo di Stefano su La27Ora: «Se le donne cominciano finalmente a occupare i posti che un tempo erano dominio assoluto dei maschi, è giusto che la grammatica si adegui». Il mondo è cambiato, le donne sono entrate in massa nel mercato del lavoro (e non certo l’altro ieri), ma la lingua resiste. Alla domanda fatta su Twitter quale fosse la parola preferita tra avvocato (per indicare una legale donna), avvocata o avvocatessa, le resistenze si sono sollevate con tutta la loro forza e con tutta la loro povertà di argomenti. Da parte di uomini e donne. Ecco le principali obiezioni che ho ricevuto quando ho espresso la mia preferenza: avvocata.

Obiezione numero 1: cacofonico, suona male.

Innanzitutto va detto che una regola sul genere grammaticale femminile di ruoli istituzionali e professioni è stata stabilita. L’ha fatto con un comunicato l’Accademia della Crusca ribadendo quanto già scritto nel 2011 nella Guida agli atti amministrativi fatta in collaborazione con il CNR: è corretto chirurga, avvocata, architetta, magistrata, ministra, sindaca e così via. E, precisa l’Accademia, è quello che è già accaduto per molti mestieri e professioni consolidate: infermiera, maestra, operaia, modella, cuoca, segretaria. Che non suscitano alcuna obiezione.

Insomma, ci siamo già passat* e siamo sopravvissut*. Iniziamo ad usare le forme corrette e ci suoneranno benissimo. Non facciamoci poi ingannare: le resistenze all’uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali ricoperti da donne sembrano essere fondati su ragioni di tipo linguistico, ma in realtà sono di un altro genere, molto più pericoloso. E arriviamo al secondo punto.

Obiezione numero 2: le parole non sono importanti (riassumendo e semplificando, ma mica poi tanto); è naturale dire così, la cosa che conta è la sostanza, è essere brave nel proprio lavoro; non c’è bisogno di un riconoscimento linguistico e una battaglia in questo senso è ideologica, femminista e dunque (la consequenzialità non è mia) anacronistica.  

Pensate a chi vi viene in mente se dico “segretaria” e pensate a chi vi viene in mente se dico “segretario”. E allora potremmo – ma non lo faremo – tirar fuori Foucault, Derrida, Luce Irigaray, il potere performativo del linguaggio nel femminismo inglese e molto altro. Mi limito a far notare che il linguaggio non è qualche cosa di “naturale”, è una costruzione che ha un soggetto e che rimanda a un sistema ben preciso. Quel soggetto ha un sesso e quel sistema (di potere), pure: è evidente nell’uso comune del plurale maschile per includere tutti e tutte, nella scelta di assumere l’uomo come uno dei due generi della specie umana ma allo stesso tempo come paradigma universale dell’intera specie (“l’Uomo”) o nella scelta dell’espressione “suffragio universale” applicata per lungo tempo (anche da giuristi e filosofi) a tutti gli uomini con esclusione delle donne.

La finzione dell’universale neutro in cui la differenza femminile scompare e viene inglobate (dal due all’uno) è uno dei trucchi più semplici ed efficaci su cui è stata costruita la società patriarcale. Il mio incontro (rivoluzionario) con il femminismo è accaduto proprio così, in un’aula di filosofia. Attraverso l’uso (sovversivo) del linguaggio: la mia insegnante si rivolgeva alla classe usando il plurale femminile. Ogni volta, si alzava un virile brusio di protesta. Alla fine della lezione è stato chiesto a noi ragazze perché quando qualcuno parlava includendoci in un presunto neutro maschile non avessimo la stessa reazione.

Ancora quei pericolosi femministi della Crusca:

Un uso più consapevole della lingua contribuisce a una più adeguata rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società, a una sua effettiva presenza nella cittadinanza e a realizzare quel salto di qualità nel modo di vedere la donna che anche la politica chiede oggi alla società italiana. È indispensabile che alle donne sia riconosciuto pienamente il loro ruolo perché possano così far parte a pieno titolo del mondo lavorativo e partecipare ai processi decisionali del paese. E il linguaggio è uno strumento indispensabile per attuare questo processo.

Obiezione numero 3: e quelle professioni che allora finiscono per “a”? Non vi bastano?

No. E faccio notare che sui libri di grammatica (ho qui davanti quello di prima media di mia figlia) tali professioni sono indicate come “eccezioni” alla regola generale: pianista, giornalista, artista, pediatra. Eccezioni. E nella stessa grammatica, ai nomi delle professioni di cui si conserva la forma maschile si consiglia di premettere il nome “donna”: “per evitare possibili dubbi o fraintendimenti”. Tradotto: per chiarire tanta e tale stranezza.

  • Simone Violi

    femminicidio allA linguA italianA

  • Giovanni Gugliantini

    Un’antica vignetta:

    Maestra; “Il femminile si forma dal maschile levando la O e mettendo la A.”

    Bambina: “E il maschile come si forma?”

    M: “Il maschile non si forma. Il maschile ESISTE.”

  • Paolo Scatolini

    niente è solo natura o solo cultura. Tutti noi siamo un mix di natura, cultura e storia senza che ciò ci renda eterodiretti. Ciò detto il linguaggio si evolve come tutto e con i suoi tempi. Ben venga l’architetta e la sindaca

  • Rossana

    mi piacerebbe partecipare a questa discussione su un argomento che reputo importantissimo per il riconoscimento delle identità rilanciando qui un mio piccolo contributo:

    http://www.iaphitalia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=545:una-lingua-qnon-sessistaq-sugli-usi-linguistici-non-ragionevoli-e-sul-tentativo-di-correggerli-di-rossana-de-angelis&catid=75:pubblicazione-di-articoli&Itemid=179

  • giulia siviero

    Grazie, interessante. G.

  • giulia siviero

    Ecco, appunto!

  • Erica Rampini

    Condivido pienamente tutto quello scritto nell’articolo. Da quando sono stata eletta mi faccio chiamare assessora. All’inizio mi ricordo ci furono molte “polemiche” e opposizioni, soprattutto perché suona male, ora, a forza di insistere e spiegare le mie motivazioni si sono convint* (o forse adattat*)