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Bar Condicio

L’importanza di lanciare un hashtag

L’hashtag è il metronomo della nuova politica italiana e soprattutto della sua comunicazione. Una volta lanciato, detta il tempo, impone l’agenda. E’ cool, sicuramente easy, quasi sempre smart e  (anzi &, fatemi essere trendy) funny. Semplice e immediato, buca la sfera emotiva, rimane impresso, apre un universo simbolico. Si impone nel lessico comune, basti pensare al famoso #enricostaisereno. Ma dura lo spazio di ventiquattr’ore. Un tempo lungo per twitter, ma un po’ troppo poco per la politica, che dovrebbe avere un respiro strategico, una visione di medio-lungo periodo. E’ qui l’equivoco: si scambia un tweet per un  progetto, un cinguettio per un programma politico. Twitter – come a suo tempo la televisione (che, giova ricordarlo, è ancora il mezzo di comunicazione più pervasivo ed efficace per plasmare l’opinione pubblica) e prima ancora la radio ed i giornali – è solo uno strumento, non la realtà. E men che meno la verità. Nessun altro mezzo di comunicazione è più facilmente manipolabile da mani esperte o da società adeguatamente attrezzate (Casaleggio docet), tanto che in ogni competizione elettorale, almeno dal 2008 in poi, chi fa campagna in rete deve prevedere dei gruppi di guerriglia online sui social. Ed allora già in molti si chiedono quale sia la fiducia nei confronti di una classe dirigente politica che utilizza cellulari e tablet in maniera compulsiva (o che li fa utilizzare ai propri collaboratori), ma che evita il faccia a faccia con i cittadini. La rete troppo spesso costituisce un vetro blindato che mette il politico in una teca virtuale e lo esime dal confronto diretto, quello serio, quello vero. Anche le contestazioni e gli insulti vengono assorbiti senza problemi perché ci si è ormai assuefatti. Nella vita reale, invece, non ci si può permettere di liquidare con una battuta le legittime richieste dei cittadini. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza. Ci vuole passione. L’eccesso di semplificazione ha contribuito poco a poco, tweet dopo tweet, a delegittimare la politica e soprattutto a mortificare la profondità del pensiero politico. Ieri 140 caratteri non sarebbero bastati ad un bimbo delle elementari per scrivere i ‘pensierini’, oggi sono sufficienti per i titoli di prima pagina. La vera utilità dei social network, che da soli avrebbero ben poche possibilità di penetrare l’opinione pubblica, è la loro capacità di fungere da moltiplicatori: una dichiarazione su twitter o facebook, necessariamente breve e quasi sempre efficace, viene ripresa dai media più importanti (tv e giornali) e diventa notizia. Il gusto della battuta sta sostituendo l’analisi e si spaccia la vetrina per interazione. La comunicazione politica sta scivolando sempre più velocemente verso il marketing pubblicitario. E la politica verso l’illusionismo. In sostanza: #èfumonegliocchi