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L'urto del pensiero

L’idea immortale. Galimberti, Fusaro e i limiti dell’umano

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di PAOLO ERCOLANI

 

 

L’idea più antica della Storia.

Capace di marcare nell’animo più profondo l’essere umano fino a connotarne l’essenza.

Un’idea precedente perfino a quella di Dio. Anzi, senza questa idea non sarebbe stato possibile per l’uomo concepire alcun Dio con le caratteristiche di eternità, onniscienza e onnipotenza.

È stato Descartes (o Cartesio), nella modernità, a spiegare che questa idea insita nell’essere umano è quella che gli consente di estendere il proprio sguardo e le proprie speranze in una dimensione trascendente. Nell’«Aldilà».

Sperando (o credendo) di trovare un interlocutore reale.

Questa idea antica quanto il genere umano risponde al nome di «perfezione».

L’idea di perfezione

L’idea di «perfezione» che l’uomo custodisce dentro di sé, è quella attraverso cui l’uomo stesso, per comparazione, consapevolizza tutta la propria imperfezione. La propria condizione di essere limitato, precario, esposto alla finitezza, tutt’altro che onnipotente, onnisciente, eterno.

Finché l’uomo, in quanto homo religiosus, dirige questa sua idea verso un’entità trascendente, o comunque una dimensione ulteriore rispetto al mondo terreno, allora riesce ad essere consapevole (e in qualche modo accettare) l’alto grado di imperfezione che concerne il mondo terreno.

Ma spesso, magari senza averne piena consapevolezza, l’uomo non resiste alla tentazione di «spalmare» (e riscontrare) sulla terra quella sua idea di «perfezione». Ammantando di «perfezione» dimensioni e realtà terrene che evidentemente perfette non sono.

Non possono esserlo, vista l’inemendabile imperfezione del mondo umano, anche se vorremmo tanto che non fosse così.

Con ciò finendo per auto-convincersi di visioni armoniche, favolistiche, provvidenziali, non conflittuali e non problematiche, che, invece, sono impossibili da riscontrare all’interno di qualunque dimensione o entità che abita il mondo umano.

Mondo umano che, in ogni sua sfumatura, è piuttosto caratterizzato dalla contraddizione, dalla conflittualità, dalla possibilità del disastro e, soprattutto, da quello che noi chiamiamo «male».

Quel male che distrugge le nostre illusioni di perfezione e armonia, quel male che spesso colpisce persone innocenti, non colpevoli di altro che non sia abitare questa tragica e disperata (per quanto anche meravigliosa) dimensione terrena.

Filosofi

Di tutto questo sembrano non tenere conto le posizioni nette espresse da Umberto Galimberti e Diego Fusaro rispetto alla cosiddetta «step-child adoption» (o adozione di un figlio non concepito all’interno di una coppia eterosessuale), argomento che poi finisce per essere esteso un po’ da tutti (impropriamente, stando alla proposta di legge) al tema dell’«utero in affitto».

Galimberti e Fusaro, colleghi stimabili e spesso protagonisti del dibattito politico sociale (con posizioni molte volte avversate da chi scrive, specie nel caso dello studioso del San Raffaele, come sa chi segue questo blog), sembrano cadere nel medesimo errore dell’homo religiosus come lo ho appena delineato.

Ciò pur pervenendo i due studiosi a posizioni nettamente diverse.

Da una parte Galimberti sostiene sostanzialmente che l’uomo si è sempre servito delle possibilità rese possibili dalla Tecnica, e quindi sarebbe sciocco, anti-moderno, inutile impedire alle coppie etero, come a quelle omosessuali, di non ricorrere ad essa per ottenere ciò che la Natura (per le ragioni più diverse) non consente loro.

In fondo, e qui c’è la sua parte di ragione, «fare» un figlio non può essere ridotto all’atto sessuale in sé (visione «materialistica» che contraddice l’essenza spirituale della religione cristiana), ma concerne anche quell’investimento di amore, cura e attenzioni che qualunque persona (e coppia) può essere in grado (o meno) di realizzare.

Dall’altra Fusaro, che partendo da un punto di vista da lui ritenuto rigorosamente marxista (con i limiti del «meccanicismo dogmatico», denunciati da Gramsci, di gran lunga superati in questo caso…), ritiene che bisogna concentrarsi sulle contraddizioni oggettive sociali e non su quelle soggettive che afferiscono alla sfera dei diritti individuali.

Questo per dire che il «capitalismo assoluto» della fase attuale porta avanti il disegno perverso di eliminare i diritti sociali, spezzare i legami della famiglia, distruggere le consuetudini della tradizione umana moderna (Dio, patria e famiglia, se non capisco male…), di fatto consentendo una maggiore libertà sessuale (in senso lato) soltanto per poi sottometterci in tutto il resto.

Questa visione conduce Fusaro a non ritenere prioritari (ma semmai strumentali al disegno del capitalismo assoluto), i diritti delle coppie omosessuali in discussione in questi giorni, di vedersi riconosciuti come famiglia e di poter adottare e crescere dei figli.

Che il dominio dell’economia sulla politica e sull’essere umano (quindi sulla sfera cosiddetta biopolitica) si sia esteso fino al punto di permeare di una logica economicistica (quantitativa, sottomessa al profitto) tutta la vicenda umana e sociale, mi sembra la parte condivisibile dello studioso del San Raffaele.

La patologia dell’homo religiosus

Sennonché, pur riconoscendo degli elementi di ragionevolezza, e plausibilità, in entrambe le posizioni, che peraltro giungono a conclusioni diverse rispetto alla questione dei diritti delle coppie omosessuali, le ritengo entrambe affette dalla patologia dell’«homo religiosus».

Ossia entrambe le posizioni rivelano un tentativo maldestro di divinizzare una dimensione terrena fino ad ammantarla di una «perfezione» che per definizione non può appartenere ad alcuna realtà mondana.

Tanto Galimberti divinizza nel senso che abbiamo detto la Tecnica quanto Fusaro lo fa con la Natura.

La posizione di Galimberti, da una parte, fondata sul fatto che l’uomo si è sempre servito della Tecnica (e quindi non si può impedire nulla che da essa sia permesso all’uomo), finisce con l’attribuire alla Tecnica stessa un’ineluttabilità ovviamente discutibile.

Specie tenendo conto del fatto (e queste cose Galimberti le sa molto bene) che declinabile sotto forma di Tecnica è stata anche la bomba atomica, ed oggi lo sono quelle scienze che lavorano, ad esempio, su questioni discutibili come la clonazione umana. Tecnica è anche la forma in cui si declina (e si attua) il potere totale di controllo sui cittadini da parte della politica e della finanza, ovviamente grazie alle tecnologie mediatiche.

Insomma, non è conferendo un senso di «destino», quindi di forza insormontabile e inevitabile, alla tecnica, che si può «giustificare» politicamente e legalmente qualsivoglia forzatura del corpo umano e dei suoi processi biologici.

Soprattutto, non può (e non dovrebbe) essere un umanista a teorizzare (di fatto) l’espropriazione della ragione umana dalla possibilità di contenere, guidare ed eventualmente fermare le espressioni della Tecnica che non siano ritenute atte allo sviluppo del benessere umano.

La centralità dell’essere umano

Nessuna preclusione aprioristica, ci mancherebbe, ma dovrebbero essere degli uomini e delle donne, esperti delle varie discipline coinvolte, a stabilire per esempio quanto sia dannosa o meno la pratica dell’utero in affitto, oppure due genitori dello stesso sesso che crescono dei figli.

Delegare tutto ciò all’ineluttabilità di una Tecnica ritenuta destinale (o peggio ancora perfetta) significa abdicare dal nostro ruolo di esseri umani critici e problematici. Quindi pensanti.

Dall’altra parte lo stesso discorso vale per Fusaro. Da dove, infatti, egli deduce che la Natura sia «perfetta», armonica e quindi non modificabile dall’operato umano, al punto da ritenere giusta e difendibile soltanto la cosiddetta famiglia «tradizionale» (o appunto naturale)?

La natura non è per nulla perfetta né esente dal male. Coppie ammirevoli non possono avere figli, mentre magari coppie indegne riescono ad averli e li crescono malamente. Coppie eterosessuali possono rivelare una genitorialità disastrosa, quando il mondo civilizzato (e moderno…) ci racconta di coppie omosessuali che attuano una buona genitorialità.

Può piacere o meno, ma la «natura» non è soltanto la visione idilliaca dell’uomo e della donna destinati ad accoppiarsi, riprodursi e vivere felici e contenti. Sappiamo che per tante ragioni le cose possono non andare così.

Così come sappiamo che la «natura» è anche quella che da secoli ci presenta istinti umani legati all’omosessualità, alla bisessualità e a tante altre forme di inclinazione sessuale che un Paese civile non può non tutelare anche legalmente.

Fusaro è efficace (e secondo me ha ragione) quando si oppone alla «teologia del Mercato», ma cade in un errore speculare quando la vuole sostituire con la «teologia della Natura».

In questo modo finisce che entrambi, Galimberti con la sua «teologia della Tecnica» e Fusaro con la sua «teologia della Natura», rimuovono dalla scena umana quello che dovrebbe essere il protagonista indiscusso: l’essere umano, appunto.

Che con la sua ragione problematica, con i suoi errori, ma anche con la consapevolezza di dover essere lui stesso il fine di ogni azione politica e sociale (e non fantomatiche divinità come il Mercato, la Tecnica o la Natura), avrà il compito di costruire un mondo in cui l’emancipazione, l’uguaglianza e la libertà siano le stelle comete.

Non ci sono divinità perfette a salvarci. Di sicuro non in questo mondo terreno. Prima ce ne rendiamo conto e prima impareremo a cavarcela con le nostre scarse forze di uomini e donne.

Imperfetti. Ma forse liberi.