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Street Politics

Libia: Il golpe Haftar e la battaglia di Bengasi

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L’accordo tra miliziani di Zintan e l’ex generale in pensione mette a dura prova il fragile stato

Giuseppe Acconcia

Il Cairo – Il generale in pensione Khalifa Haftar, 71 anni, ci ha provato di nuovo. In poche ore Tripoli e Bengasi sono piombate nel caos, esacerbato dal vuoto di potere dopo la fuga in Germania dell’ex premier Ali Zeidan nel marzo scorso.

La scena che si è presentata ieri mattina ai libici intorno al Congresso nazionale generale (Cng), il parlamento di Tripoli, ha richiamato alla mente il tentato colpo di stato. Nel lancio di razzi dell’esercito, per mettere in fuga gli assalitori, si contano due morti e 55 feriti, mentre i lavori del parlamento sono stati sospesi fino alle prossime elezioni.

Nella notte di domenica, il Cng è stato assaltato, mentre un’area limitrofa è stata data alle fiamme – secondo i «golpisti» veniva usata per l’addestramento di jihadisti del movimento legato al terrorismo internazionale Ansar al Sharia. E così si vedevano automobili bruciate dappertutto, mentre testimoni hanno confermato di aver sentito spari all’interno del parlamento. «Gli inservienti sono fuggiti tra i pick-up, occupati da uomini armati in borghese», ha spiegato Suleiman, un residente. Nell’assalto, sette dipendenti e due deputati sono stati presi in ostaggio dagli assalitori. Secondo le ricostruzioni della stampa locale, i miliziani di Zintan sono arrivati nel centro urbano della capitale libica a bordo di blindati dalla strada che collega Tripoli all’aeroporto. Gli uomini di Zintan sono noti alle cronache perché tengono in ostaggio il figlio del colonnello Gheddafi, Saif al-Islam. Con l’avvio del processo, si sono rifiutati di consegnarlo alle autorità libiche costringendo i giudici ad avviare le udienze con un collegamento video dal luogo segreto dove Saif è detenuto.

Proprio il presidente del parlamento, Nouri Abu Suhamein ha definito l’attacco un «tentativo di colpo di stato» puntando il dito contro i miliziani di Zintan e il generale Khalifa Haftar. Sebbene il ministro della Giustizia, Salah al Marghani si sia affrettato a smentire ogni legame tra l’assalto al parlamento di Tripoli e la battaglia di Bengasi, messa in atto la notte dello scorso venerdì dal generale Khalifa, l’attacco a orologeria al parlamento libico è avvenuto in un frangente molto delicato. Si è svolto a pochi minuti dall’annuncio della formazione del nuovo governo da parte del premier in pectore, Ahmed Maiteq, nominato due settimane fa tra mille polemiche. Il precedente attacco al Congresso da parte di miliziani armati era stato perpetrato proprio due settimane fa, nelle ore incerte in cui veniva nominato Maiteq, uomo d’affari vicino ai Fratelli musulmani libici, che hanno ottenuto la maggioranza dei voti alle politiche del 2012, e hanno deciso di procrastinare fino a fine anno la durata del parlamento, nonostante le critiche di militari e società civile. Per questo l’intera operazione è stata interpretata come un tentativo di liberarsi degli islamisti, impedendo la formazione di un nuovo esecutivo (il quarto dal 2011).

A cementare l’accordo tra il generale Haftar e i miliziani di Zintan ci sarebbe la conquista del potere in nome della lotta contro l’estremismo islamico. In verità l’accordo nasconde l’uso strumentale che questi gruppi fanno del caos in cui è piombato il paese dopo gli attacchi della Nato del 2011. Haftar, formatosi in Unione Sovietica, ha partecipato al colpo di stato del 1969 che portò al potere Muammar Gheddafi. Durante la guerra tra Libia e Ciad (1978-1987) Haftar venne fatto prigioniero dall’esercito ciadiano e abbandonato dal colonnello al suo destino. Venne liberato con l’intervento degli Stati uniti dove ha vissuto per venti anni. Accusato di spionaggio da Gheddafi e rientrato a Bengasi nel marzo 2011, Haftar venne nominato capo delle forze di terra dal Consiglio nazionale di transizione (Cnt). Poco dopo la caduta di Gheddafi, 150 tra ufficiali e sottufficiali lo nominarono capo di stato maggiore. Ma l’operazione non venne mai ufficializzata. Nel febbraio scorso, Haftar aveva annunciato in un video l’intenzione di promuovere un’iniziativa contro il governo libico.

Mantenendo le promesse, Haftar ha dato il via all’attacco (denominato Dignità della Libia) e attuato dal gruppo paramilitare da lui guidato, a cui si sarebbero accodate anche milizie filogovernative, l’aviazione di Tobruk e i paracadutisti di Bengasi. L’operazione, in cui sono stati usati aerei militari, ha causato 79 morti e 140 feriti, nella notte tra venerdì e sabato. Contemporaneamente, dagli schermi della televisione privata Libya al Watan, in seguito oscurata dall’esercito, il colonnello, Mokhtar Farnana, che ha detto di parlare a nome dell’esercito, ha annunciato la «sospensione» del Congresso nazionale libico. L’esercito regolare libico ha dichiarato immediatamente una zona di esclusione aerea sui cieli di Bengasi, minacciando di abbattere qualunque aereo militare sorvoli l’area, secondo gli ordini ricevuti dal premier uscente Abdullah al Thinni.