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Libia, dalla Nato due no a Silvio e Bossi

Frattini e Berlusconi la Nato l’avevano invocata per giorni e adesso che è l’Alleanza a guidare le operazioni in Libia vogliono già sapere con esattezza quando finiranno.

La distanza tra i confusissimi «Brancaleone» italiani e il comando atlantico a Bruxelles è massima. Con tanto di replica in diretta all’intesa tutta vernacolare tra Pdl e Lega sulla missione contro Gheddafi.

L’Italia chiede ai partner un «termine certo» per la fine delle operazioni? «Durerà il tempo che sarà necessario», risponde serafico Rinaldo Veri, il responsabile delle attività marittime di Unified Protector che – ironia della sorte – è proprio un ammiraglio italiano di stanza a Bagnoli. Di più: appena dal vertice di Palazzo Chigi trapelano sulle agenzie i virgolettati di un Berlusconi molto critico per la morte del figlio di Gheddafi Saif al-Arab sotto i bombardamenti a Tripoli, la risposta di Vieri è ancora più piccata: «Noi non colpiamo individui. Tutti i nostri target sono militari». «Non confermiamo la sua morte», aggiunge senza smussare una virgola la portavoce della Nato Oana Lungescu.

Insomma, visto da lassù (e da Tripoli), l’impegno italiano non cambia né può cambiare nei termini chiesti e ottenuti dal Carroccio. I nostri Tornado continuano a bombardare sotto il comando alleato e le nostre navi pattugliano il Mediterraneo esattamente come prima. Tre ore di vertice tra ministri e dirigenti parlamentari di Lega, Pdl e «responsabili» hanno partorito un gigantesco topolino.

Oggi alle 13 la camera approverà le quattro mozioni sulla Libia. Una della maggioranza e ben tre delle opposizioni (Pd, Idv e terzo polo). Un caos totale.

Il governo sostanzialmente ha dovuto accettare le richieste propagandistiche della Lega sul «termine certo per la fine delle operazioni» con una clausola di salvagurdia tanto anodina quanto pregnante: purché «in accordo con le organizzazioni internazionali e i paesi alleati».

Pari e patta sulla spinosa questione del finanziamento della missione. La Russa ha ottenuto che fosse cancellato il riferimento ai «fondi ordinari» della Difesa ma in cambio il governo si è impegnato a «evitare ulteriori aumenti» delle tasse.

L’unico punto nuovo e non secondario inserito dopo il vertice è l’impegno a tagliare «gradualmente e in modo concordato» con Onu e alleati le altre missioni militari all’estero. Una voce di bilancio molto onerosa (più di 1,5 miliardi all’anno) che Tremonti da tempo non vede l’ora di «razionalizzare».

La partita dei Napoleone italici finisce qui. Un pari e patta che tutta l’opposizione definisce con termini che oscillano tra la «farsa», l’«idiozia» e la «pantomima».
Berlusconi è preoccupatissimo. Cita sondaggi secondo cui «il 72% degli italiani è contrario alla guerra in Libia». Come se non fosse stato lui il premier dell’altrettanto impopolare invasione dell’Iraq.

L’importante, per il premier, è tirare a campare. Tuttavia visto che il metodo leghista funziona, i «responsabili» in attesa di poltrone alzano subito l’asticella. «La missione deve finire entro luglio, non può andare avanti sine die», sentenzia il capogruppo Luciano Sardelli. Bombe carta inutili fuori dai confini italici ma che servono a tenere il campo fino al consiglio dei ministri di domani, in cui Berlusconi dovrebbe onorare il debito con la nuova infornata di sottosegretari. Quasi sicuri i 4 responsabili: Cesario, Pionati, Polidori e uno dell’ex Mpa tra Misiti, Belcastro e Milo. Ma non è affatto escluso che il Carroccio tanto litigioso si calmi con un paio di nuove poltroncine.

L’ambiente nella maggioranza infatti resta teso. Bossi rimane a Gallarate per la campagna elettorale e non va al di là di un contatto telefonico con Berlusconi. Una presa di distanza ipocrita e più che altro a uso propagandistico.

Per sfortuna dei nostri leader, il mondo reale esiste. E domani farà capolino nel vertice internazionale sulla Libia che Berlusconi ha voluto tanto fosse fatto a Roma dopo Parigi, Londra e Doha. Il premier incontrerà Hillary Clinton dopo la riunione alla Farnesina dei ministri degli Esteri di Italia, Francia, Usa e Gb. Ci saranno inoltre Mahmoud Schmamam, portavoce del Cnt di Bengasi, e alti dirigenti dei 22 paesi che hanno accolto la risoluzione Onu.

Due, soprattutto, i punti all’ordine del giorno. L’avvio di un negoziato politico che porti a un cessate il fuoco senza Gheddafi ma con esponenti dell’attuale regime. E la fornitura di armi (pardon, «strumenti di autodifesa») e di finanziamenti ai ribelli.

Il Cnt ha quantificato le sue prime necessità in 3 miliardi di dollari altrimenti la Cirenaica in rivolta entrerà in bancarotta prima ancora di nascere. Potrebbero essere un prestito da sanare con i beni esteri di Gheddafi congelati oppure pagamenti veri e propri in cambio di petrolio una volta che il commercio ripartirà. Frattini preferirebbe questa seconda ipotesi e come al solito azzarda ottimismo: «C’è molto più di un piano» per mettere fine alla crisi libica e convocare un’assemblea costituente. Sarà.

dal manifesto del 4 maggio 2011