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Libia, 14 aerei italiani in volo, giallo sulle bombe

Berlusconi resta cauto e diserterà il parlamento. Palazzo Chigi ha accolto il parziale cedimento della Francia sul comando Nato come una prima vittoria. «Adesso basta navigare a vista, bisogna pensare al dopo e avere obiettivi chiari», si sfoga Berlusconi. Il governo italiano continua a essere del tutto pessimista sulla «riuscita» dei bombardamenti sulla Libia da parte di Usa, Francia e Gb.

Il «dopo», per il premier, non vuol dire necessariamente che Gheddafi o chi per lui sarà messo definitivamente fuori gioco. Anche per questo Berlusconi continua a ritagliarsi un ruolo da tessitore. Anche con accenti grotteschi e inediti – almeno in Europa – come «il dolore personale» espresso lunedì a Torino per il comportamento del dittatore libico. Non a caso, però, Palazzo Chigi assicura che gli aerei italiani che continuano a volare sulla Libia «non hanno bombardato e non bombarderanno».

Qualche dubbio però rimane. L’impegno militare italiano è già straordinario: 7 basi coinvolte, 5 mila uomini dell’Aeronautica in assistenza ai velivoli propri e alleati, altri mille uomini della Marina, 5 navi e un nutrito gruppo di elicotteri e aerei (Tornado, Typhoon, Amx, F-16 e Harrier Av-8).

A Trapani Birgi decolli e atterraggi si sono susseguiti per tutto il giorno. Almeno 14 in totale gli aerei coinvolti. Due missioni al mattino (ciascuna da 2 Tornado Ecr, 2 F-16 e 1 tanker per i rifornimenti) e altre due la sera, con 2 F-16 partiti intorno alle 19 più altri 2 Tornado Ecr prima delle 21 (senza tanker).

Ma hanno sparato o no i loro missili? Il capo ufficio stampa dell’Aeronautica Achille Cazzaniga, arrivato a Birgi, non replica: «Preferisco che rispondano le autorità competenti». L’aviazione però ha perfino corretto e ammorbidito un comunicato ufficiale di domenica che lasciava più di qualche ambiguità sull’argomento. Di fatto, avere notizie precise sulla natura reale delle missioni italiane è difficile. Gli F-16 partiti ieri sera, per esempio, sono tornati alla base dopo meno di un’ora, un tempo decisamente molto breve per un’operazione su suolo libico.

Il premier si prepara al passaggio chiave del consiglio straordinario di Bruxelles consapevole che finora è rimasto completamente fuori dalle decisioni che contano. Il parziale cambiamento di rotta sull’Alleanza atlantica è stato infatti deciso da una telefonata di Obama direttamente a Cameron e Sarkozy. La stessa formula che, di fatto, aveva sancito sabato il via libera alle operazioni un paio d’ore dopo il via libera dell’Onu alla risoluzione 1973.

La strada del Cavaliere è piena di ostacoli. Stamattina il consiglio dei ministri sarà preceduto da un vertice informale a palazzo Chigi per limare fino all’ultimo le divergenze con la Lega. E’ ormai ufficiale – salvo sorprese – che Berlusconi non parteciperà al dibattito di oggi in senato e di domani alla camera. A differenza di Zapatero, Cameron e Fillon è l’unico capo di governo europeo a non presentarsi in parlamento. Al suo posto ci saranno La Russa e Frattini.

Non è ancora chiaro però se la maggioranza presenterà una mozione dura su immigrati e no-fly zone come chiesto dalla Lega. Le riunioni nella maggioranza continueranno ancora oggi ma è chiaro che un testo del genere sarebbe impotabile per l’opposizione (all’estero i voti a sostegno dei vari governi sulla Libia sono stati tutti bipartisan e con percentuali bulgare).

Tra il dire e il fare, per di più, c’è la regia di Napolitano. Il capo dello stato finora ha avallato e condiviso ogni decisione presa dal governo. Ma di certo più di ogni altra cosa il capo dello stato ha fatto capire a maggioranza e opposizione che si aspetta un voto largamente condiviso sull’impegno italiano. Udc e Pd sono pronti a votare il sostegno al governo. Del resto lo hanno già fatto nelle commissioni Esteri e Difesa, dove vista l’assenza polemica della Lega sono stati anche decisivi. Napolitano – dal suo punto di vista – non vuole sbavature. Anche perché sabato parte per una visita di stato proprio negli Stati uniti e di tutto ha bisogno tranne che di una rissa di cortile sui rapporti con l’Europa, la Nato o le Nazioni unite.