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Liberalizzazioni, il governo si prepara a graziare le banche sulle commissioni

Ha avuto un cammino molto tormentato ma il decreto liberalizzazioni è legge. Con 365 sì e 61 no (contrari solo Idv e Lega) la camera ha dato il via libera definitivo alle misure varate dal governo a fine gennaio.

Monti, presente in aula al voto finale, è naturalmente soddisfatto per il secondo tassello del «cresci Italia» ma il suo governo non ha certo fatto una bella figura su un terreno principe del curriculum europeo e internazionale del premier. Nel merito c’è già chi chiede un secondo decreto liberalizzatore.

Di sicuro, per esempio, ci sarà un intervento correttivo sull’abolizione delle commissioni bancarie decisa dal senato. A febbraio infatti Palazzo Madama ha cancellato tutte le commissioni su linee di credito, affidamenti e scoperti. L’Abi era insorta e i vertici, Mussari in testa, si erano dimessi per protesta denunciando possibili mancati ricavi per 10 miliardi di euro. La maggioranza Pd-Pdl-terzo polo (tranne Fli), poco dopo, ha ammesso “l’errore” come se nulla fosse e ieri è stato approvato un ordine del giorno che chiede al governo di intervenire. Lo farà immediatamente: forse già oggi con un minidecreto legge, prima della pubblicazione in gazzetta ufficiale in modo che il taglio non sia mai esistito.

Per sincerarsene, lo stesso presidente dell’Abi ha avuto fino all’ultimo minuto incontri con tutti i partiti in parlamento. In mattinata Mussari ha incontrato al Tesoro il viceministro Vittorio Grilli insieme al dg dell’associazione Giovanni Sabbatini, a lungo braccio destro di Grilli a via XX settembre.

Per Monti scivoloni molto pesanti però anche nel metodo. Prima la mancata copertura finanziaria della ragioneria di stato (assicurata soltanto ieri in extremis dal ministro per i rapporti col parlamento Giarda e da nessun rappresentante dell’Economia) che aveva innescato un duro confronto istituzionale tra camera e Quirinale. Secondo il Carroccio la mancata copertura di 5 norme del decreto lo renderebbe non “firmabile” dal capo dello stato. La firma di Napolitano però sembra tutt’altro che in discussione e anzi dovrebbe essere assicurata entro domani pena la decadenza del testo.

Dopo le proteste dei taxisti nei mesi scorsi, il 29 marzo sciopereranno le farmacie per tutta la giornata. Federfarma protesta contro una norma che – pena la chiusura dell’esercizio – obbliga i titolari di farmacia che hanno da 65 anni in su ad assumere un «farmacista direttore» più giovane. Per l’autorità di garanzia sugli scioperi la convocazione con un preavviso così breve, inferiore ai 10 giorni, è illegittima.

Anche gli avvocati sono sul piede di guerra per l’abolizione definitiva di tutte le tariffe professionali. Il parlamento però ha inserito una disciplina transitoria che le manterrà temporaneamente almeno in caso di liquidazione degli onorari da parte del giudice.

Tra i provvedimenti più sostanziosi l’introduzione dell’Imu alla chiesa per la parte profit (una norma che però richiede un’attuazione concreta molto complessa) e la separazione societaria entro settembre 2013 di Eni e Snam, in modo da creare una società di rete per il gas che potrebbe portare a un abbattimento dei costi energetici.

Molto rilevante anche l’obbligo per comuni e regioni di mettere a gara tutti i servizi pubblici locali (trasporti, rifiuti, luce, etc.) per le attività che valgono oltre 200 milioni.

Infine fa discutere – e lo farà ancora molto – il trasferimento obbligatorio in due tranche di tutte le giacenze di cassa «non vincolate» di comuni, province e regioni alla tesoreria unica statale. Si tratta di un gigantesco trasferimento di liquidità dai conti delle banche a quelli dello stato su cui soprattutto la Lega sta facendo fuoco e fiamme minacciando la disobbedienza. Tra i sindaci in prima fila quello di Verona Flavio Tosi, che afferma di poter perdere 1 milione di euro all’anno a causa dei minori interessi pubblici rispetto a quelli privati bancari.

dal manifesto del 23 marzo 2012