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Quinto Stato

Lì dove c’era uno Smeraldo oggi c’è Eataly

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Una grande abbaiata per imitare il coro di unanime plauso che accoglie ogni iniziativa di Oscar Farinetti, il patron di Eataly, il prestigiatore dell’autentico made in italy.  Il flash mob #lagrandeabbaiata è stato organizzato sabato 3 maggio  dalla rete milanese Attitudine NoExpo: Euromaydays and The Ned, Macao, Offtopic, La terra trema, San precario, Zam, Lambretta, Boccaccio, Rimake, Rimaflow, all’ex teatro Smeraldo, oggi Eataly Milano, in Piazza XXV Aprile a un passo da Corso Como.
Smeraldo, il teatro chiuso da un parcheggio
Proprio quello inaugurato il 18 marzo scorso, per il momento conosciuto per le polemiche sollevate dalla ristrutturazione. Eataly si è affidata all’impresa “Costruzioni europee” di Perugia che ha subappaltato una parte dei lavori di ristrutturazione dello Smeraldo a una ditta romena, la Cobetra: 25 operai, di cui uno specializzato in restauri e un solo capomastro. Secondo la Filca Cisl, gli operai romeni avrebbero percepii stipendi da fame: 500-800 euro per 40 ore settimanali. Eataly ha sostenuto di essere all’oscuro di questo subappalto. Sul suo Libro Unico del lavoro lo stipendio mensile dei muratori era di 2100 euro mensili, contributi inclusi. L’importazione del personale a basso costo dalla romania sarebbe avvenuto a sua insaputa.
Lo Smeraldo era un teatro che a Milano ha ospitato Cats, il Fantasma dell’opera, Evita, David Bowie, Astor Piazzolla e Springsteen. Oscar Farinetti, proprietario di Eataly lo ha rilevato da Gianmario Longoni che ha cercato di salvare il teatro dal fallimento. Longoni ha ricevuto lo Smeraldo da un lascito di famiglia, una di quelle antiche e nobili della Brianza. L’ex gestore del Ciak di Milano lo rilevò che era un cinema porno, portandolo ad essere un luogo per una programmazione più consona.
Una vicenda tormentata, quella che ha portato il teatro a chiudere, e poi ad essere acquistato da Farinetti. Aperto il 28 luglio del 2006, e terminato nel luglio 2012, il cantiere per i box di piazza XXV Aprile ha dimezzato la clientela e gli spettacoli del teatro. Stefano Boeri lanciò dallo Smeraldo la sua candidatura, Giuliano Pisapia fece il punto sulla sua giunta proprio qui.  Longoni ha detto di essere stato lasciato solo dall’amministrazione di centro-sinistra. Ha detto anche di essere stato schiacciato dalla concorrenza sleale degli altri teatri che tra l’altro percepivano aiuti pubblici, mentre lui ha cercato di fare da solo,da imprenditore indipendente. 
Una brutta storia, e triste, che parla della commistione tra cultura e spettacolo, unico strumento per far sopravvivere un teatro dove i fondi pubblici sono sempre più esigui e sempre più nelle mani di pochi. 
Apologia del tempio del gusto
Da quando la cultura-spettacolo-Tv, quella per intendersi degli spettacoli di Brignano o Panariello a teatro, è stata integrata e ricodificata nel nuovo del made in Italy – Eataly – i teatri sono diventati i possibili contenitori di una forma di marketing aggressivo e vincente. Come lo Smeraldo a Milano oggi, o il Teatro Valle a Roma. Tre anni fa, prima della sua occupazione, voci insistenti parlavano di una sua trasformazione in un “tempio del gusto” Eataly, con direzione artistica a cura di Alessandro Baricco. 

Sulle ceneri dello Smeraldo, la cultura della tradizione gastronomica italiana diventa l’alto cibo – hanno spiegato i promotori della protesta milanese –  nel centro di uno dei quartieri più gentrificati di Milano si proclama al consumo (di classe!), come se la cultura non avesse spazio nel progetto di una città da Expo. E che consumo: la tradizione della terra diventa prodotto di élite, stando attenti che il fascino del locale, del tradizionale, del prodotto buono, sano e giusto, rimanga intatta.

Decine di persone hanno ululato contro la “grande abbaiata” del consenso verso il “fascino del locale”, una forma pervasiva del consenso politico che lavora sull’immaginario di un paese in crisi, che agogna un posticino nella “competizione” sui mercati globali, ma non sa cosa vendere. 
Farinetti, che è un imprenditore politico postfordista, lavora sul branding, e ha avuto un’idea: bisogna vendere l’immagine del paese-che-ama-il-buon-cibo, un paese ottimista perché la fatica, i sacrifici, la crisi non aiutano a vendere. E così ha interpretato il desiderio di riscatto delle classi dominanti (quelle che pensano che “la cultura è il petrolio d’Italia” o che l’Italia è un meraviglioso paese dove tutti devono studiare da cuochi o camerieri e lavorare in un ristorante.
Fenomenologia Eataliana
Acquistando teatri, ex centri della logistica (come il Centro Agro Alimentare Bolognese – CAAB – una sorta di mercati generali nella zona nord di Bologna dove sorgerà “Eataly WORLD”, forse per sottolineare le ambizioni degli investitori ceduto dal comune senza contropartite per costruire il F.I.C.O.), grandi palazzi o ex stazioni abbandonate come a Roma, Farinetti interpreta la propria impresa al centro di un progetto di civilizzazione urbanistica. Riqualifica i vecchi immobili, ne trasforma la storia, la incorpora nella propria impresa politica e intende nobilitare la città dove lui porta lavoro e il suo ipermercato di cose buone e costose. 
Un mondo bello, curato, pulito, in cui tutto-va-bene – spiegano ancora i promotori del flash mob – ci propongono uno stile di vita accattivante, in cui non c’è spazio per il disordine, il dissenso, la critica. Ci anestetizza. Come una passeggiata in Corso Como, come i grattacieli di Porta Nuova, ci suggerisce non solo un’idea della città, ma anche un’idea di ciò che noi dobbiamo essere e di come noi dobbiamo vivere. Di ciò a cui, da brave persone, dovremmo aspirare. Per questo, oggi ululiamo. Siamo indisciplinati nell’affermare quel che vogliamo essere, fare, come vogliamo vivere la città, quale lavoro vogliamo scegliere e con chi lo vogliamo fare. Senza morigeratezza, disordinatamente, e con intelligenza: ululiamo liberamente contro la grande abbaiata.
Un complesso industriale trasversale
Il flash mob #lagrandeabbaiata è stata una nuova azione di protesta contro l’Expo 2015 ad un anno esatto dalla sua inaugurazione. Fa parte di un festival d’arte performativo “Folle agire urbano” organizzato dal primo maggio (giorno della Mayday) al 5 maggio, ricorrenza dell’occupazione della Torre Galfa a Milano nel 2012 (vedi qui e qui).
In un dossier su Slow Food, COOP Italia ed Eataly, Nessuna faccia buona, pulita e giusta a EXPO 2015, i movimenti hanno ricostruito anche la storia di Eataly.
Fondata nel 2004, l’azienda verrà quotata in borsa entro il 2017. Dal 2007 al 2014 le aperture di ipermercati sono arrivate a 25, una metà in Italia, l’altra metà nel mondo. Solo a New York produce un fatturato annuo con entrate per circa 80 milioni di euro. Nei prossimi due anni è prevista un’altra quindicina di nuove aperture. 
La famiglia Farinetti possiede l’80% di Eatinvest srl, la finanziaria del gruppo, che a sua volta controlla Eataly srl, che ha un fatturato annuo di 400 milioni di euro. Eataly srl a sua volta questa controlla la società Eataly Distribuzione srl alla quale partecipano COOP, COOP Adriatica, COOP Liguria, NOVA COOP, per un totale del 40%. Tutti gli store della catena Eataly sono formalmente nelle mani di questa terza struttura societaria alla quale COOP dà appoggio sul know-how e sull’area della formazione e del personale. Eataly srl siede negli organigrammi di diverse società produttrici -spesso già presidi Slow Food- la cui merce è venduta nei negozi Eataly come le bibite Lurisia o la pasta Alferta, vini e carni.
Eataly ha riadattato il modello Autogrill alle città e con criteri qualitativi più alti. Autogrill mantiene in un angolo dei suoi store i prodotti tipici. Farinetti ha invece creato spazi enormi fatto di prodotti tipici. Se sulle autostrade il “tipico”, il prodotto Dop, è un’eccezione in una ristorazione fatta di panini e pizze universali, a Eataly l’eccezione è la norma. E anche il panino e la pizza hanno il loro posto d’onore nella triade ideologica che vede nel cibo italiano, e nelle sue molteplici versioni dialettali, le idee platoniche del Buono, del Pulito e del Giusto. Questa è la trinità che sta alla base della democrazia del Gusto pagata a prezzi non certo popolari.
Una trinità che unisce, nell’impresa farinettiana, Coop, Eataly e Slow-food. Nel dicembre 2013, questa entità una e trina ha firmato con l’amministratore unico di Expo 2015 Giuseppe Sala un accordo per rappresentare il tema della manifestazione milanese: “Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita”. Un blocco di imprese specializzato in “food-branding”, creazione commercializzazione e distribuzione del cibo. 
Un complesso imprenditoriale trasversale e bi-partisan, dalle banche all’edilizia all’editoria e all’università (l’ateneo di scienze della gastronomia di Pollenzo vicino a Bra in Piemonte), e con un’aura di autorevolezza in materia alimentare si candida credibilmente a rappresentare il vero contenuto di un Expo sgangherato e multimiliardario dove, si asfaltano campi di mezza Lombardia per costruire strade che conducano al sito di EXPO o si costruisce la Via d’acqua che stravolge i parchi della cerchia nord-ovest di Milano (Trenno, Baggio, Cave, Bosco in città e aree verdi limitrofe). Senza considerare le prime indagini della procura di Milano che nel marzo 2014 ha arrestato Antonio Giulio Rognoni, direttore generale di “Infrastrutture Lombarde”, già candidato al posto di subcommissario di Expo 2015 per una storia di appalti truccati, insieme ad altre 8 persone. Il giro di appalti a Milano per l’Expo è di 11 miliardi di euro
Nel marzo 2014 Eatinvest srl ha venduto alla società Tamburi Investment Partners (Tip) il 20% delle quote di Eataly per circa 120 milioni di euro, dove un altro 20% era già posseduto da uno dei soci della di Farinetti, Luca Baffigo Filangeri. Alla Tip partecipano alcune delle più influenti famiglie dell’alimentare italiano: Lavazza, Lunelli del vino Ferrari, Ferrero.  

“Sono specializzati nelle operazioni di borsa e ci accompagneranno alla quotazione di Eataly nel 2016-2017 – ha detto Farinetti – E poi perché è una società italiana: abbiamo ricevuto molte proposte da stranieri, che ci offrivano anche di più, ma abbiamo scelto Tip perché Eataly deve restare al 100% italiana. Investiremo nell’Expo 2015 e nel nuovo progetto Fico.

L’evoluzione di Eataly viene spiegata nel dossier nella cornice del capitalismo basato sulle grandi opere e sui grandi eventi. Grandi opere come il TAV, il MOSE, e grandi eventi come Esposizioni, Olimpiadi, Mondiali di sport, Fiere sono  il frutto della ricerca di visibilità, consenso, rendita fondiaria e profitto da parte di soggetti politici e di gruppi di potere legati alle costruzioni, alle infrastrutture, alle cooperative, al mondo delle società anche multinazionali- che oggi vivono di bandi, consulenze, appalti e fondi pubblici. 

Eataly a Sharm-el-Sheik

“Godo quando assumo un giovane” ha detto Farinetti. Molte di queste assunzioni sono a termine. Non solo perché Farinetti è un imprenditore renziano che applica alla lettera la ricetta “modernizzatrice” del suo sodale politico, ma perché interpreta lo spirito dell’impresa nel paese dove l’ex capo dell’Alleanza delle Cooperative, rosse e bianche, Giuliano Poletti ricopre il ruolo ministro del Lavoro. Farinetti ne applica il Decreto lavoro e assume i suoi dipendenti tramite agenzia interinale, con contratti a progetto o a tempo determinato. Molti ricevono circa 8 euro lordi all’ora, che equivalgono a 800 euro netti al mese nel caso di 40 ore settimanali, 500 per il part-time. Poco più, o poco meno, degli operai rumeni che hanno ristrutturato lo Smeraldo. Un lavoro all’italiana, un eatalyan job.
Un eatalyan job inizia scatenando la potenza di fuoco del marchio. Gli enti locali fanno di tutto per incastonare il brand nel loro territorio. Questa è la forza dell’impresa made in Italy: vendere il marchio affinché il territorio, la città, quell’immobile riacquistino valore nell’immaginario. Si dichiara uno stato di emergenza  e le procedure diventano veloci. E’ già successo a Torino nel 2007 dove l’allora sindaco Chiamparino concesse gratuitamente a Farinetti l’ex fabbrica della Carpano per 60 anni, in cambio la completa ristrutturazione dell’edificio.
E’ accaduto a Bari, primo presidio a sud dell’azienda, nella Fiera del Levante. Un fiera agonizzante, che cerca ogni strumento per monetizzare e privatizzare un’area di 280 mila metri quadri a ridosso del porto. Farinetti è piombato sulla città, ha vinto un bando con i suoi soci baresi (tra cui c’è Fabrizio Lombardo Pijola al centro del caso dell’emittente tv Antenna Sud in crisi e con giornalisti licenziati), per una “mostra temporanea” del suo Eataly per sei mesi. Per sei mesi Farinetti avrebbe stanziato 15 milioni di euro? Poco credibile. Si può invece pensare che la formula “mostra temporanea” per un immobile di migliaia di metri quadrati è stato lo strumento per sospendere tutta la “burocrazia” e far aprire le porte al “tempo del gusto”.
L’apertura è stata a tempo di record, le autorità locali hanno fatto “miracoli”, e l’azienda non aveva fatto a tempo a creare un organico definitivo. In realtà, Eataly Bari (investimento: 15 milioni di euro) aveva un permesso temporaneo di apertura di sei mesi, come “mostra-mercato”. E per questo non poteva assumere a tempo indeterminato. Farinetti è aggressivo. La sua potenza è attualmente legata ad una buona liquidità, ma si regge fondamentalmente sulla speranza di creare occupazione, non importa quale, l’importante è che sia lavoro. Questa è la formula usata da Renzi e Poletti per far passare il decreto che precarizza tutti i contratti a termine. Uno strumento spacciato come la soluzione contro la disoccupazione strutturale e di lunga durata.
E poi c’è la debolezza dei potentati locali strozzati dai debiti e dalla crisi. A Bari il blitz di Farinetti deve avere creato qualche problema con i vertici di una Fiera del Levante. Al punto che ci hanno ripensato: “Mai più un caso Eataly” ha detto il 4 febbraio 2014 al Corriere del Mezzogiorno il presidente Ugo Patroni-Griffi. Da domani si procederà con il classico bando per fare gestire ai privati 75 mila metri quadri per 30 anni. Non è escluso che Farinetti partecipi anche a questi. Lui a Sharm-el-Sheikh porta lavoro in un paese di camerieri e ristoranti ad uso turistico.
The Eatalyan Job
All’inizio di agosto 2013, poco dopo il varo della sede barese di Eataly alla Fiera del Levante, la prima in quel Sud che dovrebbe essere come Sharm-el-Skeikh, Cgil-Csil e Uil avevano denunciato Farinetti per 160 “assunzioni fuorilegge”, arrivate a 180 durante la Fiera a settembre. Troppi interinali e pochi a tempo indeterminato. Era stata violata la legge Biagi che permette di assumere l’8% di interinali con un minimo di 3 e non 160. Poi c’erano 10 contratti a tempo determinato e 3 indeterminati.

La regolarizzazione poi è avvenuta, i sindacati si sono placati, Farinetti ha ottenuto che la sua mostra temporanea diventasse permanente.i, anche perché il can can è stato intenso e tutti hanno fatto capire a Farinetti (“quello del Nord”) che la sua attitudine da colonizzatore-che-porta-il-lavoro-a-Sud doveva confrontarsi con la richiesta di un lavoro regolare. Attenzione alle proporzioni:  63 a tempo indeterminato, 66 apprendisti, 34 a tempo determinato, 1 somministrato): 100 su 163 sono lavoratori a termine. Ma il termine quanto dura?Le assunzioni sono state fatte secondo le regole del decreto “Letta-Giovannini” per gli under 29, a due condizioni: i “giovani” dovevano essere disoccupati o avere una famiglia a carico. Quando entrerà in vigore, il “Decreto Poletti” stabilisce che questi 100 potranno essere rinnovati a termine fino al 2017. Nel mezzo potranno esserci più rinnovi e più proroghe. Poi potrebbero essere assunti.

Sempre che Eataly Bari non chiuda prima. Le proiezioni a 12 mesi parlano di 10 milioni sui 20 programmati. A luglio si faranno i conti. Tra mille distinguo in città si è iniziato a dire che sarà difficile mantenere l’occupazione. Nessuno di questi lavoratori è iscritto ai sindacati confederali, nonostante  abbiano vinto una vertenza in due mesi. Non è il primo caso di lavoratori a termine, non sindacalizzati, nelle grandi colonie industriali create nel sud-senza-lavoro. Può darsi che il clima aziendale abbia influito. Farinetti tiene molto a dire che la sua azienda è “una grande famiglia”. E una famiglia si gestisce da sola i conflitti e soprattutto le compatibilità con i suoi “figli”, i lavoratori. Del resto, “i sindacati sono medioevali” ha detto il patron.

Basta con lacci e lacciuoli per chi crea lavoro. Piuttosto creare “zone speciali”, come in Cina, a sud come nelle metropoli del Nord, dove il diritto del lavoro viene ridotto alla misura dei contratti a termine senza causale. L’obiettivo è coltivare un individuo come consumatore, utente, visitatore. O come turista, come suggerito in questi anni dagli stessi vertici di Expo 2015 e dai politici italiani. 
  • Beatrice Cassina

    avvoltoi…!! che tristezza…