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Quinto Stato

L’Erasmus non vale un goccio delle quote latte

Un rituale indegno e desueto. Così Le Monde ha definito le trattative sul bilancio europeo del settenato 2014-2020. I paesi dell’austerità (Germania) e gli storici avversari del protezionismo agricolo di Francia e Italia (l’Inghilterra) hanno concertato il baratto tra un taglio di 131 miliardi di euro al fondo comune che è passato da 1091 miliardi a 960 miliardi con lo stanziamento di 6 miliardi di euro per le politiche a sostegno dei disoccupati e dei working poors che andranno a beneficio soprattutto dei paesi del Sud Europa (Italia, Spagna, Grecia e Ungheria). Ma colpiscono, in maniera indiscriminata i fondi destinati alla «crescita», tagliando 13,84 miliardi a innovazione e ricerca, che passano dai 139,54 miliardi di euro proposti dalla Commissione agli attuali 125,69, cioé il cuore di quel patetico ideale che è stata la «società della conoscenza» annunciata dal trattato di Lisbona e stancamente riproposta dall’agenda 2020.

Monti, che si è giocato un pacchetto di voti sull’esito di questo vertice, arrivando a minacciare un veto dell’Italia, può essere soddisfatto. Tra i contributi europei dovrebbero esserci 3,5 miliardi in più ripartiti sullo «sviluppo rurale», le politiche sociali e le «politiche di coesione» per le regioni meridionali, un settore dove il governo ha puntato moltissimo e il ministro Fabrizio Barca, ora «candidato dirigente Pd» per sua stessa ammissione, si è giocato una parte del suo futuro politico. La politica di coesione perde infatti «solo» il 4% rispetto al budget 2007-2013 e l’Italia manterrà 28 miliardi di euro di contributi, praticamente la stessa cifra che ha portato a casa 5 anni fa. In questo modo il saldo netto migliorerà di 500 milioni all’anno, passando da un saldo negativo di 4,5 miliardi a uno di 4 per il prossimo settennato. Troverebbe così una parziale soluzione lo squilibrio tra i contributi versati all’Ue dall’Italia e i vantaggi ottenuti.

Fino ad oggi l’Italia ha versato molto di più di quanto ha ottenuto in cambio dall’Europa. Di questo successo dimezzato saranno in molti a gioirne, in particolare i governatori delle regioni, anche perché l’«agenda Barca» ha reso più efficiente la spesa di questi fondi europei. Nel 2010 il nostro paese aveva speso il 7,4% dei fondi assegnati contro il 12,5% della media europea. Il patto di Stabilità che vincola gli enti locali ha peggiorato le cose, rallentando il co-finanziamento dei fondi europei. Negli ultimi 14 mesi la spesa certificata è arrivata a 9,2 miliardi, una cifra pari a quella spesa nei 58 mesi precedenti. La riduzione dei vincoli sul co-finanziamento nazionale ha rimesso in circolo 12,1 miliardi, per un totale di 18,3 miliardi. Questa svolta ha permesso alla Puglia di Vendola o alla Campania di Caldoro di sbloccare opere attese da decenni come la linea ferroviaria Bari-Napoli, o di completare la metropolitana di Napoli.

Il Fondo che finanzia le infrastrutture (Fesr) è stato speso per il 41,8% dalla Puglia (per l’Ue doveva arrivare almeno al 36,1%), per una spesa di 1.876 milioni (la soglia minima era 1.621). Con le nuove regole persino la Sicilia, la regione che ha superato tutti i record nel non impiego del Fesr, ha cambiato rotta spendendo 1.133,7 milioni contro il minimo di 958,3 milioni. In attesa dei nuovi fondi Ue, restano da spendere un tesoretto da 31,2 miliardi. L’impegno di Barca a sinistra potrebbe garantire la continuità. La vittoria è sua e di Monti, che potrà rivendicare un successo perché quelli europei sono denari sonanti, che pesano in campagna elettorale. «Scelta Civica», come il Pd, promettono di investire tra i 7,5 e gli 8 miliardi nell’edilizia scolastica ridotta ai minimi termini dal 1974, «per produrre un po’ di lavoro» ha detto Bersani.

Detto così saranno fondi per le strutture e non per il «capitale umano», cioè l’assunzione dei precari nella scuola o università. Senza contare che i 400 milioni di euro promessi per l’occupazione giovanile nel Mezzogiorno saranno una molecola rispetto ai 10 miliardi necessari per finanziare il reddito minimo o per estendere le tutele universali a precari o ai lavoratori indipendenti, visto che Aspi e mini-Aspi sono del tutto inadeguati. Il «successo» di Monti è dunque la sconfitta di un’Europa che consegna anche l’ultima sua «reliquia del passato», cioè il bilancio, alle politiche dell’austerità. E lo è ancora di più perché, come sempre, ha voluto barattare la politica agricola, che aumenta i fondi di 1,25 miliardi, e le infrastrutture con i fondi per l’università, la ricerca, l’innovazione e la mobilità degli studenti. L’Erasmus non vale un goccio delle quote latte.

  • Renzino l’Europeo

    Il c.d. “rituale indegno e desueto” si chiama “democrazia”. Che diano fastidio le discussioni, è cosa nota a molti, ma tali metodi deliberativi non dovrebbero essere considerati strani.

  • http://furiacervelli.blogspot.com/ Roberto Ciccarelli

    caro renzo parli del metodo deliberativo, quello intergovernativo? oppure quello parlamentare – che a quanto sembra boccerà il bilancio appena approvato? perche c’è una grande differenza. ammesso che sia convincente oltre che efficace questa distinzione – che fa oggi l’unione europea – quello che si è visto a bruxelles è discutibile. purtroppo non è e non sarà l’ultima volta. e chiaramente non mi riferisco solo all’esito delle trattative che hanno rafforzato l’austerità. c’è molto da dire sulla composizione del bilancio e dei criteri ad esempio sulla spesa per ricerca e innovazione. purtroppo il rituale indegno e desueto si è rivelato ben peggiore dei timori iniziali.