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L'urto del pensiero

L’epoca delle piccole narrazioni

Due delle "piccole narrazioni"

Due delle “piccole narrazioni”

di PAOLO ERCOLANI

 

 

Ci hanno raccontato che, sostanzialmente con la caduta del comunismo, erano finite le cosiddette «grandi narrazioni».

Ossia era terminata l’epoca in cui la ragione umana partoriva delle ideologie ben strutturate, cioè in grado tanto di evidenziare le contraddizioni del paradigma fondato sul capitalismo e sul valore assoluto del profitto, quanto di elaborare un progetto realistico e concreto di trasformazione della società, volto all’affermazione della giustizia sociale e del benessere collettivo.

Il fatto è che c’è anche quello che non ci hanno raccontato, e che però riguarda dei dati sostanziali e imprescindibili, specie se si vuole comprendere la nostra epoca.

Quello che non ci hanno raccontato

Il primo è che si è parlato di fine delle grandi ideologie, ma in realtà se ne aveva in mente una soltanto: il comunismo.

Il secondo è che decretando la fine del suddetto, non ci si limitava a spazzare via dalla scena ideologica e politica una teoria peraltro non esente da errori gravi e drammatici, ma soprattutto si affermava un contesto sociale in cui era bandita ogni possibilità di critica, contenimento ed eventualmente alternativa rispetto a un sistema, quello capitalistico, che adesso è perfettamente libero di dispiegarsi con tutta la sua violenza, producendo ovunque disuguaglianza e miseria sociale.

Insomma, una «grande narrazione o ideologia» (quella che dice che sono finite le grandi narrazioni e ideologie), è stata sapientemente utilizzata per spazzare via l’unica grande narrazione alternativa che, in qualche modo, legittimava la critica al sistema di produzione capitalistico. E con essa anche soltanto la possibilità di costruire un pensiero e una prassi dissidenti rispetto al predominio assoluto del sistema tecno-finanziario sotto ai nostri occhi da ormai un trentennio.

In questo modo, l’unica grande narrazione rimasta in campo (il neo-liberismo) ha potuto assurgere al ruolo di pensiero unico e dominante. Praticamente senza alternative.

Che non vuol dire senza critiche (anzi: le critiche ci sono, ma è il sistema tecno-finanziario stesso a gestirle e regolarle, purché esse siano tanto sguaiate e prive di metodo quanto sterili e irrealistiche), ma che quelle pur legittime critiche non posseggono alcun terreno sociale e politico concreto per pensare e organizzare un progetto alternativo.

Al giorno d’oggi ci si può soltanto opporre, a tutti i livelli, al sistema capitalistico. Si può dire no, si possono rifiutare (a parole) i suoi dogmi e le sue dinamiche di funzionamento, ma non si scorge alcun barlume di proposta alternativa, e anche chi si oppone (talvolta con argomentazioni ragionevoli) è comunque costretto a farlo all’interno di quelle stesse logiche commerciali, mass-mediatiche, assolutamente irrilevanti nell’ottica di una realistica trasformazione del finanz-capitalismo in cui siamo immersi.

Le piccole narrazioni

Qui arriviamo al punto finale. Finale in tutti i sensi. Le «grandi narrazioni», per dirla alla maniera di Gramsci, erano tali perché prevedevano una connessione dialettica fra teoria e prassi. Nella consapevolezza (per dirla stavolta con Kant) che tanto la prassi senza una teoria alle spalle è cieca, quanto una teoria che non sappia tradursi in prassi (in superamento concreto delle contraddizioni sociali) risulta sterile.

Fatto sta che, nel nostro tempo, l’unica grande narrazione dominante (capitalistica) lascia sopravvivere soltanto delle «piccole narrazioni» assolutamente non pericolose per il suo dominio incontrastato.

Piccole narrazioni che, si veda i populismi e il Movimento 5 Stelle (il disastro di Roma dice molto), credono di poter incidere grazie a una prassi assolutamente priva di una solida teoria alle spalle (di una visione, di una bussola con cui affrontare i singoli problemi).

Oppure piccole narrazioni fondate su una teoria assolutamente incapace di prefigurare azioni concrete di carattere trasformativo. Questo è il caso, per esempio, dei non pochi intellettuali che, giovani o meno giovani, trovano (non per caso, a questo punto) ampi spazi in televisione in quanto le loro critiche suggestive e ben argomentate al sistema dominante risultano all’atto pratico del tutto irrilevanti, poiché sprovviste anche solo della minima capacità di tradursi in prassi fattualmente operativa.

Le piccole narrazioni colpiscono la pancia dell’opinione pubblica, suscitano sdegno, entusiasmo e persino mobilitazione al pari di quelle grandi, ma si rivelano in ogni caso un’arma spuntata perché prive della connessione fondamentale fra una teoria solida e pensata e una prassi organizzata e coerente rispetto alla teoria stessa.

Le piccole narrazioni sono il contentino, la prova della democraticità del sistema (che in questo modo tollererebbe le opposizioni), l’unica forma di «sfogo sociale» che viene concessa alla rabbia di un popolo sempre più affamato e umiliato dai grandi poteri finanziari.

Il cui alleato più grande, in questo grande bluff delle piccole narrazioni, è quel sistema mediatico che non per caso esalta e conferisce spazi soltanto a chi si sottomette a questa logica che non fa opposizione reale e credibile, che non si sogna neppure di immaginare modelli alternativi o anche solo migliorativi rispetto al predominio incontrastato del capitalismo finanziario. E che però si veste di slogan comunicativamente efficaci.

La comunicazione come fuffa

In tal senso è una piccola narrazione il Renzi di turno, il cui unico mantra (tipico delle «piccole narrazioni») è stato quello del «rottamatore» e delle «riforme a tutti i costi». Salvo che rottamare (ammesso che lo si sia fatto) non ha significato cambiare, salvo che le riforme sono quelle dettate pari pari dai poteri finanziari, salvo che quel «a tutti i costi» significava costi per le fasce medie e medio-basse della popolazione.

Piccola narrazione è anche il Movimento 5 Stelle, strutturatosi sul mantra efficace dell’onestà e del vaffanculo a tutti i politici della casta, ma a parte questo privo di una visione di fondo del Paese, privo di una capacità organizzativa e selettiva che sia conseguente a quella visione, e in questo modo incapace non soltanto di governare Roma (e di governare in genere), ma ancora una volta ininfluente rispetto al dominio incontrastato del capitalismo finanziario, che cura tranquillo i propri interessi e affama il popolo mentre questi politici da piccole narrazioni si azzuffano sul nulla.

Al rango di piccola narrazione, oggigiorno, è ridotta anche buona parte degli intellettuali. Di sicuro quelli che trovano o vogliono trovare spazio in televisione. Lo scrivo per esperienza diretta (in televisione ci sono stato e non mi invitano più, non per caso): lì ti vogliono soltanto se ti sottometti al ruolo preconfezionato e stabilito da loro. Antiberlusconiano, anti-capitalista, anti-europeista, anti-renziano, anti-populista, anti-carnivoro o anti-vegano (facciamoci caso: tutti anti…).

In seguito a questa etichetta che accetti, devi recitare il copione in maniera rigorosa, recitando pappagallescamente il ruolo di chi attacca Berlusconi, l’Euro, i movimenti populisti, il capitalismo, Renzi etc., ripetendo sempre le stesse cose a mo’ di slogan (o algoritmo) in cui a essere bandita è ogni forma di ragionamento articolato e complesso.

Anche e soprattutto in questo caso, stiamo parlando di tutte figure che, chi più mediaticamente efficace chi meno, chi più suggestivo chi meno, risultano perfettamente innocue agli occhi del potere dominante.

Che se la ride mentre affama il popolo giocando come fossero burattini con le piccole narrazioni.

Tipiche di tempi altrettanto piccoli.

  • Comes Carolus

    Bellissima critica delle piccole quanto inconsistenti narrazioni, però, adesso, per non cadere nell’ulteriore ruolo dell’anti-piccola narrazione (alimentando solo il numero delle piccole), bisogna essere capaci di proporne una grande..attendiamo il prossimo libro..(io in mente avrei l’Ecosocialismo..)

  • gerardo Garzone

    Tutto vero, ma le grandi narrazioni, come le piccole, si costruiscono nella prassi, i libri, semmai, possono solo contribuire a chiarirci le idee non a costruire narrazioni. E il merito del M5S è proprio questo. aver costruito qualcosa proprio attraverso la pratica quotidiana. Ora occorrerebbe riflettere e costruire un progetto.

  • Alfredo

    Purtroppo l’alternativa a questo dominio del finanzcapitalismo è stata fatta fuori negli anni ’80 con Reagan e la Lady di ferro con il crollo del muro poi….e la dissoluzione
    dei partiti comunisti…adesso come giustamente fa notare Ercolani il capitalismo se non viene ostacolato da sinistra fa molto male! E le enormi diseguaglianze sociali sono la chiara dimostrazione.

  • marcello giappichelli

    Lasciando perdere i chiacchieroni
    Certo che occorrono pezzi del progetto per andare oltre l’ordine delle cose esistenti. Ma se pensi al circuito mondiale dei movimenti (Occupy, Paris debout, 5 stelle ecc) puoi vedere che è già al lavoro la talpa.
    Il superamento del modo di produzione è straordinariamente all”odg . E anche la sismica sociale ha un percorso frattale.