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Haka!

L’educazione inglese

PETER FREEMAN

ROMA

Il rugby è un gioco spietato che non ammette fragilità. Non consente distrazioni, cali di concentrazione, grossolani errori. Se sbagli, se lasci che la mente vada altrove, la punizione sarà severa.

L’Italia è stata sconfitta 40 a 9 dall’Inghilterra allo stadio Olimpico di Roma. Ha subito cinque mete (George Ford al 24’, Jonathan Joseph al 52’ al 57’ e al 70’, Owen Farrell al 74’) senza metterne a segno nemmeno una, è crollata nel secondo tempo del match e ha dovuto rinviare a data da destinarsi la sua prima vittoria sul XV della rosa.

L’Inghilterra era largamente favorita nei pronostici. Jacques Brunel aveva chiesto ai suoi giocatori di reggere per almeno 70 minuti, di restare attaccati nel punteggio agli avversari, con l’idea che negli ultimi dieci minuti, con un margine ristretto, tutto potesse accadere. L’Italia è invece durata soltanto 50 minuti, poi sono arrivati gli errori fatali, le dighe si sono aperte e le maglie bianche hanno dilagato in campo aperto, senza trovare resistenza.

Per cinquanta minuti gli azzurri sono riusciti a rimanere incollati agli inglesi. Il primo tempo si era chiuso sul 9 a 11, con due soli punti di scarto. Fin lì l’Italia aveva giocato bene, subendo qualche volta le folate e la pressione avversaria ma venendone sempre fuori con carattere. Tre calci piazzati di Carlo Canna avevano permesso agli azzurri di rimanere in partita; anzi, erano passati per primi in vantaggio (8’). Poi era stato un sostanziale equilibrio, con alcune belle azioni orchestrate da Parisse, Campagnaro, Canna e Garcia, fin lì i migliori della squadra, mentre gli inglesi sbagliavano molto, commettevano qualche fallo di troppo, ma riuscivano comunque a presidiare la trincea dei 22 metri, respingendo gli attacchi azzurri.

La meta di George Ford poco dopo la metà del primo tempo, frutto di un’indecisione di Edoardo Gori che anziché alleggerire la pressione degli avanti inglesi si faceva catturare, perdeva palla e dava modo agli avversari di allargare il gioco in una difesa sbilanciata, non spostava gli equilibri e Canna (35’) accorciava le distanza con un penalty (9-11) che centrava i pali. Si andava al riposo con molte speranze e due importanti quesiti. Avrebbe retto, l’Italia, al secondo tempo del match e alla pressione degli inglesi? Sarebbe riuscita a stare in partita e a non perdere la concentrazione contro un avversario tanto più esperto?

Qualche segnale preoccupante c’era tuttavia stato: alla mezz’ora gli azzurri avevano infatti già perso tre giocatori per infortunio, prima Fuser, poi Zanni e Garcia, sostituiti da Bernabò, Steyn e Pratichetti. In un match molto fisico e con un pack inglese particolarmente aggressivo, tre cambi in così poco tempo erano un handicap che avrebbe pesato sul proseguo della partita. Dirà poi Brunel: “Zanni e Fuser sono state perdite importanti, abbiamo dovuto cambiare troppo e troppo presto”.

La ripresa sembrava promettere bene: l’Italia sembrava continuare a giocare bene, senza accusare stanchezza né cali di concentrazione. Usciva anche Gega, toccato duro. Al 49’ Carlo Canna aveva sul piede la possibilità di portare in avanti l’Italia ma il suo calcio di punizione finiva fuori. Di contro, gli inglesi insistevano con il gioco al piede e Ford cominciava a bombardare le retroguardie azzurre con palloni spioventi e calci di spostamento che mettevano in difficoltà la nostra linea arretrata. L’arbitro, il neozelandese Glen Jackson, graziava prima Haskell (placcaggio su McLean in aria) e poi Hartley (colpo al volto di un azzurro durante un raggruppamento), limitandosi a fischiare due penalty.

Poi, l’errore che cambiava tutto. Canna sceglieva imprudentemente di giocare una rimessa veloce e passava la palla a Sarto, sotto pressione, e questi la scaricava su Bellini, anche lui con gli avversari addosso, e quando questi cercava di allargare il gioco, la frittata era fatta: Joseph intercettava il passaggio e filava in mezzo ai pali. Farrell trasformava e si andava sul 9-18. Per la seconda volta nel corso della partita l’Italia commetteva un errore mentre si trovava sotto pressione e per la seconda volta veniva punita. Questa volta, però, non c’erano più energie mentali né fisiche per rimediare. Di colpo la squadra azzurra affondava. Dopo cinque minuti, altra meta di Joseph (9-25) e poi ancora un’altra del trequarti centro inglese, e di nuovo per un errore di concentazione: 9-33, fine dei giochi. La quinta meta (Farrell) era soltanto l’ultima rasoiata che poco aggiungeva a un match ormai archiviato.

Sui mancati cartellini gialli a Haskell e Hartley è il capitano Sergio Parisse a chiudere per primo ogni accenno polemico: “Non è nel mio stile criticare gli arbitri. Ho chiesto l’intervento dell’arbitro, lui ha consultato il TMO e ha preso la sua decisione”.

Tra quindici giorni sarà la Scozia a scendere all’Olimpico. “E’ la nostra ultima gara in casa e dobbiamo fare il possibile per vincerla”, aggiunge Parisse. Non sarà facile. La squadra scozzese è stata finora sempre sconfitta ma è comunque una formazione in crescita, con dei trequarti temibilissimi che sanno far male.

Sabato la Francia ha battuto di stretta misura l’Irlanda (10-9), mentre il Galles è riuscito a sconfiggere la Scozia a Cardiff (27-23). La classifica del torneo delle Sei Nazioni, dopo due giornate, è la seguente: Inghilterra e Francia 4 punti; Galles 3; Irlanda 1; Scozia e Italia 0. Solo francesi e inglesi possono ancora ambire al Grande Slam ma per la vittoria finale sarà bene non perdere di vista i gallesi.