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L'urto del pensiero

L’Eco di Internet: la parola agli imbecilli!

Il libro di Umberto Eco, uscito 51 anni fa

Il libro di Umberto Eco, uscito 51 anni fa

È assai probabile che non si tratti di un caso.

Intendo dire che stessero conferendo una laurea honoris causa (in comunicazione) a Umberto Eco, proprio nel momento in cui questi mostrava una padronanza estrema, e oltremodo furba, della comunicazione stessa.

LEGIONI DI IMBECILLI

«La Rete – secondo il celebre scrittore e semiologo – ha dato la parola a legioni di imbecilli, promuovendo lo scemo del villaggio a portatore di verità».

Neanche a dirlo, l’effetto è stato dirompente.

Che si fosse d’accordo o in disaccordo con l’illustre pensatore, il dato fondamentale è stato uno soltanto: quell’accordo o disaccordo non potevano non manifestarsi in forma estrema.

Da una parte, volendo appunto estremizzare, il pseudo-intellettuale, in genere con un etto e mezzo di sterco sotto il naso, che sopravvive a fatica all’onta di un mezzo, la Rete, che troppo spesso consente a persone qualunque di essere più lette, ascoltate e magari apprezzate di lui. Onta terribile, che lo riempie di disgusto e maestà offesa, spesso e volentieri da denunciare pateticamente proprio attraverso quella tecnologia tanto disprezzata (ma questo è già un altro discorso).

Dall’altra l’entusiasta della Rete, oggigiorno molto spesso grillino, anti-sistema, con un talento da rabdomante astemio nel rintracciare ovunque esponenti della casta e del potere.

Quest’ultimo pronto a scagliarsi contro Eco, ovviamente ritenuto esponente di punta della suddetta casta, e a difesa di quella Rete che (finalmente!) consente al popolo (pardon: ai cittadini!) di insorgere e alle vittime storiche della casta di esprimersi in maniera libera e possibilmente sprezzante.

Il capolavoro mediatico di Eco è così bell’e compiuto. Comunque vada si è trattato di un successo. A suggello del fatto che molto spesso la comunicazione si associa al marketing.

COMUNICAZIONE, INFORMAZIONE, CONOSCENZA

Sennonché la comunicazione, a differenza dell’informazione e ancor più della conoscenza, per suo statuto naturale spesso è destinata a produrre svariati effetti emotivi (indignazione, identificazione, entusiasmo, disprezzo etc.) a discapito dell’effetto più auspicabile: il ragionamento. Possibilmente critico e autonomo.

Sì, perché sarebbe bastato e basterebbe porsi una semplice domanda per comprendere che il punto messo in evidenza da Eco può essere reale ma non sostanziale.

La domanda è la seguente: rappresenta un problema il fatto di dare la parola, per di più sugli innocui social network, a «legioni di imbecilli»? Considerando che, per esempio, queste legioni di imbecilli (altrimenti detti «popolo») sono chiamati ad esprimere il proprio convincimento in una situazione assai più cruciale e cogente come è quella del voto?

Ammesso che davvero si tratti di imbecilli, che la maggior parte del popolo sia composta da mentecatti e scemi del villaggio che finalmente si illudono di farsi portatori (e dispensatori) di verità (perché questo sottintendeva in maniera neppure larvata la provocazione del semiologo), dovremmo preoccuparci ben più seriamente di un modello sociale e culturale che eventualmente «produce» imbecilli, che non di una tecnologia che pare fornire loro la possibilità di potersi esprimere con il seguito di un premio Nobel qualunque.

DEMOCRAZIA, SCUOLA E EDUCAZIONE

Dare voce al maggior numero di persone è uno dei compiti principali di uno stato democratico. Tanto più tenendo conto del fatto che la democrazia non è un sistema perfetto, e fra le tante imperfezioni comporta anche quello di dover rendere possibile l’opinione altrui, per quanto sgrammaticata, illogica e intollerabile essa sia.

Non dimentichiamolo mai: la democrazia ha prodotto tante buone cose ma ha anche portato al potere un signore come Hitler.

Allo stesso modo è compito di uno stato democratico quello di contemplare (potenziare e difendere) un sistema (scolastico, dell’informazione, della conoscenza) che possa consentire al numero più alto possibile di individui di esprimersi con un minimo di cognizione di causa e di dignità grammaticale e argomentativa.

Qui arriviamo al punto centrale. Quello per cui la Rete si rivela né più né meno che lo specchio di una società che viene meno ai suoi compiti democratici.

Il punto centrale è che una società che ha abdicato rispetto alla difesa dell’etica, dell’educazione civica, della conoscenza e infine di una scuola pubblica degna di questo nome, per immolarsi ai valori numerici e quantitativi del «dio mercato» e della tecnica sua ancella, è una società destinata ad ammalarsi nelle sue fondamenta.

In questo caso il suo fondamento è dato dal popolo che la forma, dal grado di civiltà, etica, cultura e tolleranza di cui sono capaci i cittadini che compongono quel popolo e quella società.

La democrazia, scriveva Bobbio, è quel regime in cui i governati hanno il potere di controllare quello che fanno i loro governanti, per poi eventualmente privarli della loro fiducia elettorale e sostituirli senza spargimento di sangue.

Ma una democrazia che ha abdicato, e da tempo, al compito di curare l’educazione, la formazione e la conoscenza dei suoi cittadini (anche rispetto alla Rete, primo grande fenomeno umano per il quale non è stata prevista alcuna forma di educazione), è una democrazia condannata a subire le nuove tecnologie soltanto come una forma ulteriore di potere e di controllo che chi governa ha su chi è governato (il capovolgimento esatto di ciò che affermava Bobbio).

Lasciando a questi ultimi il «contentino» illusorio di contare qualcosa e di essere finalmente ascoltati solo perché il social network fa da vetrina e cassa di risonanza di ogni loro pensiero e intemerata.

LA MATRICE ANARCHICA DELLA RETE (E DEL LIBERISMO)

Emerge così, senza infingimenti e ipocrisie ma nella sua nuda crudezza, la vera matrice della Rete.

La sua natura anarchica (e non di libertà), dove a vincere è il più forte e non il migliore o il più preparato.

Si tratta, in buona sostanza, del sogno realizzato dei liberisti. Una realtà dove non c’è lo Stato, non vi sono le leggi, le norme etiche, un’educazione, dei filtri qualitativi, nulla che possa limitare il flusso veloce e infinito dei bit. Un flusso costantemente al servizio del progresso tecnologico e del profitto economico, rispetto ai quali l’uomo può rivelarsi uno strumento utile o inutile.

Ecco perché, allora, la Rete rischia di non essere più soltanto lo specchio di una società che non tutela la libertà degli individui, ma anche il modello su cui impiantare il tipo di società desiderato da chi preferisce che l’economia domini sulla politica. Il profitto sull’etica. La logica numerica e meccanica sulla ragione. La tecnica e il progresso sull’umano.

Da questo punto di vista, quegli intellettuali che come Eco (con tanto di mainstream mediatico banalizzante al seguito), si limitano a utilizzare la comunicazione superficiale (a discapito della conoscenza che va in profondità), soltanto per guadagnare qualche titolo di giornale, rischiano di recitare loro malgrado la parte dei chierici traditori. Dividendo l’opinione pubblica in semplici «apocalittici o integrati» accomunati entrambi dal vizio umano più grave: il sonno della ragione.

Sonno che non permette di cogliere l’essenza del problema né agli uni né agli altri. Con buona pace della verità e con grande godimento di quel sistema mediatico che sguazza nelle risse.

P.s. Ho affrontato tali questioni, ovviamente in maniera più esaustiva e articolata, in un mio libro che segnalo al lettore interessato, e a cui rimando per gli opportuni riferimenti bibliografici e tematici:

Paolo Ercolani, L’ultimo Dio. Internet, il mercato e la religione stanno costruendo una società post-umana, prefazione di Umberto Galimberti, Dedalo, Bari 2012.

  • il compagno Sergio

    Apprezzo lo sforzo interpretativo di Ercolani, ma la frase di Eco coglie nel giusto.
    La rete, per la sua intriseca natura, modifica il modo di ragionare e scrivere (non più di 2 minuti di attenzione, affermava provocatoriamente Serge Halimi) e contribuisce ad alimentare demagogia, violenza verbale e complottismi.
    Non è un caso che siti come quello di Repubblica non aprano ai commenti i soggetti più delicati e che il manifesto stesso abbia (infine!) eliminato (o meglio modificato) la finestra con i commenti colonizzata da provocatori palesi o occulti.
    È chiaro che, come scrive Ercolani, è necessario un lavoro di fondo, sulla cultura e la società, ma appare altrettanto chiaro che la rete ha dato la stura e contribuito a diffondere e “legittimare” le peggiori turpitudini.
    Magari ciò che mi sorprende nella frase di Eco (che comunque stimo molto come intellettuale) è che qualche anno fa pretendeva che gli intellettuali non devono avere un ruolo propriamente politico illudendosi di poter far qualcosa per cambiare il mondo (e Tabucchi gli replicò abbastanza duramente sul Corsera) e adesso con questa frase si erge a auctoritas etico-politica discriminando bene e male, imbecilli e intelligenti.
    Verrebbe da rispondergli: limitati a scrivere romanzi (nemmeno troppo ispirati, viste le ultime prove) e taci.

    Però e in definitiva fa bene a mettere i piedi nel piatto.

    p.s.: non capisco come Eco possa essere considerato uno che utilizza la comunicazione superficialmente visto che è al cuore della sua attività di teorico e di studioso.