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Lo scienziato borderline

Le Volkswagen di Blade Runner

Fonte: Reuters (da Il Manifesto)

Fonte: Reuters (da Il Manifesto)

Quest’oggi ho avuto fra le mani gli annunci di due convegni ai quali, a diopiacendo, dovrò partecipare. E sono entrato nel panico quando ho letto la data: 2017. Spiego perché, se i cortesi lettori avranno la bontà di seguirmi.

Mi metto davanti al computer e guardo Blade Runner fino ad averne la nausea. Ambientato a Los Angeles, 2019, ricordate? Duemiladiciannove, fra poco, mi son reso conto oggi.

Noi ragazzi giovani nati negli anni 60, noi babyboomers insomma, lo guardammo tanto, Blade Runner. Come nel 1997 guardammo 1997 Fuga da New York, pensando a quanto ci sarebbe piaciuto, Iena, che tu fossi davvero il nostro eroe inconcusso, se poi non ti fossi giustamente perduto dentro Goldie Hawn. Ma come darti torto: primum vivere.

E poco prima – o anni prima – pensavamo che il Comandante Koenig in Spazio 1999 avrebbe fatto bene a lasciar perdere tutto e tornare a casa, con la dottoressa Barbara Bain, che nonostante fosse un poco troppo pallida era, secondo noi, da prendere in braccio e portare lontano, via da tutte quelle tute che umiliavano il suo fascino. O magari – chissà – il suo fascino stava proprio lì, in quel pallore lunare e nella tuta spaziale.

Le stesse tute che rendevano uguali il signor Sulu alla caponavigatrice dell’Enterprise, la sempiterna missis Uhura? Per noi italiani, più semplicemente Ura, che l’acca in mezzo senza una c davanti era improponibile, negli anni 60/70? Eh no: missis Ura vestiva – nelle prime edizioni – una tuta corta con collant neri un po’ pesanti, che però lasciavano molto all’immaginazione di noi tutti ragazzi suoi fans, avidi delle poche inquadrature che ce la regalavano trionfante con quelle gambe imponenti e degne di una circumnavigazione attenta che nemmeno Ferdinando Magalhaes ai suoi tempi.

Il futuro scorre all’indietro fino al Comandante Streker di UFO 1980 e delle sue atronavi SHADO che debellavano – positiviste ed invincibili – i padelloni UFO come fossero in un videogioco di pochi anni dopo.

Non c’è più il futuro di una volta, dall’80 son passati 35 anni, noi li aspettiamo ancora, le astronavi, e le automobili volanti come in Blade Runner. O più modestamente come in Ritorno al Futuro, ambientato con un viaggio nel – ora mi sovviene – 2015. Ma pare che nei motori delle automobili volanti – tutte di casa Volkswagen – ci sia qualche guaio con il tubo di scappamento.

Come quando Nixon, o forse era Spiro Agnew, disse nel 69 che saremmo sbarcati su Marte entro il 1980.
Era il luglio 1969 ed eravamo tutti molto fiduciosi: mentre Neil e Buzz Aldrin facevano un piccolo passo, ma grande per l’umanità, i Beatles incidevano Abbey Road e a Woodstock, intanto.

Poi l’anno dopo – nel fatidico terribile 1970 – quell’astronauta poi impersonato nel film da Forrest Gump diceva laconicamente “Houston, abbiamo un problema”.

E gli scricchiolii diventarono una tempesta di rumore assordante. Lo stesso anno succedeva l’impensabile, ovvero si scioglievano i Beatles, mentre quel rumore sinistro e assordante non era nemmeno più coperto dalla chitarra: Jimi Hendrix moriva proprio nel 70 soffocato dal suo stesso vomito. Che silenzio.

Gia Brian Jones era andato l’anno prima, e Jim Morrison ingrassato come missis Ura nelle sue ultime apparizioni attendeva lo stesso destino l’anno dopo. Lo stesso 1971 in cui i tre astronauti eroi della Saljut, tornando a terra, morivano schiacciati dal loro stesso peso sullo scheletro reso di pastafrolla. Altro che Comandante Streker, Capitano Kirk, Comandante Koenig.

E allora Nixon disse che l’Apollo era cancellata, temporaneamente. Certo. Temporaneamente: dopo che vincevano in Vietnam sarebbe ripartito tutto. Questione di poco.

Dissolvenza.

Allora. Oggi mi arriva l’annuncio dei prossimi due convegni cui dovrò partecipare: saranno nel 2017. In quelle occasioni si annunceranno quelli dopo, che appunto saranno nel 2019.

L’anno di Blade Runner, le Colonne d’Ercole si presumeva invalicabili – tanto erano lontane – di un futuro brulicante di orientali, con il clima sconvolto dall’effetto serra, gli inutili grattacieli stile Renzopiano convertiti a superattici con l’ascensore esterno a pile, i replicanti cacciati come selvaggina perché infrangono le nostre frontiere ed escono dalle colonie extramondo, e le automobili volanti.

Autoobili volanti a parte, Blade Runner ci ha azzeccato perfettamente: i replicanti che invadono il nostro mondo fatato non hanno l’aspetto tutto sommato rassicurante del dolicocefalo biondo Rutger Hauer o della bambola gnocca e sempre bionda Daryl Hannah, ma sono bambini migranti con il pannolino intriso di acqua di mare o le magliette a righe come nostro figlio, che annegano sulle nostre spiagge.

Il resto si è tutto verificato, automobili volanti a parte. Per quelle, pare che ci fosse un trucco sulle emissioni di monossido di azoto. La Volkswagen – ha annunciato Nixon, oppure Spiro Agnew, o uno che gli somiglia – dovrà pagare delle multe principesche, ed ha purtroppo fatto capire a noi ragazzi  che lo sbarco su Marte è ancora rimandato.

A dopo che avranno vinto contro l’ISIS, questione di poco. Restate fiduciosi.

L’ingegno umano – a causa dei vari Nixon – si è aguzzato per fare le guerre, respingere i replicanti, e truccare i vecchi motori. Sarebbe bastato – ne sono sicuro – aguzzarlo diversamente ed ora – forse – le avremmo, le macchine volanti. Ovviamente non con i motori a scoppio, e nemmeno con le bombe come motore dell’economia mondiale. Oppure ci avremmo rinunciato volentieri, se bisognava sconfiggere la fame, la povertà, la guerra: per far sì che nessuno dovesse sentirsi replicante, confinato nelle colonie extramondo.

E invece.

I replicanti hanno fame. Ma noi continuiamo a truccare i motori e barare al gioco.

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