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Ceci n'est pas un blog

Le periferie con Daesh?

Nei giorni scorsi, i nostri media hanno inviato le loro firme migliori nelle varie periferie tra Parigi e Bruxelles cercando tracce di fondamentalismo islamico, del fallimento dell’integrazione, di incompatibilità culturali. I racconti sono tutti piuttosto simili, si parla di periferie perdute, giovani disoccupati tra cui si celano zombie metropolitani pronti a farsi saltare in aria in nome della religione. Molenbeek, Saint Denis, Clichy, raccontate e descritte come Scampia, per una narrazione ad uso e consumo della spettacolarizzazione della notizia, che omette l’esistenza, oltre di milioni di belgi e francesi di origine araba o maghrebina ben lontani dal sostenere il gruppo di Abaaoud, anche di milioni di cittadini delle periferie di origine est europea, ivoriana, congolese, asiatica, che praticano il buddhismo, una delle mille confessioni cristiane o l’ebraismo. Una “reductio ad califfatum” che ha infatuato anche molta analisi proveniente da sinistra, annebbiata dal comodo sillogismo (certamente non residuale, per carità, ma nemmeno dirimente) rivolte del 2005-jihad del 2015.

Depoliticizzare l’identità del Daesh, che significa depoliticizzare la scelta di aderire al suo progetto, serve soprattutto a chi porta avanti o avalla “lo scontro di civiltà”, “l’attacco ai nostri valori e alla nostra cultura”. Ieri l’account twitter del PD annunciava trionfante “Contro la paura: 1mld sulla sicurezza, 1mld sulla nostra identità culturale”.  Identità cultura, come se la cultura in se per se non fosse qualcosa di liquido, di contaminato, di permeabile. Tralasciando ogni discorso geopolitico o storico sulla nascita del Daesh, tralasciando anche i ricorsi storici da inizio 900, rimane una domanda a importante: perché qualche migliaio di giovani europei, nati, cresciuti e vissuti in questo continente scelgono di andare a combattere in Siria o di farsi saltare all’ingresso di uno stadio di calcio dove magari sono stati qualche volta nella loro vita.

Il non riconoscere che Daesh è una opzione politica è demente. Il profilo di alcuni attentatori va controcorrente con il racconto fatto finora cioè giovani disperati delle banlieue che si radicalizzano religiosamente e diventano dei sanguinari. L’attuale pericolo pubblico n.1, tale Salah Abdeslam, ha un profilo molto poco religioso. L’altro pericolo n.1, l’inglese “Jihadi John”, che ci raccontano sia stato ucciso da un drone, non aveva il profilo dello sbandato ignorante ma si era formato in una delle migliore scuole londinesi. Anche il sogno del Califfato è e rimane una opzione politica. Perché non dovrebbe esserlo? Perché raccontarlo come se fossimo una puntata di The Walking Dead? Perché l’Islam più radicale non può essere una opzione politica mentre i teo-con possono governare liberamente? Perché negare che IS propone un progetto di vita, un progetto politico, per quanto mostruoso? Quanti nostalgici del fascismo o del nazismo possono prendere parola nel nostro bel continente “pieno di valori”?

Il problema indentitario rimane e rimane in maniera prepotente. Al di là di ogni retorica del “je suis Paris” o il “siamo tutti francesi” rimane la profonda spaccatura nella società francese come nelle altre società europee. Lo scorso gennaio provammo a raccontarne una che può dare un quadro di quali siano i rapporti tra centro e periferia in una società. Chiudersi nell’identitarismo nazionalista non può che esacerbare la spaccatura. Ed è quello che sta avvenendo.

Al di là dei Cazzullo di turno, le banlieue francesi sono luoghi molto più complessi di come vengono raccontati e dove esistono percorsi di lotta e politici molto più diffusi di quanto non accada nelle nostre periferie. Solo lo scorso ottobre a Montpellier si è tenuta l'”Agora des quartiers” che partendo dalla “segregazione residenziale” vissuta dagli abitanti delle periferie, si è discusso di diversi temi tra cui anche il rapporto tra militanti di sinistra e gli abitanti dei quartieri stessi. O pensiamo all’esperienza del MIB che proprio pochi anni fa organizzò il forum sociale dei quartieri popolari. In una intervista fatta da Radio Onda Rossa, un compagno francese (non musulmano) che proprio nelle banlieue muove la sua attività politica ricordava che “alle nostre iniziative partecipano un sacco di persone ma non mi vedono come un bravo compagno ma come un bravo musulmano”. Saltata l’identità di classe, affossate le ideologie dagli stessi che ora parlano di scontro di civiltà, l’unico collante per milioni di persone è proprio quella religiosa.

E non fu sorprendente se dopo la strage del Charlie, molti banlieusards avevano vissuto con profondo distacco, visto che il CH ai loro occhi era quel settimanale bianco, borghese e francese che irrideva la loro religione. Oltretutto per la prima volta dall’epoca di Mitterand, il Ps non ritiene più il voto degli immigrati prioritario e così facendo riduce ulteriormente il proprio elettorato. Spogliare Daesh della sua carica politica, della sua ideologia morale, significa non riconoscere che qualche migliaio di persone in Francia, Belgio, o dovunque sia, possano avere abbastanza consapevolezza per fare una scelta di campo. Mettiamo l’accento sulla loro residualità, non sulla supposta eterodirezione di Daesh. Mettiamo l’accento sul fatto che l’opzione politica di Daesh gode del benvolere anche di figure chiave del potere in Medio Oriente, ma quanto può essere fuorviante ritenerlo una “creatura” esclusiva delle guerre Nato nell’area? Al di là dell’amnesia per il decennio di guerra sporca condotta anche dalla Russia in Caucaso (che già nei primi anni 2000, secondo alcuni osservatori, sembrava candidarsi a diventare sede di un califfato islamico tradizionalista), sembra perdersi la legittimità di Daesh come forma organizzata di un’opzione politica tra le tante del frastagliato mondo dell’Islam politico.

Pochi giorni fa, Guido Caldiron intervistava per il Manifesto il sociologo Farhad Khosrokhavar, il quale sottolineava come il jihadismo fosse un fenomeno con le radici nel mondo arabo-musulmano, potenziato certamente dalla mancanza di opzioni alternative per l’affermazione individuale e collettiva di almeno due generazioni.  Questo naturalmente non significa dare legittimità alla dialettica dello “scontro di civiltà”. Al contrario significa riportare il discorso dentro un ambito politico, di cui si riconoscono non solo le leve mosse dall’alto, ma anche le spinte dal basso, sociali, che per quanto in maniera residuale aggregano quel tanto che basta a muovere una guerra asimmetrica nell’intero spazio afro-euro-mediterraneo, dall’Iraq a Parigi, dal Mali a Malmö. Significa dire tranquillamente che Daesh è una merda e chi lo sostiene va trattato come tale.