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Anziparla

Le pari ministre del governo Renzi

Conclusa la lettura e ripiegato il foglietto con la lista dei nuovi ministri e delle nuove ministre del governo Renzi, è iniziato il balletto dell'”evviva, la metà sono donne”. Attenzione, ci troviamo di fronte a una strumentalizzazione delle donne e a un trucco che, approfittando di un’interpretazione mainstream del femminismo, con una mossa (rapida e colpevole) archivia immediatamente tutta la faccenda. Manca il ministero delle pari opportunità (oltre a quello dell’integrazione), ma si dirà che non ce n’è alcun bisogno data la presenza, nel nuovo esecutivo, di un numero di donne pari a quello degli uomini.

Ma la posta in gioco è talmente alta che la posizione “meglio di niente” perde ogni suo significato: ricordiamo ad esempio che proclamarsi semplicemente “a favore della 194” ma non intraprendere azioni politiche mirate che ne garantiscano l’applicazione e che, dunque, contrastino l’obiezione di coscienza, di questi tempi ha ben poco valore.

Provo a spiegarla con le parole di Luisa Muraro:

«Per quello che riguarda l’Europa, la divisione principale (tra i movimenti femministi, ndr) ha ricevuto l’etichetta di femminismo della parità versus femminismo della differenza. La divisione si formò in un secondo tempo, quando le istituzioni pubbliche, in testa quelle dell’Europa unita, interpretarono il movimento delle donne nel senso di una domanda femminile di parità e nacque così il “femminismo di stato”, che considera discriminatorio ogni segno di differenza sessuale e mette al centro della sua azione la spartizione del potere tra donne e uomini.

Il femminismo autonomo, in continuità con quello degli inizi, ha cercato invece di dare un senso libero alla differenza sessuale e vede nell’affermarsi positivo della differenza femminile, insieme alla migliore garanzia dell’uguaglianza, una premessa per restituire protagonismo alle persone contro il sistema di potere».

Nel “femminismo di Stato”, la quantità (che Ida Dominijanni ha ben definito “pattume paritario”) funziona come un trucco: donne purché donne e che magari – come spesso purtroppo accade – piacciano agli uomini. Le rivendicazioni paritarie sono di corto respiro e nello spazio pubblico funzionano non di rado come annullamento della differenza femminile. Il trucco della quantità non è altro, insomma, che l’inadeguata risposta maschile al cambiamento innescato dalla rivoluzione femminista. Nel quale non dobbiamo cadere.

Non c’è dunque nulla che giustifichi l’entusiasmo per la quantità delle ministre scelte. L’unico vero indicatore a cui dobbiamo guardare è che il ministero per le pari opportunità non c’è. E anche se vorrei tanto che ne venisse cambiato il nome e dunque la sostanza (in Francia si chiama “ministero per i diritti delle donne”), ne abbiamo ancora un gran bisogno. Sul tema dei diritti e della loro applicazione c’è moltissimo lavoro da fare. Un dipartimento dedicato alle pari opportunità dovrebbe essere rafforzato e messo al centro “senza timidezza” dell’attività di un governo che voglia realmente “cambiare verso”.

«C’è un enorme bisogno, per uscire dai guai, del “doppio sguardo”: che in Italia la politica machista abbia tenuto fuori tanto a lungo le donne da ogni decisione pubblica è certamente una delle ragioni del nostro plus di crisi. Corrispettivamente, un’attenzione strategica alle donne sarebbe un vettore di modernizzazione, avrebbe un valore economico e farebbe bene a tutto e a tutti, Pil compreso», riassume Marina Terragni.

L’impressione, dopo questa assenza mascherata, è però che non si sappia nemmeno di che cosa si stia parlando. O che purtroppo lo si sappia anche troppo bene. Tanti auguri.