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La rete nel cappio

Le memorie al vetriolo del cofondatore della Microsoft

Nell’ultimo numero della rivista Vanity Fair c’è una chicca che tutti gli appassionati di Rete, meglio della network

culture, dovrebbero leggere. E’ l’anticipazione del libro di memorie di Paul Allen, cofondatore della Microsoft . Lanciato come il libro che svela i retroscena della rottura tra Allen e Bill Gates, in realtà è un avvincente spaccato delle vicende che alla fine degli anni Settanta hanno preparato quella che viene chiamata la «rivoluzione informatica». Di notizie sconvolgenti sulla Microsoft ce ne sono poche, anche se, come scrive il quotidiano inglese The Guardian, l’anticipazione mette in evidenza come l’ambizione di Bill Gates abbia svolto un ruolo rilevante nella rottura tra i due fondatori della Microsoft. Con un misto di nostalgia e tenerezza, Allen ricorda l’incontro con Bill Gates, le lunghe notti passate a programmare una versione del Basic per uno dei primi personal computer (Atari), dopo una giornata di lavoro alla Honeywell, antica e prestigiosa società informatica che sarà spazzata via dai personal computer. Ed evoca anche i viaggi al Mit, percorrendo la 128 route, il secondo centro statunitense della computer science per poter usare un pdp11, mitico computer Helwett Packard di medie dimensioni che nella seconda metà degli anni Settanta del Novecento era ritenuto un concentrato di quanto meglio poteva offrire l’informatica.

Altri tempi. C’era ancora la Ibm e tante altre società di cui si è ormai dimenticato perfino il nome. Ma Paul Allen ricorda anche che Douglas Engelbart dello Stanford Engelbart aveva presentato un prototipo del mouse, di un programma di videoscrittura acui in seguito tutti si sono rifatti, di un hypertesto e di un programma per la posta elettronica. E che la Intel, fondata da Robert Noyce e Gordon Moore, era già diventata una delle società più rilevanti nell’high-tech. E che la Apple stava diventando la società che da lì a poco avrebbe messo all’angolo l’Ibm.

I ricordi di Allen si tingono di tristezza quando arriva al deterioramento dei rapporti con Bill Gates. In primo luogo quando devono decidere la divisione della proprietà. Gates rivendica di aver scritto più linee di codice di Allen, rimuovendo il fatto che il suo compagno di avventure, più anziano di lui, aveva sviluppato tutti gli strumenti – i cosiddetti tools – per meglio programmare il nascente sistema operativo Ms-Dos. Allen fa il signore e lascia correre. La tensione tra i due si ripresentò quando Bill Gates decise di assumere Steve Ballmer, manager proveniente dal marketing che allora di computer non sapeva quasi nulla. Anche in questo caso Allen lascia correre. Il rapporto arriva al punto di rottura quando Paul Allen si ammala di cancro.

Siamo ormai agli inizi degli anni Ottanta, la Microsoft comincia ad avere successo con il suo sistema operativo e sta preparando il grande colpo che la porterà a rompere con la Ibm a cui forniva l’Ms-Dos e a stilare il contratto di ferro con Intel, solo di recente messo in discussione, in base al quale veniva stabilita una compatibilità tra i microprocessori Intel e i programmi di base della Microsoft. Due mosse che porteranno la Microsoft a diventare una delle cinquecento società citate da Fortune come esempio di successo economico. Bill Gates vorrebbe che Allen vendesse la sua quota e lasciasse dunque libero il campo. Con quel sentimento che prende quando parli di una propria creatura, Allen illustra il suo rifiuto e la sua decisione di rimanere azionista della Microsoft. Per lui, alla fine, non ci sarà nessun incarico, ma solo un riconoscimento formale.

Paul Allen è diventato un miliardario, perché la Microsoft è continuata a crescere, diventando la multinazionale che conosciamo. Questa l’anticipazione da «Vanity Fair», in attesa che qualche editore italiano traduca il libro di Paul Allen.

  • herik

    il PDP-11 è Digital, non hp! 😀

  • benedetto

    hai completamente ragione. me ne scuso, ma ho confuso il fatto che Paul Allen, nell’anticipazione che ho letto, si riferisca alla HP come una delle imprese piùinnovative di quel periodo. ti ringrazio per la precisazione

  • Harken

    Be’: precisazione per precisazione…

    “C’era ancora la Ibm e tante altre società di cui si è ormai dimenticato perfino il nome. […] E […] la Apple stava diventando la società che da lì a poco avrebbe messo all’angolo l’Ibm.”

    Ma la IBM è tutt’altro che sparita, come parrebbe dal tuo commento. Men che meno è “all’angolo”. Al contrario: è in ottima salute (ultima quotazione al NYSE: 164.27 USD, tendente alla crescita, con un valore di mercato di oltre 200 miliardi di dollari – quando per esempio General Electric vale 213 miliardi e Microsoft 214 miliardi), dunque continua ad essere – tanto per metterla sul venale – un ottimo investimento.

    Certo: per contro Apple (della quale sono stato un cultore dal 1984 al 2001) vale (grazie alle sue notoriamente spregiudicatissime politiche commerciali) oltre 300 miliardi di dollari.

    In compenso, IBM ha ancora (vivi e vegeti ed in ottima salute anch’essi) i Thomas J. Watson Research Centers, un “asset” che Apple può solo sognare: e soprattutto, un luogo dove si fa ancora della ricerca (teorica ed applicata) di altissimo valore…

    Se questo lo vogliamo chiamare “sparire”… 😉

  • benedetto

    La Ibm degli anni Settanta è semplicemente sparita. Quella di oggi è una società tiotalmente diversa. Ha certo i centri di ricerca (in anni passati alcuni nobel sono passati di lì), così come è anora una impresa che “pesa”, ma si muove in un’ottica da società di consulenza e di progettazione organizzativa. Ha scelto l’open source come strategia sia per sviluppare software, ma sopratutto per integrare software presistenti, ha venduto ai cinesi la divisione dei personal computer. Insomma è diventata un’altra società da quella quando dettava legge nell’informatica. Per non parlare di altre società semplicemente sparite, non perché non esistano più, ma perché hanno scelto di fare business in altri settori o in quelli “protetti” (vedi il settore militare). Infine, non credo che la superiorità di Apple derivi solo da accorte e spregiudicate strategie di marketing. Dopo aver perso lucidità e mercato nei personall, ha puntato sull’intrattenimento ne orasta pensando di inserisi in quel misto di telefonia mobile e Rete che si preannuncia il settore più promettente dal punto di vista dei profitti….

  • Harken

    Ben… scusa, eh… non è per mettersi a fare quelli che si dilettano a sezionare i capelli, ma… ;·)

    “La Ibm degli anni Settanta è semplicemente sparita. Quella di oggi è una società totalmente diversa. Ha certo i centri di ricerca (in anni passati alcuni nobel sono passati di lì), così come è ancora una impresa che “pesa”, ma si muove in un’ottica da società di consulenza e di progettazione organizzativa.”

    A parte che è tutto ASSOLUTAMENTE NOTO (ti confido un segreto: il primo PC su cui abbia mai messo le mani fu, nell’ormai preistorico 1983, giusto un IBM XT. Il secondo fu un Macintosh, l’anno dopo) resta il fatto INNEGABILE che IBM è ancora quotata in borsa, ha una sede legale, una forza lavoro, un management, un bilancio ed un fatturato. Che oggi si occupi in sostanza di “servizi ad alto valore aggiunto” invece che di “hardware”, non cambia di una virgola il fatto – anch’esso incontrovertibile – che chi avesse acquistato, poniamo, 1000 azioni IBM trent’anni fa, adesso le potrebbe rivendere (quotazione odierna del NYSE) a 163.99 ad azione, incassando un totale di 164000 dollari. Cosa che invece non potrebbe fare chi trent’anni fa, in piena “Reaganomics”, avesse comprato altrettante azioni di, poniamo, Arthur Andersen & Co. (scommettendo sull’imminente boom delle “fusioni & acquisizioni”), e tentasse di rivenderle oggi avendole fortuitamente ritrovate in una cassetta di sicurezza: perché il loro valore attuale sarebbe inferiore a quello della carta su cui fossero stampate.

    “Infine, non credo che la superiorità di Apple derivi solo da accorte e spregiudicate strategie di marketing. Dopo aver perso lucidità e mercato nei personal, ha puntato sull’intrattenimento ma ora sta pensando di inserisi in quel misto di telefonia mobile e Rete che si preannuncia il settore più promettente dal punto di vista dei profitti”

    Ma perché: puntare sull’intrattenimento, mettendosi a vendere online musica ed altri contenuti e/o servizi, anch’essi “ad alto valore aggiunto” (ma di un valore del tutto differente da quello incorporato nei servizi IBM), non è forse fare del marketing? Fare del marketing, se vogliamo, “in senso lato”, cioè nel senso di: passare dall’essere (stata) una delle più innovative software/hardware house, ai tempi che furono, all’essere oggi, in buona sostanza, una società commerciale.

    Spingendo alle estreme conseguenze la tua logica, allora, si dovrebbe concludere che nemmeno Apple esiste più: perché la Apple di oggi ha ben poco in comune con quella che rivoluzionò il mondo della computer science nei 1980. Certo: è, molto più di quanto non lo fosse allora, una macchina per fare soldi… ma di rivoluzionario ha ormai ben poco. Non è più l’allegra mela a 6 colori, ma è appunto ormai una mela di freddo e grigio alluminio

    Poi, se è solo questione che tu preferisci mettere le mani sull’alluminio di uno dei nuovi MacBook Pro (che “sotto il cofano” hanno ormai definitivamente scelto di montare processori Intel e “motori grafici” AMD: e quindi, con buona pace dei Mac-isti che continuano a credersi diversi dal resto dell’umanità, non sono nient’altro che degli Hewlett Packard meno “cheap” ;)) anziché sulle proletarie plastiche di un HP di fascia media (come quello da cui ti sto scrivendo) o – peggio ancora! – di un Lenovo cinese (ex-IBM), be’: posso anche capirti. Ma è tutt’un altro discorso…

    Ecco, purtroppo questo io non riesco (più) a trovare nel manifesto di oggi: la capacità di mettere DAVVERO le mani sotto ai cofani, per mostrare DAVVERO che cosa celano. Siete bravissimi (quando v’impegnate) a mettere in scena, a raccontare il mondo: ma nessuno di voi ha davvero il “talento del meccanico”, capace di capire senza nemmeno aprire il cofano quale cilindro batte in testa.

    Mi spiace ^_~

  • benedetto

    Poni due problemi tra di loro interdipendenti. Il primo è come analizzo le trasformazioni di alcune imprese, il loro peso sul mercato, e setali trasformazioni siano esemplificative o meno di un mutamento nella produzione capitalistica della ricchezza. Il secondo problema, l’appannamento del manifesto, il suo ripiegamento a meccanico poco specializzato nello spiegare a come funziona il motore. Provo a distinguerli e dunque a risponderti.
    Ibm è certo una società che ancora costituisce una realtà significativa nell’high-tech. Il suo spostamento da impresa integrata (dall’hardware al software alla consulenza organizzativa) a impresa “immateriale” (concedimi la semplificazione) non può essere spiegato solo attraverso un cambiamento nella divisione internazionale del lavoro. Al Nord del mondo la progettazione, il design, il software, al Sud del mondo le lavorazioni sporche. Ci sono significativi segnali che indicano che alccune realtà asiatiche (India, Cina, Filippine) hanno già compiuto invenstimenti e scelte strategiche su questi elementi. Certo la divisione internazionale dellavoro illumina un momento di transizione, ma quello che emerge è il ruolo strategico dell’immateriale (scusami di nuovo l’uso di un termine opaco) nella produzione capitalistica. E su questo la Ibm ha scelto di collocarsi dentro la tendenza dominante, ma non sempre riesce a misurarsi su quanto accade in Rete. E’ una grande impresa, fa profitti vendendo consulenza organizzativa, ma niente più. Certo sta lavorando su tools, prodotti software che formalizzano i flussi di informazione, le comunicazion all’interno delle imprese al fine di aumentare la produttività del lavoro impiegatizio e di gestione, ma di passa avanti non riesce a farne. Finora riesc ad integrare le fasi “povere” della comunicazione sociale. Ma niente più.
    Veniamo alla Apple. Ha problemi analoghi, ma ha intuito che il business in Rete vive ormai di intrattenimento,comunicazione spicciola, nomadismo nella rete. Ma non ha la capacità di collocarsi su ciò che costituisce il cuore della produzione on line: usare la cooperazione sociale. Ma per dare una lettura puntuale di ciò occorre cimentarsi con una critica dell’economia politica vigente nel capitalismo contemporaneo. Riesce a farlo il manifesto? No. Forse un giornale non può farlo. O se ci riesce è solo attraverso un accumulo di materiali, che passano dalla rappresentazione della realtà alla sua rimessa in discussione attraversso una griglia analitica “certa”. Ma su questo ilmanifesto è in affanno, inutile negarlo. La scommessa è di provarci. E magari convincerti che ci sta provando.
    un saluto