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Antiviolenza

Le donne non sono pazze: la violenza istituzionale e i figli contesi (DL femminicidio III parte)

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In questi giorni è stato avviato l’iter del decreto legge sul femminicidio nelle commissioni giustizia e affari costituzionali, dove si discute di alcuni cambiamenti del codice penale in relazione alla violenza contro donne e minori, nella speranza di mettere fine a ingiustizie, sopraffazione, paura, inferni domestici, abusi, violenza, che in questo Paese si consumano soprattutto tra le 4 mura di casa. Un decreto che, al di là dei punti critici già evidenziati su questo giornale e altrove, non mette mano alla realtà consumata da tempo nei tribunali italiani e che coinvolge sempre più donne in fase di separazione da compagni con cui hanno avuto figli. Donne che chiedono aiuto, donne che denunciano mariti violenti, donne che non parlano perché minacciate da violenza economica e psicologica, donne che cercano di proteggere i loro figli da questa violenza subita e/o assistita, e che invece di essere ascoltate, tutelate e difese dallo stato a cui si rivolgono, si ritrovano catapultate in pieno Medioevo. Accusate di essere madri inadeguate o addirittura “malevole”, si ritrovano non solo “rivittimizzate”, ma vivisezionate per essere giudicate pericolose alla crescita di figli che hanno partorito e cresciuto fino a quel momento con immensi sacrifici e in grande solitudine (sia affettiva che economica). Dichiarate pazze, schizofreniche, psicotiche e ostacolative alla crescita del minore, queste donne vengono marchiate e punite come fossero streghe, e quindi allontanate forzosamente dai loro figli, grazie a perizie psicologiche e psichiatriche che oltre ad attingere a piene mani nei pregiudizi di genere, operano nell’ottica di ristabilire l’unico ordine che questa società concepisce: quello del controllo patriarcale.

Ciò che davvero succede nei tribunali italiani, purtroppo, finisce di rado sulla scrivania di chi legifera su certe questioni, ed è per questo che diventa necessaria la denuncia pubblica del perché il nucleo della violenza contro donne e minori, che in questo caso diventa istituzionale con grave responsabilità dello stato, non verrà mai risolto se non si cambiano i parametri di giudizio con un netto ribaltamento culturale, e attraverso una capillare campagna di contro-informazione per l’opinione pubblica e di formazione per chi lavora su questo.

Sembra assurdo assistere da una parte alla ratifica della Convenzione di Istanbul dell’Italia, e dall’altra ai sempre più numerosi prelievi forzati di minori dal contesto materno, grazie a perizie che dichiarano la madre in questione “malevola” e alienante nei confronti di un padre spesso violento e/o da sempre assente, che rispunta da un giorno all’altro e non per riprendere gradualmente un rapporto con il figlio, ma con pretese di affido del minore in quanto anche di sua proprietà. Richieste di chi desidera soprattutto una vendetta verso la donna che ormai non controlla e che si avvale di avvocati che se non si appellano alla sindrome di alienazione parentale (PAS) – su cui ormai tantissime professioni si sono dichiarate contrarie perché ipotesi fallace e senza base scientifica – cercano direttamente di far passare la donna per pazza, e quindi inadeguata a essere madre dei propri figli. 

Tutte matte? siamo sicuri che le donne italiane siano diventate all’improvviso tutte pazze, schizoidi, psicotiche e addirittura pericolose per la crescita dei bambini che hanno messo al mondo e poi cresciuto fino a quel momento? E per dare un giudizio così pesante, su cosa ci si basa? Nei tribunali ci si avvale di “esperti”, psicologi e/o psichiatri, ai quali farebbe molto bene un corso di formazione come quello che ha tenuto “Be Free” la scorsa settimana alle porte di Viterbo, dove è stato ben spiegato in quali forme si manifesta la violenza sulle donne e sui minori anche in famiglia. Sì, perché in questi contesti, e soprattutto in questi incontri di valutazione, che la donna abbia subito violenza fisica, o sessuale, o psicologica, o economica, o tutte insieme, poco importa, perché il pregiudizio è così ben radicato, che quella violenza verrà considerata come semplice conflittualità tra ex coniugi, in cui non solo si mette la violenza sullo stesso piano della reazione della persona che l’ha subita, ma si spartiscono le responsabilità valutando le difese psicologiche della persona che ha subito violenza (e che quindi ha un certo tipo di stress), come incapacità o non volontà a sanare quella conflittualità, nemmeno per il bene dei figli. E per questo una madre può diventare all’improvviso snaturata, sbagliata, incapace, inadeguata, inconcludente, e quindi ostacolativa alla crescita dei bambini: quella che provoca e che non sa arrivare a un compromesso per il bene e l’armonia della famiglia che è sacra, e che non vuole la figura del padre per i suoi bambini, di qualunque tipologia di uomo si tratti. 

Questi “esperti” della famiglia, che fanno perizie e dichiarano le donne pazze, sono in grado di stravolgere la vita di un intero nucleo, dichiarando una madre inadatta – non si capisce poi rispetto a quali parametri – con una semplice Ctu, la famosa Consulenza tecnica d’ufficio, che viene chiesta e accolta dal giudice in quanto diagnosi alla quale si risponde con un provvedimento, senza magari neanche approfondire la modalità di un giudizio così impegnativo e così decisivo per le sorti di tutte le persone coinvolte. Diagnosi a volte opinabili per la modalità di analisi e acquisizione dei dati, come già succede con le diagnosi di PAS, malattia considerata inesistente ma ancora applicata e accolta nei tribunali italiani. E così può succedere che mentre la donna chiede un divorzio, un aiuto ai servizi sociali, una separazione da un marito violento, si avvii la vivisezione della madre. Sei preoccupata? sei in ansia perché senti che c’è qualcosa che non va? sei stanca di tutte le vessazioni che hai subito, e sei distrutta moralmente perché le tue energie in questi anni si sono esaurite? racconti che nella vostra relazione lui è stato violento e che sei finita al pronto soccorso? non c’è problema, perché la Ctu potrà dichiararti persona affetta da un disturbo psicotico così grave da renderti inadatta a crescere tuo figlio, dato che sei tu che non sei collaborativa e che mini il nucleo familiare, e se la colpa è tua, la cosa migliore sarà affidare la prole a una casa famiglia o alla persona che non è mai stata il punto di riferimento del minore e che magari ha mostrato di essere anche un violento. Ma che importanza ha? è il padre, quindi anche se è stato un marito violento non significa che non sia un buon padre. Tutto questo in barba alla recente ratifica della Convenzione di Istanbul che indica esplicitamente:

Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza – Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.

Il nodo inspiegabile però di tutta questa catena, è come un giudice possa accettare una diagnosi così importante senza valutazioni certe e conclamate, e senza la dimostrazione che ci sia un pericolo vero e imminente per il minore. E cioè come possa firmare un provvedimento per un prelievo forzoso del minore da casa o da scuola, che provocherà, oltre tutto, lo sradicamento del piccolo dal suo ambiente, dalla sua casa, e dai suoi affetti. Un trauma lecito solo se ci sono pericoli evidenti e incombenti per il minore, che in caso contrario può essere considerata una violazione dei diritti del fanciullo.

A questo proposito, pubblico la lettera di una mamma che vive ore d’angoscia nell’attesa di un prelievo forzoso della figlia che ha cresciuto da sola e con grandi sacrifici. Una donna che è stata abbandonata a se stessa e non tutelata né sostenuta dallo stato, e che si è vista bollare da una Ctu come una psicotica, e quindi madre inadatta a crescere la minore che ha accudito fino a oggi, malgrado i pareri a lei favorevoli degli stessi servizi sociali e malgrado una controperizia che smonta in toto la Ctu. Una lettera non diversa da tante altre che ricevo da madri disperate che non sanno come proteggere i propri figli, che vengono punite dalle istituzioni a cui si rivolgono, che si vedono sottrarre figli che hanno cresciuto fino a quel momento. Una lettera che si rivolge anche a chi ha responsabilità istituzionali e dovrebbe proteggere queste donne che vivono situazioni che farebbero impazzire ogni donna sana.

(ogni riferimento è stato omesso per il rispetto della privacy della minore).

“Gentile Luisa Betti,

scrivo questa lettera con il cuore in mano cogliendo l’occasione di rivolgermi a Lei, che stimo e leggo sempre con estrema attenzione, cogliendo l’occasione di  rivolgermi anche alle istituzioni italiane affinché diano un segnale forte su un argomento che non può più essere trascurato, né tanto meno rimandato: i figli contesi. Da circa cinque anni, tra alti e bassi, mia figlia ed io siamo coinvolte in un inchiesta giudiziaria che non ci rende libere. Sempre monitorate, fotografate, registrate.  Non dormo da diverso tempo per questa ingiustizia che ha stravolto completamente la nostra esistenza. Io vivo con i miei due figli, alle porte di (…), ed è la seconda di loro la figlia contesa. Un uomo che con me è stato violento tanto da denunciarlo e che nonostante la separazione ha perseverato nei controlli e nella smania di tenerci sotto controllo. Traumi quotidiani che ledono principalmente la tranquillità e l’equilibrio della mia bambina che chiede solo di vivere la sua età e di avere un luogo da chiamare casa. Sono una madre che ha subito in questi ultimi 5 anni i più riprovevoli torti, ho evitato di reagire alle provocazioni, ai chiari segni di violenza fisica e psicologica promessi e talvolta ricevuti, ma ho sempre preferito concentrarmi sui figli e sulle loro esigenze. Mi sono fatta forza e ho proseguito anche senza l’aiuto del padre. L’anno scorso, ignara a quello a cui potevo andare incontro chiedendo il divorzio, mi si è aperto uno scenario talmente squallido e colmo di colpi bassi da far rabbrividire chiunque. Bugie, calunnie, vessazioni, pura cattiveria. Pedinata e registrata, tutti i giorni. Ho cercato un avvocato per cautelarmi, ma ho scoperto che chi chiede un gratuito patrocinio in questo Paese paga costi altissimi sia a livello di salute che a livello di equa difesa. Siamo giunti a questo: mia figlia è stata presa in carico dai servizi sociali con collocamento presso il padre, nonostante il padre abbia più volte comunicato, a più persone, che non aveva desiderio di paternità. Aver comunicato questo trasferimento alla mia bambina che ha sei anni ed è molto legata a suo fratello, le ha portato grandi disagi. Giorni fa passeggiando per il paese in cui abitiamo, mentre tentavo di comunicarle la notizia ha perso conoscenza, è svenuta, ed è finita al pronto soccorso. La bambina non accetta di allontanarsi da me, dal fratello, dagli amichetti, dai suoi luoghi cari. A settembre inizierà la scuola, perché farla soffrire così? Sono preoccupata per mia figlia che amo più di me stessa. Grazie, IC”