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Quinto Stato

Le divergenze parallele tra Cgil e centrosinistra

finale emilia

Il piano del lavoro che Susanna Camusso illustrerà oggi e domanial Palalottomatica di Roma è un manifesto anti-rigorista e neo-keynesiano che lancia un chiaro avvertimento a Bersani e Vendola in prima fila a prendere nota delle proposte per la crescita della Cgil.

Il nuovo, auspicato, governo Pd-Sel, con o senza il supporto al Senato della Scelta Civica di Monti, non deve scendere a patti con le proposte di Pietro Ichino (ex Pd e ex Cgil), Giuliano Cazzola (ex Pdl) e Alberto Bombassei già candidato alla presidenza di Confindustria, schierati al gran completo sul fronte della contro-riforma della riforma Fornero.

Il conflitto ha già prodotto un duro conflitto interno al Pd quando Ichino duellava con Stefano Fassina, responsabile lavoro del partito, e con Cesare Damiano sul «contratto unico», l’«apartheid» dei non garantiti voluta a suo avviso dai garantiti, l’abolizione dell’articolo 18 e le tutele per i precari, in particolare il reddito minimo.

E nei prossimi mesi si riproporrà su scala ancora più grande quando si tratterà di «collaborare», come più volte annunciato dal Pd, con Monti. Quindi niente sospensione dell’articolo 18 per due o tre anni per i neo-assunti (proposta Ichino-Cazzola) e niente «contratto unico» di Ichino a sostituzione della panoplia dei 46 esistenti. Cazzola ha già annunciato che non lo riproporrà, visto che già il nome fa inorridire la sinistra Pd e Cgil al solo parlarne. Ma non basterà se i «montiani» continueranno a ripetere che l’«apartheid» dei non garantiti è stata prodotta «dalle resistenze del sindacato a difesa degli insider» come si è letto in una delle bozze del «piano» circolate in questi giorni.

In realtà segnali di avvicinamento tra montiani e bersaniani sono in corso da tempo. Fassina al Financial Times ha già detto che la riforma Fornero non si stravolge, di cambiare la riforma dell’articolo 18 non se ne parla, il fiscal compact nemmeno. Insomma le differenze tra le controparti, ancora prima degli accordi ufficiali, sono già molto attenuate. Il problema sarà come la Cgil recepirà il pacchetto di governo già pronto.

I “montiani” pensano a contratto “sperimentale”. Obiettivo: cancellare le varie forme di precariato, varando uno schema contrattuale a tempo indeterminato “più flessibile, meno costoso e con maggiori tutele in caso di licenziamento”. Nei primi due anni dopo l’assunzione  –  secondo la bozza  –  il datore di lavoro potrà in ogni caso licenziare il dipendente pagando un indennizzo proporzionato ai mesi di impiego. Oltre i due anni il contratto sarà rafforzato offrendo, in caso di licenziamento, un crescente sussidio di disoccupazione. Almeno in una prima fase, come ovvio, questa formula sarebbe opzionale e il rodaggio dovrebbe essere fatto entro un quadro identificato da accordi collettivi territoriali, settoriali o aziendali

La Cgil, per quanto si è capito negli ultimi mesi, vorrebbe dare una raddrizzata ai 46 contratti precari, ma non è chiaro se e voglia abolirli o drasticamente ridimensionarli. Di certo, li vuole allineare ai minimi stabiliti dalla contrattazione nazionale. Questo significa introdurre un salario minimo – come confusamente ancora ieri Bersani sosteneva a Radio anch’io (mentre giornalisti e agenzie capivano “reddito minimo”)? No, Camusso ha escluso decisamente l’adozione sia del “salario minimo” (dopo l’uscita dell’ex presidente dell’Eurogruppo Juncker) che del reddito minimo (la Cgil è storicamente estranea a forme universalistiche di tutela dei lavoratori, su questo non ha mai fatto una seria riflessione). Cesare Damiano del Pd, che è in un certo senso uno dei collegamenti con il mondo sindacale, oscilla:

Non so se la risposta sia quella di creare un salario minimo, ma di certo vanno stabiliti degli standard minimi per chi non è tutelato da un contratto nazionale. Non sono contrario al salario minimo per chi non è tutelato da un contratto nazionale di riferimento ma allo stesso tempo bisogna lavorare per indicizzare le pensioni sbloccando l’attuale tetto”.
In realtà, la due giorni della conferenza programmatica dovrebbe servire a saggiare le differenze tra Pd e Cgil e provare a riavvicinarle. Perché sembra che la Cgil abbia le idee chiare e non perfettamente coincidenti, almeno a parole, con quanto sostenuto da Fassina e Bersani al Financial Times. la «politica liberista che ha indebolito la legislazione del lavoro, la sindacalizzazione e la tutela contrattuale del lavoro «atipico». Una strada da cui però sarà difficile distogliere i montiani, convinti sostenitori dell’individualizzazione del rapporto di lavoro. Per la Cgil la riforma Fornero va, se non abolita, di certo rivista perché favorisce il licenziamento dei precari, invece di rafforzarne la posizione. La vittoria della partita per l’autosufficienza al Senato sarà dunque decisiva anche, se non soprattutto, sul lavoro. Se Bersani-Vendola la perderanno i «montiani» impediranno di ascoltare la Cgil che ha in progetto di risollevare un’economia tecnicamente in depressione. Rifacendosi al «piano del lavoro» voluto da Di Vittorio nel 1949, Corso Italia vuole «ridare centralità dell’intervento pubblico come motore dell’economia».

Agente principale dovrebbe essere la Cassa Depositi e Prestiti presieduta dal Pd Franco Bassanini per finanziare con circa 60 miliardi di euro un «piano di legislatura» Una ventina di miliardi dovrebbero andare alla creazione di posti di lavoro, tra i 5 e i 10 agli ammortizzatori sociali e circa 15 per un «nuovo» Welfare, 4-10 ai progetti operativi e 15-20 da una riforma «organica» del sistema fiscale in senso progressivo e una patrimoniale sulle grandi ricchezze (Igr) a sostituzione dell’Imu che Bersani non intende rimuovere. Altri 20 miliardi da una spending review sui costi della politica. L’occupazione dovrebbe crescere del 2,9% in tre anni. Gianni Rinaldini (Cgil che vogliamo) ha denunciato che sul piano del lavoro il Direttivo nazionale Cgil e la conferenza di programma non si sono pronunciate: «È stata la segreteria a convocare la conferenza di programma in piena campagna elettorale e a scegliere quali forze politiche invitare». Per Giorgio Cremaschi (rete 28 aprile), Camusso «non chiede la cancellazione delle controriforme del lavoro», fa uno spot elettorale per il centrosinistra e appoggia la candidatura al Quirinale di Giuliano Amato «il pensionato di platino autore nel 92 di un disastroso accordo che Trentin definì come un agguato».