closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
L'urto del pensiero

Le disavventure della democrazia

democrazia-italia

DI ANTONIO CECERE

(invito alla lettura di S. Petrucciani, Democrazia, Einaudi 2014)

La filosofia mantiene il proprio ruolo di scienza primaria della riflessione sul mondo e sull’uomo ogni qual volta che un intellettuale riesce, attraverso i propri studi, a ripensare criticamente concetti apparentemente di senso comune.  Una conferma di ciò è verificabile, a mio avviso, leggendo l’ultimo lavoro di Stefano Petrucciani, edito da Einaudi, – Democrazia- un testo che permette, ad un lettore attento, di rivedere le proprie convinzioni e adesioni a tale modello di governo politico.  Se questo testo trattasse semplicemente della storia del concetto e della sua genealogia, non sarebbe utile da un punto di vista del dibattito politico contemporaneo. Quest’opera ha il pregio di mantenere sempre alta, in tutta l’esposizione, una tensione critica in merito all’evoluzione del discorso intorno al concetto di Democrazia e i significati che esso ha avuto lungo la storia della nostra civiltà.

La chiarezza dell’esposizione e la precisione nell’individuare, lungo tutto il percorso accidentato di questo paradigma, i punti di snodo in cui la Democrazia è stata declinata secondo diverse accezioni culturali, sono le caratteristiche principali che si evidenziano durante la lettura del libro.

Sin dalle prime righe, l’autore ci invita ad un approfondimento circa l’origine di questo sistema di governo.  Dall’Odissea alla nascita della polis, dalle riforme di Solone a quelle di Clistene, l’analisi è ricca di riferimenti precisi circa gli esordi della Democrazia.  Il Pericle, descritto da Tucidide è certamente un topos di tutto il paradigma democratico a cui la nostra coscienza collettiva fa riferimento per determinare ciò che pensiamo coerente con il modello. Anche nella politica contemporanea possiamo osservare una persistenza del modello agonale, volutamente alimentata dalla classe dirigente. I tre uomini, a capo di parti consistenti del consenso organizzato nella società politica contemporanea, si muovono secondo il modello descritto da Tucidide. Al confronto politico del modello partitico novecentesco post bellico, i leaders contemporanei hanno saputo sostituire il modello dell’oratore fluente interprete dell’ethos pubblico.  Siamo oggi abituati a vedere i Grillo, Berlusconi e Renzi dritti davanti ad un microfono ad arringare folle di uomini spaparanzati su divani davanti alle televisioni, veri scranni della piazza pubblica contemporanea. Ai cittadini, ora come allora, è sì concessa l’isegoria, che però si esercita soprattutto sui social networks dove patetici post , su Twitter e Facebook, mostrano una tendenza del cittadino al regresso culturale, da protagonista del dibattito pubblico a postulante in stile cahier de doléances.

Chiunque sia concorde con questa mia pessimistica visione dello stato di salute della nostra comunità politica, troverà soddisfazione nella lettura di questo testo. Nella prima parte (cap I-V pagine 1-105) l’autore ci consente di stabilire una connessione necessaria fra il paradigma e la storia dell’umanità nelle epoche in cui l’idea di Democrazia è stata l’orizzonte assiologico di una determinata comunità o di alcune classi all’interno di una o più società politiche. Sono analizzate in modo puntuale le implicazioni dell’idea democratica con altre teorie politiche.

La parte che rende davvero indispensabile questo testo per tutti quei cittadini intenzionati a rendersi autonomi nella riflessione politica e partecipi competenti nel dibattito contemporaneo, è l’esposizione della seconda parte del libro.

In un recente video che Petrucciani ha prodotto all’interno del progetto culturale di Filosofia in Movimento ( www.filosofiainmovimento.it ), di cui è uno degli esponenti più attivi e determinanti, l’autore mette in evidenza quali siano gli argomenti a favore della democrazia.

Questo video ( visibile all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=hTRBo8GDqo4 ) introduce alla lettura di questa seconda parte che tratta delle strutture e dei principi della Democrazia.  L’autore è un assertore della giustificazione dialogica dei principî della Democrazia. Partendo dal pensiero di Guido Calogero, fino ad arrivare alle più recenti riflessioni di Karl-Otto Apel, l’argomento che meglio inquadra il paradigma è quello del dialogo.  In una visione del genere è necessaria la predisposizione di ogni attore al confronto e l’umile disposizione interiore a prendere in seria considerazione le ragioni dell’altro. Una società così concepita è inquadrabile attraverso la prospettiva di una responsabilità individuale e della capacità di ogni cittadino a partecipare al dibattito pubblico, in un’ottica deliberativa, alla costruzione della società politica. Questa visione, da me in gran parte condivisa, mi riporta alla mente una preoccupazione già presente in Jean-Jacques Rousseau nel Manoscritto di Ginevra. Secondo il ginevrino spetta alla totalità [ …] (del genere umano-nds) il solo che abbia veste per decidere, in quanto nutre una sola passione: il maggior bene di tutti. In pratica il livello del dialogo in cui ogni cittadino si confronta con gli altri per deliberare sul bene di tutti, pone l’interrogativo se questi individui vedano il bene su cui devono discutere.  Bisogna chiedersi se le decisioni a maggioranza siano quelle più vicine alle aspettative della totalità del popolo, che dovrà poi attenersi alle regole approvate. Questa problematica è ben trattata nei paragrafi della seconda parte del libro che affronta i nodi teorici del dibattito intellettuale della modernità ed in particolare del dibattito politico e filosofico contemporaneo. Nel riprendere la preoccupazione roussoiana, che ho citato in precedenza, posso aggiungere che se davvero il dialogo potesse fungere da metodo per sviluppare la consapevolezza in ogni cittadino di quale sia il giusto interesse alla Democrazia, allora dovremmo anche preoccuparci dello stato della cultura della nostra civiltà. Non possiamo non notare che oggi la società è sempre più complessa e che, al contrario, gli uomini che la compongono siano sempre più orientati ad acquisire una mentalità iper specializzata, frutto di un sistema che premia la divisione del lavoro e la parcellizzazione del sapere. Questa problematica, messa in luce da molti autori, tra cui Edgar Morin e la sua teoria del pensiero complesso, può aiutare a ricomprendere le preoccupazioni roussoiane con le teorie di Habermas . Se estendiamo la nostra riflessione fino a quest’analisi di Morin, possiamo allora dire che una volta che prendiamo coscienza dell’impossibilità dell’onniscienza umana, e che dunque riconosciamo un principio tutto umano dell’incertezza, la questione di Rousseau circa la capacità del popolo di vedere il proprio bene si supera, secondo Petrucciani, quando si accetta che <<[…] ciò che conferisce legittimità alla decisione politica non è la semplice scelta a maggioranza (che potrebbe anche configurare la sottomissione del gruppo più grande al gruppo più piccolo), ma il fatto che la decisione risulti da un dibattito a cui tutti hanno potuto partecipare, vagliando e modificando i propri orientamenti di partenza, e contribuendo all’esito finale>> (Democrazia- il processo democratico cap. 7 p.139). A mio avviso questa soluzione aiuta a superare le obiezioni di cui abbiamo parlato in precedenza mettendo in risalto la forza riformatrice del confronto. Una forza che punta sulle capacità dei singoli di verificare le proprie posizioni ed idee alla luce di un confronto sano, ma anche sulla procedura che rappresenta un approccio pragmatico al libero scontro dialettico nella società politica.

Da questo punto di vista resta sempre centrale il ruolo dell’istruzione pubblica laica. Una buona scuola è quanto di più necessario per la crescita di quei cittadini dialoganti. L’educazione scolastica deve puntare a infondere le capacità nei singoli di auto-formazione della persona in modo da renderli capaci di comprendere il proprio ruolo di cittadini. Una democrazia deve mantenere alta la capacità di critica presente nella coscienza collettiva in modo tale che diventi possibile un confronto costruttivo di tutti in vista del bene comune.

Questo testo di Petrucciani è esattamente quello di cui abbiamo bisogno per aumentare il nostro grado di comprensione del nostro ruolo di cittadini.

Nei paragrafi finali, l’autore intraprende un’analisi della Democrazia tra crisi e trasformazione (cap. 11) che lo vede impegnato a chiarire la Regressione oligarchica in atto nelle comunità politiche occidentali e tentare di trovare terapie per una democrazia in affanno. Quest’analisi necessita di un più ampio dibattito, perché la Democrazia resta sempre un discorso aperto.

  • Giulia Penzo

    Bella riflessione e invito interessante alla lettura. Qui si innesca anche il meccanismo perverso della legge elettorale: gli eletti sono veramente i rappresentanti dei cittadini? I cittadini stranieri esercitano lo stesso diritto di voto, come questi possono influire? Gli strumenti informatici possono rappresentare un aiuto in più nell’esercizio della democrazia o sono facilmente (ancora) manipolabili? Acc! La democrazia sembra un mio scolapasta.

  • Plaza Prattista

    Stimolante lettura, al contempo mi rende particolarmente triste sul futuro – un sentimento normale di questi tempi. Inevitabile l’avanzamento di una post-democrazia di stampo oligarchico data la forte cultura astensionistica dei sistemi democratici. Inevitabile la forte propensione degli individui ad atomizzarsi quindi a foraggiare l’astensionismo oltre che l’ostruzionismo a idee di carattere generale: l’individuo contemporaneo – che sia invischiato nella politica o no – vede il bene? Certo! Quello personale, quello di gruppo e quello che fa capo ai suoi interessi; il bene pubblico scompare via via che il bene privato assume valore. Inevitabile che le politiche nazionali – quindi le democrazie nazionali – siano in pericolo dato che vivono in perenne contraddizione in questi ultimi decenni: portando come esempio quelle europee, da un lato si prodigano verso l’Unione Europea dall’altro ne minano le fondamenta non rinunciando alle singole sovranità territoriali in favore dell’Unione stessa. In definitiva, personalmente, non definirei la democrazia come un sistema politico genuino e migliore di altri sistemi: nei fatti quando un paese ha dei rappresentanti politici eletti dal 30% della popolazione non è democrazia, piuttosto oserei dire che somiglia ad una oligarchia “accettata” perché ben vestita, con un buon vocabolario, che ogni tanto fa visita con un regalino, senza distinzioni fra sostenitori e non, alla popolazione che governa.