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L'urto del pensiero

Le Cinquestelle (cadenti) della misera Italia

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di PAOLO ERCOLANI

 

«Beati quelli che ci vedono da un occhio solo, se abitano nella terra dei ciechi» (beati monoculi in terra caecorum), è il triste e sarcastico adagio medioevale che ormai sintetizza la condizione politica (e non solo) del nostro infausto Paese.

Esso vuole significare, in buona sostanza, che perfino la mediocrità (o proprio la mediocrità) risplende nel regno delle ombre. O meglio, per il nostro caso, nella patria degli incapaci.

Del resto la storia della politica italiana, neanche tanto recente, è andata proprio in questo modo.

Il fallimento della politica

Intere classi dirigenti, della Destra come della Sinistra e del Centro, si sono rivelate mediamente incapaci, truffaldine, conservatrici e incuranti delle sorti del bene comune.

Per decenni ci siamo barcamenati in una situazione dignitosa, e perfino di crescita del benessere generale, grazie a fattori indipendenti dalla qualità della nostra classe dirigente: come la situazione geopolitica (che vedeva il nostro Paese in una posizione strategica per la guerra fredda con il blocco sovietico), la possibilità di aumentare a dismisura il debito pubblico (scaricando sulle generazioni future il prezzo da pagare), la politica che ancora governava le modalità di funzionamento dell’economia.

Ora che il sistema economico si è trasformato, e con esso la situazione geopolitica e, a cascata, la posizione del nostro paese all’interno della stessa, i nodi sono venuti al pettine.

Le classi dirigenti mostrano tutta la loro inadeguatezza (con i poteri economici che gongolano perché in tal modo regnano incontrastati), mentre il Paese scivola verso la deriva.

In questo contesto è emerso il Movimento Cinque Stelle, furbescamente e scorrettamente bollato col marchio infame di «antipolitica», quando in realtà esso è stato il prodotto consequenziale (in tutti i sensi) del grande fallimento della politica italiana giunta al capolinea.

Le promesse dell’«anti-politica»

Il problema è che esso, in quanto prodotto di un fallimento, in quanto conseguenza coerente di un’epoca in cui la politica è giunta al capolinea perché incapace di rinnovarsi e di resistere alla genuflessione nei confronti del capitalismo finanziario, porta radicati nel suo Dna tutti i difetti di un movimento politico sprovvisto di una visione del Paese: di un progetto specifico e coerente, di una felice coesione e reciprocità fra la teoria compiuta e la prassi conseguente, di una capacità di democrazia interna e di selezione della classe dirigente, di un’organizzazione in grado di dialogare e collaborare in maniera prolifica con le rappresentanze locali e istituzionali.

In una parola (o poco più): un movimento politico sprovvisto di politica. Pervaso da quella furia «ribellista», «sovversivista», di quell’ «anti-statalismo primitivo» che per Gramsci erano espressione di sostanziale «a-politicismo» (A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, pp. 2108-9 e 326-7).

Gli effetti deleteri di questi presupposti, purtroppo, si stanno notando nella penosa e drammatica situazione di Roma, dove il M5S sembra sciogliersi come un gelato tirato fuori dal freezer dell’utopia e del populismo.

«Onestà, onestà, onestà!» è il suo slogan, ma adesso emerge in tutta la sua pochezza e ininfluenza rispetto alle questioni che contano. Certo, l’onestà è cosa buona e augurabile, ma in ogni campo (ci servono commercianti onesti, preti onesti, docenti onesti, idraulici onesti…). E in ogni campo, prima di quell’onestà, è necessaria la competenza, la conoscenza dei meccanismi, la capacità di tessere relazioni, e ancora di più in politica è indispensabile una visione di insieme del Paese che si vuole costruire (o ricostruire), per poter generare misure efficaci e coerenti atte a realizzare quel proposito.

Il tracollo dell’Italia

Sarà pure ora di dire che quella dei «cittadini» è una colossale sciocchezza, una generalizzazione e al tempo stesso un’astrazione capaci di creare soltanto un archetipo metafisico, che come sempre in questi casi è facilissimo vestire di grandezza, provvidenza e bontà assoluta, salvo poi accorgersi che tali caratteristiche evaporano come idoli fantasmatici qualora si fosse chiamati ad applicarli alla gestione della vita reale (come nel caso di Roma, dove il M5S ha vinto e ora dovrebbe governare…).

O forse che il grande segreto dell’onestà consiste nel non governare come rimedio più efficace alle azioni disoneste?!

Da questo punto di vista, soprattutto, il M5S si rivela il prodotto più coerente del grande fallimento della politica italiana (quindi fallimentare anch’esso). Una politica non più in grado di elaborare un grande progetto, di pensare un Paese diverso, ma soprattutto una politica che riacquisti il proprio ruolo naturale di guida e limitazione del capitalismo finanziario. Che in questo momento sta dettando l’agenda tanto dei valori quanto delle cose da fare, con una classe politica che non può far altro che sottomettervisi (od opporsi con toni demagogici e quindi sterili) se sprovvista di una teoria e di un’organizzazione coerenti.

Da qui lo spettacolo indegno del teatrino italiano, ma soprattutto il suo drammatico percorso già tristemente segnato: una vecchia classe politica che fallisce miseramente (fra incompetenza, interessi illegittimi, delinquenza), ma che presto si divertirà a festeggiare oscenamente e pateticamente il fallimento a cui andrà inevitabilmente incontro il M5S (se non sarà disposto a operare alcuni cambiamenti sostanziali).

Ossia una classe politica e dirigente, quella italiana, fiera di festeggiare il fallimento di quello che è il prodotto del suo stesso fallimento.

Una spirale devastante a cui il nostro Paese non sembra in grado di sottrarsi.

Un Paese in cui sempre di più la mediocrità trionfa ad ogni livello, grazie a quei pochi «monoculi» che svettano in mezzo agli orbi.

Dove se anche compaiono non una, ma ben cinque stelle, basta far passare un attimo che già ci si accorge che sono cadenti.