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Antiviolenza

L’azione delle donne italiane

Luisa Betti – AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes - Femme d’Histoire 7 febbraio 2015 -

Luisa Betti – AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes
– Femme d’Histoire 7 febbraio 2015 –

Report per l’intervento durante la tavola rotonda organizzata dalle Femmes d’Histoire all’interno della Conferenza “Intorno al Mediterraneo. La forza delle donne”, e moderato dalla giornalista Stéphanie Duncan, con Maria Al Abdeh (Siria), Pinar Selek (Turchia), Faouzia Farida Charfi e Nadia Khiari (Tunisia), che si è svolto ieri al Palais des Congrès et de la Culture di Le Mains (Parigi). All’evento hanno partecipato anche Nicole Ballon (Francia), Sonia Dayan-Herzbrun e Nora Hamdi (Algeria).

AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE.

La force des femmes 

Femme d’Histoire 7 febbraio 2015

L’azione delle donne italiane

Luisa Betti

Politica

Nel parlamento italiano attualmente le donne sono presenti al 30% con un salto in avanti del 10% rispetto alla scorsa legislatura, e su 16 ministri sette sono donne. Nella corsa al Quirinale, dopo le dimissioni del presidente della Repubblica Napolitano, sono circolati insistentemente per la candidatura diversi nomi femminili e per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, sono state due donne a governare i grandi elettori ricoprendo le più alte cariche dello Stato: Laura Boldrini come presidente della camera e Valeria Fedeli come presidente del senato (vicaria del presidente Piero Grasso che suppliva al vacante presidente della Repubblica dopo dimissioni di Napolitano). Nel suo discorso inaugurale il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha usato un linguaggio sessuato rivolgendosi a donne e uomini, ricordando che “il diritto alla Costituzione significa anche garantire (…) che le donne non debbano avere paura di violenze e discriminazioni”. Se oggi però il presidente della Repubblica italiana si preoccupa di nominare le donne nel suo primo discorso pubblico e se nei media si parla delle donne ai vertici delle istituzioni, è grazie alla mobilitazione che le donne italiane hanno rilanciato negli ultimi anni. Donne che hanno lavorato senza tregua, cercando di incidere fortemente nella direzione di un cambiamento culturale ancora in corso e tutto da vedere. Italiane che, dopo anni di sopportazione del modello berlusconiano del “maschio alfa” e dell’uso e consumo del corpo femminile, si sono organizzate e riunite in diverse reti e hanno dato avvio a un serrato lavoro sui diritti delle donne, scoperchiando quello che c’era sotto l’oggettivizzazione del corpo femminile – che ci ha resi famosi in tutto il mondo tramite la tv – portando a galla la discriminazione e la violenza legate a quegli stereotipi di donna che per antonomasia avrebbe dovuto essere sempre disponibile e pronta all’obbedienza del maschio, individuandola nella forma più endemica: ovvero la violenza nelle relazioni intime.

La violenza contro le donne

Uno dei pochi meriti di Berlusconi è stato quello di esasperare così tanto la cultura machista, tirando fuori il peggio dell’italiano medio, che dopo la scesa in piazza di un milione di donne, c’è stato un continuo fiorire di reti e aggregazioni femminili e il dibattito femminista è tornato a essere pubblico. Ma è stato dopo la presentazione del “Rapporto ombra” all’Onu (Cedaw) sulla reale situazione delle donne in Italia – fatto da una rete di associazioni femministe nel 2011 – che il tema della violenza sulle donne e gli stereotipi ha preso il volo. L’intervento diretto delle Nazioni Unite nel gennaio del 2012 ha fatto approdare sul suolo italiano la special rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo, e le successive raccomandazioni sue e del comitato della Cedaw al nostro governo che hanno stimolato un’attenzione che partendo dal femminicidio ha allargato la discussione sugli stereotipi maschili e femminili, sull’educazione alla differenza nella scuola, la rappresentanza delle donne, il rapporto tra donne e potere, la salute, ecc. Le giornaliste hanno riportato nella comunicazione ciò che succedeva nei centri antiviolenza, divulgando dati corretti sulla violenza e rendendo così pubblico quello che fino a quel momento non aveva spazio nei giornali e telegiornali: a partire dal fatto che in Italia l’80% della violenza sulle donne è violenza domestica, e che 7 femmicidi sul 10 sono opera di partner o ex partner. Ed è cominciato un lavoro comune e trasversale di donne nelle diverse professioni su come affrontare il femminicidio con fitti incontri, tavole rotonde ed eventi pubblici, con il coinvolgimento di donne appartenenti a generazioni anche lontane tra loro. Un’ondata che ha riportato all’attualità i diritti di donne, non più ridotte solo a “belle statuine”, e che ha fatto rinascere date come il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, o l’8 marzo, non più come giorni da ricordare ma come periodi dell’anno in cui sviluppare iniziative sui diritti delle donne. Una pressione trasversale, anche sulle istituzioni, che nel maggio del 2013, ha portato l’Italia a essere uno dei primi Paesi a ratificare l’importante Convenzione europea sulla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul 2011).

Le istituzioni

Il richiamo e il battage è stato tale che nella legislatura in corso ci sono state figure istituzionali che hanno risposto a questo richiamo delle donne in maniera importante: la presidente della camera Boldrini ha stimolato in ogni sua dichiarazione un uso del linguaggio non sessista chiedendo esplicitamente di essere chiamata signora presidente e non signor presidente, e attirando su di sé attacchi misogini e vere aggressioni sessiste anche sul web – minacce a cui molte femministe sono sottoposte nel momento in cui fanno informazione su questi temi – rendendo pubblica così  la forte discriminazione delle donne in Italia; mentre la vicepresidente del senato, Valeria Fedeli, ha tra le altre cose presentato un disegno di legge per istruire una commissione d’inchiesta sull’efficienza dello Stato nel contrasto alla violenza sulle donne e sui bambini sottratti alle mamme dai tribunali italiani, che però è fermo.

Ma è stata l’ex ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, che ha messo in atto una innovazione che le è costata la poltrona. Idem, il giorno dopo il suo insediamento di due anni fa, ha convocato tutte le associazioni di donne (più di cento) che lavorano sulla violenza, avviando così un vero dialogo, come mai era stato fatto prima in Italia, tra le istituzioni e la società civile. Sulla base di queste richieste aveva poi formato una task force ministeriale e dei tavoli con le associazioni delle donne, in cui lei stessa si sarebbe fatta garante nel creare un ponte tra le richieste delle donne e lo Stato su un problema che il movimento aveva portato a galla con un approccio a 360 gradi: dalla giustizia, alla formazione, la prevenzione, la salute, la protezione, la trasformazione culturale, l’educazione, la scuola, ecc, sulla base della Convenzione di Istanbul. Un approccio che le è costato caro. Poco prima che si insediassero i tavoli, è iniziato nei confronti nella ministra un vero e proprio linciaggio mediatico che mettendo al centro l’affaire amministrativo riguardo la palestra e la casa di sua proprietà a Ravenna, che riguardava poche migliaia di euro di tasse, la ministra è stata fatta passare come una “furbetta” che voleva truffare lo Stato. E proprio nel Paese che Berlusconi ha governato per 20 anni tutelando i suoi affari personali in maniera plateale anche attraverso leggi ad personam, questa donna si è vista coperta di fango, con una persecuzione e una violenza mediatica che, insieme a un isolamento senza precedenti all’interno del suo stesso partito (il PD), l’ha portata alle dimissioni. Ed è stato qui che abbiamo avuto la certezza che il governo aveva paura di quello che stavamo facendo.

Dopo aver varato un “decreto sicurezza” con all’interno alcune norme per il contrasto alla violenza sulle donne che ha fatto discutere ampiamente il movimento femminista perché incompleto e soprattutto perché usato come passepartout per far passare norme di controllo sociale altrimenti impopolari, né il capo del governo Letta né l’attuale premier Renzi, hanno più nominato una ministra delle pari opportunità che potesse concludere quel lavoro così come era stato iniziato. In particolare il precedente presidente del consiglio, Letta, ha dato la delega alla viceministra del lavoro, Cecilia Guerra, la quale sotto il diktat del presidente si è vista bene dal convocare tutte le associazioni invitando ai tavoli soltanto alcune (e non sempre rappresentative), dando il via a una consultazione parziale che ha spaccato lo stesso movimento che fin a quel punto, sebbene con differenze e contrasti, era proceduto insieme. Associazioni che, seppur sedute a quei tavoli, hanno denunciato di non essere state ascoltate nella maniera in cui speravano.

Renzi, che ha promosso alcune figure di donne come le ministre nominate da lui, si è però tenuto la delega alle pari opportunità nominando una consigliera, la deputata Giovanna Martelli, senza autonomia decisionale, su un Piano antiviolenza che è stato pubblicato online nel tentativo di colmare l’errore della partecipazione del basso, ma con l’unico risultato di essere bersaglio di troll e di commenti offensivi.

Stereotipi

In un Paese come l’Italia dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, siamo al 69° posto nel Gender Gap, la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne. Secondo dell’Eures, Istituto di Ricerche Economiche e Sociali, in Italia ci sono una vittima di femmicidio ogni due giorni e 7 femmicidi su 10 sono compiuti tra le mura domestiche con un aumento del 14% tra il 2012 e il 2013. Eppure il femminicidio, malgrado sia considerato ormai ampiamente come una violazione dei diritti umani, in Italia è ancora percepito come “meno grave” rispetto ad altri reati sia dall’opinione pubblica che da molte istituzioni, e la volontà di risoluzione non è reale perché anche il Piano antiviolenza appare, così com’è, inadeguato e insufficiente. Secondo una ricerca della onlus WeWorld-Intervita (report “Rosa shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere”), 1 Italiano su 5 è convinto che se le donne non indossassero abiti provocanti non subirebbero violenza, che denigrare una donna non è una violenza, e per 1 italiano su 3 la violenza domestica è prima di tutto una cosa che deve essere risolta in famiglia. Sottovalutazione, quella della violenza sulle donne, e stereotipi di genere che sono ancora presenti in troppi tribunali italiani dove anche i giudici stentano a riconoscere la violenza all’interno delle mura domestiche scambiandola per semplice “conflittualità” e rivittimizzando la donna che denuncia, colpevolizzandola indirettamente come responsabile della violenza che subisce, grazie al pregiudizio per cui la parola di una donna vale meno di quella di un uomo.

Donne e potere

A oggi, e malgrado la forza del movimento delle donne italiane, lo Stato italiano fatica a recepire completamente i messaggi della società civile che lavora ogni giorno in questi ambiti e che, come riconosciuto da enti internazionali e dall’Onu, è più avanti delle istituzioni stesse e che per questo dovrebbe essere più ascoltata.

Un altro tipo di risultato ha invece avuto l’informazione in cui è aumentata l’attenzione al linguaggio e al trattamento di argomenti che riguardano il femminicidio, anche se siamo ancora lontani dall’obiettivo. Informazione che oscilla tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora parole come raptus o delitto passionale, e chi invece incoraggia una narrazione differente, soprattutto attraverso blog e rubriche dove le giornaliste hanno creato una certa autonomia, parallela all’informazione ufficiale. E questo anche perché nei media, malgrado la presenza femminile nelle redazioni, i ruoli di responsabilità vengono assegnati inequivocabilmente a uomini: un dato fondamentale se si pensa che chi decide cosa mettere in pagina, su una testata, sono i direttori o i capiredattori centrali. Secondo l’Osservatorio di Pavia che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle donne nelle testate italiane occupa posti di comando come direzione, vicedirezione, caporedattore centrale. In politica, anche se abbiamo 7 ministre, a livello regionale e dei comuni in Italia solo il 19,7% dei ruoli elettivi o di nomina sono al femminile, mentre per le posizioni chiave – Quirinale, Province, ministeri, parlamento, Regioni, giunte e consigli comunali – il 79,27% degli incarichi è in mano agli uomini, contro il 19,73% delle donne. Nei consigli regionali su un totale di 1.065 rappresentanti di tutta Italia: 919 sono uomini e 146 sono donne, e le donne presidenti sono solo il 10%. Analizzando la composizione del parlamento, se la percentuale di donne è passata dal 30% sul totale dei deputati e senatori, solo 16% ricopre i ruoli più importanti come capogruppo, presidente di commissione, ufficio di presidenza; mentre nel governo, se si prende in considerazione viceministri e sottosegretari, si arriva al 27% di donne.

E anche se la presenza nei ruoli chiave di donne che portano avanti politiche per le donne non basta (molte ancora cadono nell’omologazione maschile o nell’obbedienza al capo maschio), e anche se rimane la critica femminista a un modello (maschile) che strutturalmente è fallimentare, è anche vero che oggi le donne italiane non vogliono più essere discriminate né messe da parte ma vogliono decidere, e non solo sulle politiche di genere, con gli uomini che finalmente si dovrebbero mettere in ascolto.

Lavoro

In Italia il tasso di occupazione femminile non raggiunge lo standard europeo fissato al 60% e le donne occupate tra i 15 e i 64 anni è del 46,5%, un’occupazione che cala al 38% con l’arrivo di un figlio e arriva al 15,7% in caso di due figli. Donne che con il jobs act (la nuova legge del presidente Renzi sul lavoro) saranno ancora più esposte nel momento in cui avessero la malaugurata idea di procreare e alle quali il presidente ha pensato di regalare 80 euro al mese per qualche anno. Ma risolvere la crisi dei paesi riportando le donne a casa a fare i lavori di cura in un contesto che ha ormai reso quasi inesistente il welfare, è il sogno di molti premier che così risparmierebbero soldi da investire in strutture e toglierebbero di mezzo donne per tirare fuori miracolosamente nuovi posti di lavoro. Una manovra, quella di Renzi sul lavoro, che attraverso i nuovi contratti brevi non darà alcuna garanzia di stabilizzazione e consentirà ai datori di lavoro di non ricorrere alle dimissioni in bianco o indagare sulle intenzioni procreative, perché basterà fare contratti brevi non rinnovandoli alla scadenza in caso di gravidanza.

Salute

Per quanto riguarda poi il diritto alla salute e all’interruzione di gravidanza volontaria, in Italia la legge 194 subisce attacchi continui e su questo la presenza dei movimenti cattolici è determinante, e mette in pericolo la sua applicazione dato che oltre l’80% dei ginecologi è obiettore di coscienza e le donne respinte dalle strutture che ricorrono all’aborto clandestino con interruzioni illegali sono calcolate dal ministero della Sanità intorno alle ventimila: una cifra che ma che in realtà si aggira sui 40/50 mila. Ma l’autodeterminazione riguarda anche come mettere al mondo un figlio o una figlia nel momento in cui la donna lo decide, e su questo in Italia è finalmente approdato un interessante dibattito che sta crescendo intorno al parto, o meglio all’autodeterminazione su come partorire: un tema che mette in discussione l’apparato di controllo istituzionale degli ospedali sulla donna che partorisce e che, ancora oggi, sottrae a lei il potere decisionale con vere e proprie torture come l’essere legate a letto o il taglio alla vagina.

Conclusione

I temi della libertà di scelta, autodeterminazione, discriminazione in ogni ambito pubblico e privato, pari opportunità sul lavoro, il femminicidio, la rottura degli stereotipi a partire dal linguaggio e dall’educazione, la trasformazione radicale della cultura patriarcale e paternalistica, il confronto con una gestione femminile del potere, la salute riproduttiva, il welfare: rimangono i punti fondamentali del dibattito femminista italiano che se da una parte è riemerso in maniera forte e pubblicamente, dall’altra si sta scontrando con istituzioni che tendono più a contenere che ad ascoltare, ma anche con una rigidità interna del movimento stesso che tende, in questo momento, a individualizzare e a spezzettarsi, perdendo così di vista l’obiettivo principale. Fattori che stanno pericolosamente facendo abbassare il livello di guardia.