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Quinto Stato

Lavorare in teatro

Quando la povertà diventa un’arte. E’ stata pubblicata la più grande indagine statistica sul lavoro nello spettacolo in Italia. A finanziarla sono stati il collettivo delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo “Zeropuntotre” (Teatro Valle), il C.Re.S.Co e la fondazione Fitzcarraldo di Torino. 

La notizia che nella c

ena finale del Don Giovanni alla Scala gli artisti abbiano mangiato pietanze giganti composte da una ciambella di riso con gamberi al curry, un fagottino di crêpes con ragù di verdure e medaglioni di fagiano su letto di spinaci e chips di patate, può avere indotto qualcuno a credere che lo spettacolo dal vivo in Italia sia uno spreco in tempi di austerità. In realtà, come sostiene il regista Luca Ricci, presidente del coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea (C.Re.S.Co) che ha realizzato la più grande indagine statistica sul lavoro nello spettacolo in Italia, «lo spettacolo dal vivo è un lavoro che non viene tutelato in nessun modo, a partire da chi lo fa».

Nell’indagine promossa insieme alla Fondazione Fitzcarraldo di Torino e al collettivo delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo Zeropuntotre, che dal 14 giugno scorso partecipa all’occupazione del teatro Valle di Roma, emerge l’identikit di un paese che non è in grado di immaginare un futuro professionale per chi ha vent’anni, ma anche per chi ha raggiunto i 40. Sono ormai due le generazioni escluse dal Welfare a chiedere il riconoscimento di un reddito universale per i periodi di non lavoro. Il 51% dei 1120 lavoratori interpellati, età media tra i 26 e i 40 anni, sostengono di guadagnare cifre ben al di sotto della soglia di povertà che in Italia supera gli 11 mila euro. Chi, tra loro, lavora da 9 anni (e quasi sempre prima dei 24 anni) percepisce un reddito che non supera i 5 mila euro. Solo il 25%, spesso assunti nelle imprese come amministrativi (teatri Stabili o festival, ad esempio), dichiara 16 mila euro.

Dunque, la stragrande maggioranza del campione esaminato (su un totale di 250 mila persone che lavorano nel cinema e nel teatro, nella danza o nei festival) è ultra-istruita: nel caso degli attori alla laurea si accompagna ad esempio il diploma dell’accademia, e una moltitudine di master, seminari e laboratori, utili non solo all’entrata sul mercato del lavoro, ma alla preparazione di uno spettacolo. In media si lavora 46 giorni all’anno, anche se qualcuno nel 2010 ha superato le 140 giornate.

Come sopravvivono queste persone? Il 20% lavora in nero, ma sempre più si arrangiano lavorando nei ristoranti al nero. Solo il 18% è riuscito ad usufruire del sussidio di disoccupazione a requisiti ridotti (1500 euro annui, contro gli 800 mensili degli intermittenti francesi). Tale possibilità è stata esclusa da una circolare dell’Inps che nell’agosto scorso ha negato anche questa opportunità. In base ad un decreto regio del 1935, di cui i promotori della ricerca chiedono l’abolizione con un emendamento alla finanziaria (ci sta lavorando Giulia Rodano dell’Idv), ai lavoratori dello spettacolo viene negato il riconoscimento di «atipici», anche se lo sono a tutti gli effetti.

Su questa situazione gravano le incognite prodotte dall’abolizione dell’Enpals, la cassa previdenziale in attivo di 1,5 miliardi, che il governo Monti ha unificato all’Inps. Dove finiranno questi soldi? Verranno usati per pagare il sussidio ai lavoratori disoccupati o per altri scopi come accade per la gestione separata (in attivo di 8 miliardi all’anno)?

Una verifica di questi dati la si ottiene incrociandoli con quelli di un altro rapporto, quello dell’Ires-Cgil sui professionisti autonomi pubblicato il 27 aprile scorso. I 250 mila intermittenti dello spettacolo sono una parte dell’esercito di 5 milioni di lavoratori autonomi (2 milioni iscritti agli ordini e ai collegi, 3 milioni i non regolati) che per l’80% ha una laurea e dove il 44,6% non supera i 15 mila euro di reddito l’anno. In questo caso il campione analizzato è stato di 4 mila lavoratori, il 23% dei quali percepisce meno di 10 mila euro. Anche in questo caso, gli intermittenti dello spettacolo – in particolare quelli sotto i 30 anni – sono per la maggioranza in questa fascia di reddito. Emergono anche altre caratteristiche: la sfiducia pressocché totale nelle rappresentanze sindacali, almeno pari a quella negli organi professionali (quello dei giornalisti, ad esempio, ma anche quello degli avvocati o degli architetti che impongono ai giovani tasse di iscrizione altissima, senza concedere in cambio alcuna sicurezza sulla restituzione dei contributi previdenziali versati). Gli artisti, come tutti i giovani (tra i 25 e i 34 anni) lamentano l’estrema irregolarità dei compensi, la grande difficoltà del conciliare il tempo di vita con quello del lavoro, pur riconoscendo che l’autonomia è l’unico strumento che permette di lavorare in un paese completamente bloccato e corporativo.

Come i traduttori, i consulenti o i formatori, gli artisti lavorano con la ritenuta d’acconto o con la partita Iva, anche quando svolgono un lavoro dipendente. «La ricerca – conferma Ilenia Caleo del Teatro Valle Occupato – dimostra che la produzione non rispecchia più lo schema del rapporto tra datore di lavoro e lavoratore. Sempre più spesso le piccole compagnie, o i festival, sono gestiti da attori. Come in altri settori del lavoro autonomo, questo modello esiste in Italia da almeno 15 anni, ma il sistema è ritagliato sull’attore assunto a tempo pieno, l’unico ad avere diritto agli ammortizzatori sociali».

«Contro questa situazione – aggiunge l’attore Alessandro Riceci – al Valle siamo entrati in sciopero permanente e ci stiamo prendendo il tempo per costruire un modello di teatro fondato sull’auto-governo dei lavoratori e sulla gestione partecipata della cittadinanza».