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Ceci n'est pas un blog

Lasciate che i bambini vengano a me

La foto della bambina perquisita domenica da una steward prima del calcio d’inizio di Roma-Atalanta ha tenuto banco quasi 24 ore. Un vero e proprio tam tam che sui social si è prima alimentato sull’onda dell’indignazione domenicale, mentre ieri si è allentato grazie alle dichiarazioni del padre della bimba, Tullio T., intervenuto domenica sera direttamente dal suo profilo Facebook per placare la rabbia popolare seguita a quell’insolita perquisizione. «Vi chiedo di levare la foto perché non è andata esattamente così», le parole del padre che ha poi specificato che «…la bimba vedendo i grandi si è voluta far perquisire. Levate ‘sta foto, la bimba voleva imitare i grandi». Parole tra l’altro confermate anche lunedì a Il Messaggero, a cui l’uomo ha parlato di una foto rubata «dal profilo» e poi «condivisa».

Una parabola discendente insomma, che però lascia campo a molte riflessioni a partire dal fatto che alcune agenzie di stampa, una volta divenute virali anche le parole del papà della piccola tifosa, hanno etichettato come “bufala” la foto che tanto aveva indignato.

Ci sono un po’ di cose da dire, dunque, a cominciare dal fatto che la foto, di per sé, non è una bufala. È un’immagine rubata ai minuziosi controlli pre-partita che hanno caratterizzato il match di ieri all’Olimpico, al punto da divenire argomento di discussione generale per i disagi vissuti dalla mobilità e dalla circolazione in tilt, oltre che per l’eccesso di zelo delle nuove disposizioni antiterrorismo. Non è dunque una bufala il racconto della perquisizione in sé, mentre è sicuramente vero che il contesto in cui quell’istantanea è stata scattata può raccontare molto, molto di più della semplice indignazione.

Se in un primo momento, infatti, la foto è stata il cavallo di battaglia per un (giusto) processo popolare al modello Gabrielli e alle nuove normative di controllo negli stadi, le parole del papà della bimba (triste protagonista, va detto, di un teatro open source) sembravano aver riportato a più miti riflessioni l’ampia schiera di indignati. “Imitava noi grandi, è normale” è il messaggio trapelato dalle parole del genitore. E in effetti lo era, c’era qualcosa di normale in quel gesto. Non serve essere genitori o pediatri per sapere quanto, specie in quella delicata età che è l’infanzia, il modello familiare si rifletta in tutto e per tutto nell’atteggiamento e nella crescita dei bambini, a partire dai gesti quotidiani fino alla proiezione nel mondo fuori casa. Ciò su cui invece vale la pena ragionare è la normalità a cui si è riferito il padre della bimba, quella normalità che ha placato l’indignazione spostando di botto l’attenzione su altri scoop virali.

Se è normale che la bimba imiti i gesti del padre, altrettanto non può dirsi per le attuali misure di pre-filtraggio e controllo imposte (in questi termini d’intensità) esclusivamente allo stadio Olimpico, in uno stadio spopolato del suo tifo più caldo (e per certi versi ritenuto più “pericoloso”) e dove risuonano come un mantra le parole di una società, la Roma appunto, desiderosa di riportare le famiglie tra gli spalti. Se è normale che la bimba chieda di essere perquisita in ossequio al suo più ingenuo e sincero amore per il padre, non è normale che una steward si presti – anche se giocosamente – alla perquisizione di un’infante, privandola anche solo per un momento di quell’innocenza di cui di diritto dovrebbe godere una bambina di quell’età, tanto più in un contesto gioviale come quello di una partita di calcio. Non è normale che tra le auto fermate, “smontate” e perquisite ci fossero quelle di Strootman e di una leggenda come l’ex terzino Rocca, vittime sacrificali di una direttiva monolitica, rigida, che dal non guardare in faccia a nessuno (anche i vip, in questo caso) sembra voler trarre forza e legittimità agli occhi della gente, mostrando quel volto universale della legge, quel vincolo erga omnes tanto ipocrita quanto valido solo in queste inutili prove di forza dipinte di blu. Non è normale che da Roma-Siviglia in poi uomini, donne, bambini e anziani debbano togliersi le scarpe ai tornelli, in equilibrio su un piede poggiato su un sacco nero dell’immondizia steso sull’asfalto. Non è normale pensarlo normale. È il concetto di normalità a sfuggire, in questo caso.

Se il papà della piccola tifosa giallorossa ha reputato normale che la bimba venisse perquisita (magari anche per scherzo, sia chiaro) è perché ritiene normale, o ha accettato che sia tale, l’insieme di disposizioni che – Curva Sud a parte – ha comunque reso gran parte degli abituali frequentatori dell’Olimpico meno rilassati e meno gioiosi di andare a vedere la partita della propria squadra. La foto della piccola bambina, di cui non sappiamo fortunatamente neanche il nome, è un simbolo di una nuova normalità che si sta via via radicando nel mondo del tifo romano e soprattutto romanista, e che non riguarda solo ciò che rimane del movimento ultras. Forse, quindi, la foto di ieri è un’occasione per fare una riflessione più profonda sul modello di calcio e di tifo che stiamo vivendo, le sue trasformazioni e le sue degenerazioni: ma queste riflessioni a voce alta, queste cose che da un giorno mi attraversano il cervello, non trovano posto nella stampa mainstream. Perché anche dire queste cose, interrogarsi sul contorno sfocato di una foto, oggi può non essere normale. Anzi, non deve esserlo.