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Horror Vacuo

Don’t Be Afraid of the Dark: la Sally che non ti aspettavi

Deriva dalle stesse mutilazioni embriologiche di certo ha-ha-ha-horror anni Ottanta, e quindi è possibile che chi è cresciuto a pianole e Gremlins sorrida anziché aver paura del buio, teratologi scettici a parte. Alcuni anni or sono, 1973, la teleplay scritta da Nigel McKeand con protagonista Kim Darby (Don’t Be Afraid of the Dark) incantava (o traumatizzava) un bambino di appena dieci anni, di nome Guillermo Del Toro.
Il messicano che abita dietro poetica e fiabe nere à la La spina del diavolo e Il labirinto del fauno ha continuato a sognare il progetto d’un remake-espanso fino all’incontro con Troy Nixey, artista delle praterie canadesi dal background fumettistico che tiene le code del Batman di Mike Mignola e gli amori di Neil Gaiman e Matt Wagner.
Nixey alla regia, ed una sceneggiatura larga Del Toro e Matthew Robbins, fanno di quest’oggetto filmico una piccola imbarcazione sperimentale. Purtroppo, non particolarmente mostruosa e grottesca. Si comincia all’indietro (tanto indietro) con un rito sacrificale a metà tra Denti di Salvatores e The Mangler – La macchina infernale: in un maniero vittoriano il padrone nutre le diaboliche creature occupanti con dentature, proprie e altrui.
Quella casa rimane ferma lì, fatiscente e afflitta, fino a quando l’insopportabile coppia Katie Holmes-Kim/Guy Pearce-Alex ne predetermina il restauro. Obiettivo, finire sulla lista giallo-avarizia dell’Architectural Digest. A carico i due fidanzati hanno anche la figlia di lui, Sally (l’attrice più convinta del team, Bailee Madison), dotata di particolari doni e di un forte spleen. Immaginazione all’avanguardia, lato artistico beffardo; ogni mossa è giusta quando si tratta di “minoranza oppressa”: nel caso di Sally qualcosa di speciale aleggia nell’occhio color paprica.
Totalmente schiacciata dagli affari dei tutori, il suo essere “molto piccola” strega immediatamente le creature che infestano Blackwood Mansion. E la reazione della piccina non può che essere stupore; solo in un secondo tempo si tramuterà in terrore. Di certo fanno più male al cuore gli adulti che tentano di “normalizzare” il desiderio di “guardare” (oltre il buio o la siepe o l’intercapedine) invece dei roditori diabolici in attesa tra le quinte.
Fra voci, caroselli e orsetti parlanti, le atmosfere di Non avere paura del buio ricalcano i drammi familiari anni Sessanta, con buona dose di CGI ed effetti speciali. Ma Nixey non è Del Toro, qui anche in veste di produttore oltre che di co-sceneggiatore, e quella che poteva diventare espressione politica di “meraviglia=stigma” chiede di essere trattata come un sotto-Amityville. Meno radicale di Coraline e privo di memorie infantili stile Shining(versione americana, più lunga e psicologica della nostra).
John Newland e la ABC degli anni Settanta avevano vissuto il loro film tv come un richiamo alla stupidità umana, narrata da un punto di vista adulto. Qui gli occhi sono per intero fanciulleschi ma la fantasia di Sally, lontana anni luce dal prototipo teen di Lamberto Bava, è sostanzialmente impotente. Forse anche lei, da qualche parte, è già iscritta a Facebook con il profilo che la ritrae nuda e piena di problemi.