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Rovesci d'Arte

L’arte assassinata all’Aquila

L’Aquila, un anno dopo. La città si ripopola in silenzio, per ricordare quel minuto terribile. Fra le vittime e l’emozione contenuta di chi nella notte del 6 aprile ha perso tutto, s’insinua un altro grande «sconfitto»: il patrimonio storico-artistico abruzzese. Colpito a morte dal sisma, scoperchiato, in macerie, lesionato e in alcuni casi distrutto, oggi sopravvive a se stesso coperto da una selva di ponteggi e puntellature che però non risolvono nulla. I pavimenti medievali di chiese con cupole crollate hanno sostenuto il peso di neve, pioggia e fango. 365 giorni senza interventi. Restauratori arrabbiati, soprintendenze spodestate dall’atteggiamento «militare» della Protezione civile che poi, non essendoci i soldi, lì si è fermata. Competenze mandate al macero. Questo è ciò che è accaduto nell’anno più lungo vissuto all’Aquila e dintorni. La città è abbandonata e il centro storico è zona rossa da tempo immemorabile, fantasma di pietra sigillato nelle sue stesse macerie. E beffa delle beffe, i potenti del G8 promisero l’adozione di monumenti e poi se la sono data a gambe. Spagna (doveva consegnare cinquanta milioni di euro per il restauro del Forte spagnolo) e America sono sparite, solo il Giappone, la Francia, la Germania e il Canada hanno rispettato i patti di quel giorno, stretti sull’onda della commozione.
Tremila i milioni di spesa previsti per rimettere in moto la Storia, per cercare di ricostruire, ri-raccontare le vicende di quella terra così profondamente radicata dentro le sue preziose vestigia, di cui i suoi abitanti vanno fieri. Monasteri, cattedrali romaniche, grandi centri culturali, cicli di affreschi unici al mondo, le vie di Carlo Magno, piccole chiese tratturali, tutto tace in stato di incuria, perso nell’oblio. La tv si accende solo a sprazzi e non li inquadra mai, quei monumenti. Eppure, lì, c’è la memoria e la nostra storia collettiva. La barbarie comincia da qui. Dopo, c’è il nulla che avanza.