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Quinto Stato

L’Angelo Mai torna al rione Monti

A 6 anni dallo sgombero, oggi gli attivisti dell’Angelo Mai, insieme ai lavoratori e alle lavoratrici dello spettacolo e al Comitato popolare di lotta per la casa, hanno rioccupato la vecchia sede di uno dei centri sociali più innovativi della Capitale. Scrivono:

Vogliamo ricordare che qui, nel cuore della città, nell’ombelico della movida e dei bed & breakfast, nel Rione bello e promiscuo quanto la Suburra che era, c’è una ferita aperta. Un luogo abbandonato in una città affamata di spazi per vivere, creare.

La storia

L’Angelo Mai Altrove, come oggi si chiama il centro sociale completamente auto-ricostruito e autofinanziato in uno spicchio meraviglioso del parco archeologico delle Terme di Caracalla, ha preso il nome dall’omonimo convitto nel rione Monti, rioccupato oggi. Incastrato tra via Clementina, piazza Madonna dei Monti e via degli Zingari, questo enorme manufatto di fine Ottocento, contenente una chiesa sconsacrata risalente al XVIII secolo, nel 2004 viene occupato da una trentina di famiglie che rivendicano il diritto alla casa. Un collettivo di teatranti, musicisti, artisti visivi, tecnici del suono e delle luci, lavoratori e ricercatori, quelli che avrebbero fondato il collettivo dell’Angelo Mai, confluiscono nell’occupazione.

Come prima istanza il comitato di occupazione arresta le voci di speculazioni – alcune delle quali fantasiose – sull’ex convitto abbandonato alla fine degli anni Ottanta. Spunta l’ipotesi del centro commerciale, coerente con la gentrificazione di Monti, il quartiere della Suburra nella Roma papalina, insediamento del minuto artigianato e del commercio, come del resto è stato il più grande Trastevere fino agli anni Ottanta. Il comune che allora viveva l’ultim’ora del veltronismo dei “grandi eventi culturali”, capisce e propone di trasferire all’Angelo Mai il vicino Viscontino, una scuola media divisa in tre plessi ancora oggi in cerca di una sede. 400 bambini avrebbero trovato nell’enorme cortile dov’era appena stata installata la ciclofficina un paradiso dove scorrazzare. E’ stato questo il grimaldello per scardinare l’occupazione degli artisti.

Nei giorni dell’addio alla politica, sembra un paradosso ricordare Veltroni come colui che ostacola una delle possibili espressioni della “classe creativa”. Ma Veltroni non è stato l’espressione di centro-sinistra di questa “classe”? Certo, ne ha rappresentato le posture isteriche, gli istinti appropriativi e individualistici, la speranza di appartenere ad un’identità, ma non certo la sua realtà: quella della produzione. La sua idea di produzione culturale dall’alto, ha negato la possibilità di creare un’economia viva. Ciò che è più importante è spendere centinaia di milioni per un auditorium dove celebrare i fasti dei grandi eventi, non scuole, laboratori, industrie o cowork per la produzione immateriale.
Veltronismo: in memoriam
Per questo la vicenda dell’Angelo Mai rappresenta la più chiara sconfessione dell’ideologia finto-consensuale, mid-cult popolarmente chic della stagione dei grandi eventi  – e delle grandi infrastrutture – costruite nei quindici anni di governo del centro-sinistra a Roma. All’Angelo Mai la “classe creativa” aveva scelto di allearsi con gli occupanti del diritto alla casa, e con quel Quinto Stato, ad esempio, dei ricercatori precari reduci dalla grande manifestazione – con occupazione di piazza Montecitorio, contro la Riforma Moratti dell’università. I concerti, i progetti artistici, gli incontri politici, la creazione di relazioni – la produzione di progetti teatrali e musicali alcuni dei quali sono ormai diventati realtà internazionali e indipendenti – erano il risvolto di questa capacità di coalizione, e di costituzione di una società – vivissima a Roma, sin dagli anni Settanta – rappresentano l’antitesi del veltronismo e dell’alleanza con i costruttori edili – i padroni della città – di cui è stato espressione.

In più, bisogna ricordare quanto falsa sia stata la ragione del primo sgombero dell’Angelo. La vicenda dell’ex convitto non si è ancora conclusa. I lavori nell’enorme immobile rimasto vuoto non sono mai partiti: l’edificio, oggi ancora più fatiscente, non ospita ancora il cantiere, nonostante l’ultimo cartello dei lavori esposto – approvato con  la delibera n. 576 dalla Giunta Comunale in data 19 dicembre 2007 – indichi come “ultimazione prevista” il 25 febbraio 2011 e come importo complessivo dei lavori 1.110.762,79 euro. 
Una ferita aperta

Scrivono gli attivisti:

Qui dentro iniziarono dei lavori nel 2006 – spendendo, sperperando, ancora una volta, milioni di soldi pubblici! – che durarono circa 3 anni, per non ottenere nulla. Tra gare d’appalto truccate e soldi che non si sapeva più dove erano finiti, nessuna istituzione si è mai più preoccupata di aver creato un’ennesima cattedrale nel deserto. […] Un luogo che non è diventato una scuola, non è diventato un teatro, non è diventato un giardino, non è più stato un cortile per tutt*. Un luogo che poteva essere tutto questo insieme e rispondere alla speculazione e alle nuove violenze delle notti romane con l’arte, l’apprendimento, lo scambio, lo stare bene.

Queste sono le parole non sono quelle della storia della “classe creativa”, è l’anteprima del Quinto Stato. La ricerca di un “centro” da riqualificare per esigenze abitative, produttive e sociali segue un ragionamento: costruire una zona autonoma – e un centro produttivo di linguaggio, simboli, socializzazione – nel cuore del deserto creato dalla speculazione immobiliare che rappresenta il motore dell’economia sin dalla deportazione delle classi popolari da Campo de’Fiori a partire dagli anni Cinquanta.

Tornare in centro, riportare la vita in questo angolo di mondo, far rifiorire il terzo paesaggio delle città italiane. «Noi facciamo parte di un terzo paesaggio – ci ha raccontato un’attivista dell’Angelo quando è stato rioccupato solo poche settimane fa – che
 non è né pubblico, né privato. I centri sociali erano già qualcosa di
simile. Oggi è intervenuta una discontinuità molto naturale dovuta al
cambiamento dell’idea di attivismo. Ci sono persone che entrano a far
parte delle nostre zone franche e iniziano un percorso declinandolo a
partire dalle esigenze della loro professione. Altri ci lavorano per
condurre una ricerca artistica che non trova cittadinanza nelle
istituzioni “ufficiali”. È una trasformazione che sta avvenendo
ovunque e rispecchia i cambiamenti nel mondo dei lavoratori della conoscenza e dell’immateriale».

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    in bocca al lupo per tutto il lavoro che si sta svolgendo,speriamo bene per il futuro