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Poltergeist

L’anello che non tiene

Torno a par­lare di Gomorra — La Serie, titolo che ricorda Woj­tyla — Il Musi­cal per il biz­zarro acco­sta­mento di sacro e pro­fano, per­ché in un paese come l’Italia il plauso una­nime non è mai segno di poli­fo­nia del sentire. Mariarosa Mancuso e Aldo Grasso sono i capofila eccellenti di questo consenso.

Ai remake siamo abi­tuati – e non sono del resto tante sto­rie altro se non riscrit­ture? – ed è di moda oggi acqui­stare i diritti di libri, fumetti e film stessi per rifarne una nuova ver­sione cine­ma­to­gra­fica (Fran­ce­sca Archi­bugi stessa, che firma la co-regia dell’ultimo epi­so­dio della serie biblica, ha in uscita il remake del film di La Patel­lière Le pré­nom). Come vives­simo in una cro­nica man­canza di idee, ten­diamo a tor­nare a rac­con­tare quelle che già sono state dette, nell’antico e ancora ben oliato sistema che ci fa leg­gere le favole a bam­bini che sem­brano gioire più del ripe­tersi della sto­ria che degli avve­ni­menti sor­pren­denti che la ani­mano. Ma una cosa è The Depar­ted, oppri­mente e inquietante remake fir­mato da Scor­sese, altro è invece far sedere una donna nuda di spalle, dise­gnarle le due S del vio­lon­cello e scat­tare una foto. A colori, stavolta.

Man Ray


Man Ray

In un caso si pro­duce un’opera indi­pen­dente ispi­rata a quella ori­gi­nale, nel secondo caso, invece, si fa rife­ri­mento all’opera ori­gi­nale, e solo a quella, senza aggiun­gere alcun signi­fi­cato particolare.

Come nel caso dell’Oda­li­sca di Ingres

scem­piata da una malin­tesa moder­niz­za­zione dell’opera.

Ingres


Ingres

L’Odalisca di Ingres fun­ziona per­ché è sba­gliata, per­ché ha qual­cosa che non va (anzi, più di una: la colonna ver­te­brale con una man­ciata di ossa in più, il piede sini­stro schiac­ciato, etc.), ma tutti que­sti ele­menti costrui­scono un’opera dalla qua­lità indi­men­ti­ca­bile, tutti que­sti det­ta­gli la ren­dono memo­ra­bile e unica. Dopo­tutto, così come il cinema non è la vita, nean­che l’arte lo è. Spesso, tut­ta­via, ci si dimen­tica di que­sto ele­mento deter­mi­nante dell’opera d’arte e si cerca di imi­tare la realtà, riscri­verla ad nau­seam. Del resto anche negli Stati Uniti stanno facendo un Fargo – La Serie.

odalisca

C’è poi da discu­tere della qua­lità del pro­dotto che ne viene, poi­ché dopo­tutto la bel­lezza è pur sem­pre la bel­lezza, dovun­que venga e qual­siasi signi­fi­cato porti con sé. Eppure que­sta grande bel­lezza della serie Gomorra io non rie­sco pro­prio a vederla e anzi sento scric­chio­lare tutti i car­dini dei por­tali del mestiere che hanno pro­dotto l’opera.

Paolo Car­nera, gio­vane sim­pa­tico e, almeno anni fa, un po’ impen­sie­rito dai toni tene­brosi, ha costruito una foto­gra­fia fumet­ti­stica, di cui del resto si può con­si­de­rare solo rela­ti­va­mente autore, dato che un epi­so­dio in cui non ha lavo­rato pre­senta la stessa foto­gra­fia. Ma forse la sua impronta è tal­mente alti­so­nante, sem­plice, mani­chea e ripe­ti­bile che non c’è nem­meno biso­gno della sua pre­senza per farla, un po’ come nel film di Woody Allen in cui il regi­sta anche da cieco riu­sciva a fare un buon film.

La foto­gra­fia è con­se­gnata a una sem­plice com­ple­men­ta­rità di blu oltre­mare e aran­cio intenso – colori freddi e colori caldi, con­tra­sti, ele­menti che si con­trap­pon­gono – in una curiosa inter­pre­ta­zione di una sto­ria in cui di con­tra­sti veri e pro­pri non ce ne sono – fino all’ultima pun­tata. Anzi, per la stra­grande mag­gio­ranza della nar­ra­zione sem­bra che tutto ruoti attorno a un perno ben cen­trato, don Pie­tro Sava­stano e il suo clan. Sem­bra che a Napoli comandi solo lui – l’unico avver­sa­rio, Conte, se ne va a vivere a Bar­cel­lona – e i pic­coli, seb­bene san­gui­nosi, con­tra­sti che nascono si risol­vono facil­mente con qual­che mitra­gliata asse­stata alla meglio.

La dire­zione della foto­gra­fia è, intui­ti­va­mente, uno dei mezzi espres­sivi più effi­caci in un film e non ho mai visto un regi­sta che non finisse con il liti­gare con il diret­tore della foto­gra­fia (più che con, che so, lo sce­no­grafo). Va dun­que con­si­de­rato anche Sol­lima cor­re­spon­sa­bile di un tale approc­cio mani­cheo, a volte, come in que­sto caso, quasi imba­raz­zante. Non gli si chiede certo di ragio­nare come Scor­sese in Quei bravi ragazzi e tin­gere di san­gue una stanza all’inizio del film per dare il tono alla sto­ria che verrà con il sem­plice uso delle luci, ma forse qual­che sot­ti­gliezza poteva con­ce­der­sela, que­sto regi­sta osan­nato tanto da invo­care la costru­zione di una sta­tua in suo onore.

La domanda da porsi è: in onore di che? Di aver por­tato a ter­mine una sta­gione di una serie che non sovrae­spone per­so­naggi e pen­tole allo stesso modo come in Nonno Libero? Di non aver fatto sgom­mare le mac­chine della poli­zia in pri­mis­simo piano come in Cara­bi­nieri?

Fac­ciamo un pic­colo quiz di rico­no­sci­mento visivo per vedere se riu­sciamo a indo­vi­nare chi ha girato cosa.

Se voi foste il pub­blico di una mostra d’arte, vi lasce­re­ste com­muo­vere da un bel ragaz­zino con una peri­co­losa pistola in mano o da orrendi ado­le­scenti armati di mitra? Vi rimar­rebbe impressa l’immagine di un bam­bino che si arram­pica su un’intricata strut­tura in cemento armato o quella di due signori su una spiag­gia sporca?

La spiag­gia sporca e il bel bam­bino armato sono quelli che in arte si defi­ni­scono “colpi bassi”, forme che, come si intui­sce, sono messe lì appo­sta per toc­care il cuore e distrarre tutte le altre qua­lità che fanno di un essere umano una spe­cie superiore.

Infine, la sce­neg­gia­tura. “Gli inizi sono sem­pre dif­fi­cili”, diceva Fla­iano, che di cinema se ne inten­deva. La serie Gomorra ini­zia con un non-sequitur in cui due camor­ri­sti par­lano di Face­book, l’anziano dimo­strando di non capirne niente, il gio­vane spie­gando vaga­mente come fun­ziona la cosa. Se una parola, un con­cetto, un oggetto o un’azione sono tanto impor­tanti da met­terli addi­rit­tura in aper­tura, non è pos­si­bile che non vi si dia seguito, è un con­tro­senso nar­ra­tivo. Come se Orlando, nell’Orlando Furioso, non sfi­dasse Dio in prin­ci­pio di poema e poi non rin­ne­gasse in seguito la reli­gione. La serie, come le sto­rie odierne, sono fatte di pat­ch­work di avve­ni­menti, più o meno inte­res­santi, più o meno con­grui, ma le cuci­ture che ten­gono la coperta insieme sono spesso gros­so­lane e, si sa, un capo si giu­dica dalle rifiniture.