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Quinto Stato

L’amo Pd lanciato a Grillo è archeologia prodiana: il reddito minimo di inserimento

Qualunque sia l’esito dell’offerta del Pd al Movimento 5 stelle, che ha già escluso qualsiasi accordo tra mille «finte» aperture, una cosa è certa: il reddito di cittadinanza, nemmeno nella sua versione light di «reddito minimo», non sarà mai oggetto di discussione in un «governo di minoranza» targato Pd-M5s. Qualsiasi alambicco istituzionale troverà il centrosinistra per uscire dal suo fortino, non contempla alcuna misura universalistica e incondizionata a favore delle persone per garantire il miglioramento delle condizioni generali della loro esistenza. Basta vedere uno dei famosi otto punti, sezione «Misure urgenti sul fronte sociale e del lavoro».

Si parla di un «Salario o compenso minimo per chi non ha copertura contrattuale», facendo attenzione a non pestare i piedi alla Cgil che l’ha escluso in quanto «contrasta con la contrattazione nazionale». In attesa di maggiori delucidazioni, ma c’è da scommettere che non arriveranno, questa misura viene intesa come un ammortizzatore sociale. Nel programma si parla infatti di un’«indennità di disoccupazione universale». Sembra di capire che il «salario minimo» verrebbe vincolato all’accettazione di un lavoro qualsiasi. Pena l’interruzione del sussidio. Ma sono valutazioni inutili da fare adesso. La proposta, semplicemente, non vedrà mai la luce.

C’è poi incredibile idea sul «reddito minimo d’inserimento» (Rmi), pura archeologia del centrosinistra a guida prodiana. Qualche piddino deve avere associato la grancassa grillina sul «reddito di cittadinanza» a questa misura. È andato in archivio per recuperare il faldone del decreto legislativo n. 237 del 18 giugno 1998 che sperimentò l’Rmi in 306 comuni, coinvolgendo l’8,6% della popolazione residente, 66 mila nuclei familiari e 65 mila persone.

Al termine della “sperimentazione” fu approvata la legge quadro 328/00. L’Rmi non venne istituzionalizzato, e il provvedimento si limitò ad auspicarne  la generalizzazione a tutto il territorio nazionale, una revisione complessiva del sistema di interventi di sostegno al reddito, il riordino delle misure assistenziali. Nulla di tutto questo è stato fatto.

Interrotto nel 2002 da Berlusconi e Sacconi, l’Rmi fu un fallimento, anche perché non venne rifinanziato dal governo Amato nel 2001 che preferì erogare una partita elettorale di fondi alle pensioni. Insomma lo slancio dell’innovazione, più volte invocata nel corso della direzione nazionale del Pd di ieri si tradurrebbe in una proposta irrilevante già 15 anni fa, in cui l’antesignano del partito bersaniano – il Pds-Ds – non ha mai creduto.

E se Grillo, che invece fa dell’«innovazione» – qualsiasi cosa significhi – il proprio volano elettorale, accettasse di «sperimentare» l’Rmi? Stando alle ipotesi (Tito Boeri e altri) che risalgono a 10 anni fa, alle famiglie – e non ai singoli come nel caso del reddito minimo – andrebbero 300 euro per una spesa pari a 3,2 miliardi di euro crescente negli anni. Gli interventi non sarebbero finalizzati all’inserimento lavorativo, bensì alla «riduzione del danno» causato dalla povertà, dalle insolvenze, dall’assistenza a minori e anziani. I fondi verrebbero erogati dai comuni, ai quali il Pd promette un allentamento del patto di stabilità locale per avviare «piccoli cantieri» per la manutenzione delle infrastrutture.

Un keynesismo cheap, come del resto la ricetta dell’Rmi fallita perchè i comuni non ricevettero mai l’aiuto da parte delle province e delle regioni. Per funzionare, l’Rmi, come lo stesso «reddito minimo», hanno bisogno di una radicale riforma della governance degli enti locali, oltre che di un forte rapporto con lo Stato centrale. Non una riforma costituzionale, forse, ma sicuramente c’è bisogno di un intervento che esula dalle capacità di un «governo di minoranza». Senza l’intervento dello Stato, si rischia di favorire comportamenti paternalistici e clientelari da parte degli enti locali, come accadde per l’Rmi di centrosinistra.

Queste sono tutte ipotesi irrealistiche che confermano lo stato confusionale in cui versa Sel che, a differenza del Pd, ha in mano la proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo. Mai citata da Vendola, se non in qualche comunicato stampa di testimonianza, è chiaro che non è stata presentata a Bersani. O forse Bersani l’ha rifiutata? È un altro dei misteri gloriosi del centrosinistra. A differenza dell’Rmi, questa proposta contempla anche un’ipotesi di salario orario minimo, eroga 600 euro alle persone, e non alle famiglie, per 7200 euro all’anno.

Nelle proiezioni di San Precario costerebbe 21 miliardi all’anno a cui però bisogna sottrarre 15,5 miliardi oggi spesi per le indennità di disoccupazione e la cassa integrazione. Perché questa sottrazione? Ma perché l’introduzione di un “reddito minimo” (di base, incondizionato o garantito) prevede la riforma del sistema fiscale, quella degli ammortizzatori sociali, e quindi una riforma dell’Inps, separando l’assistenza e la previdenza oggi concentrati nel mega-ente aspiratutto diretto da Antonio Mastrapasqua. Così pensato il costo reale dell’introduzione di un reddito sarebbe di 5,5 miliardi all’anno.

Sono gli elementi per un “riformismo” radicale che, con tutta evidenza, esula dalle capacità del Pd e del centrosinistra, come anche da quelle di un “governo tecnico” o di “minoranza”. C’è chi confida in Grillo e nella sua “rivoluzione”. Ammesso che lo sia effettivamente, siamo proprio sicuri che sarà capace di trasformare il peggior Welfare europeo?

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  • anacleto

    Il PD-L non vuole il reddito di cittadinanza per non perdere il potere di dare lavoro a questo o quello più raccomandato, così come non vuole rinunciare ai finanziamenti, alle auto blu, alle scorte, che servono come all’ONOREVOLE Finocchiaro a portare le buste, a rinunciare alle grandi opere che danno appalti alle loro coop, ad applicare l’art. 11 della Costituzione, a rinunciare all’acquisto degli F35 dei loro padroni americani, ecc. ecc. perchè sono vecchi ma il mondo è cambiato noi siamo il 99%

  • anacleto

    A integrazione del mio precedente commento l’unico partito a cui sono stato scritto dal 1992 al 2010 è stato Rifondazione Comunista.