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Nuvoletta rossa

L’amico del Saguaro: il nuovo vecchio West a Zampa di elefante di Sergio Bonelli Editore

Spostare i confini del western un po’ più in là: sembra questa la missione dell’ultimo nato di Casa Bonelli, il Saguaro arrivato in edicola a maggio a 2,90 euro per 94 pagine con lusinghieri riscontri di pubblico e di critica. Una scommessa editoriale tutt’altro che scontata, quella legata all’ultimo character allevato personalmente dell’autore ed editore scomparso nel settembre dello scorso anno. Lo zampino del Sergio nazionale sta nel dna del personaggio creato dallo sceneggiatore Bruno Enna insieme con il creatore grafico Alessandro Poli. Puntualizza l’autore: “Va detto che Sergio Bonelli offriva input a tutti gli autori di tutte le nuove serie in uscita, come sua abitudine. Per Saguaro, durante una riunione di routine, mi ha fornito alcune «dritte» utilissime, consigliandomi di prendere l’attore Tom Berenger come punto di riferimento grafico e suggerendomi di leggere i romanzi di Tony Hillerman. Altre indicazioni importanti sono arrivate dalla redazione, in particolare dall’infaticabile e paziente Michele Masiero”. Da tanto brainstorming è uscito un character muscolare e no-nonsense su misura per il fumetto seriale.

Sguardo eternamente corrucciato e lunghi capelli neri da pellerossa ribelle. Giubbotto, jeans e stivali sdruciti, la perfetta divisa dell’avventura. E sotto al sedere, invece del cavallo, la sella di una Harley Davidson datata 1940: l’ambientazione western di Saguaro non è più quella del best seller Tex, ma i turbolenti seventies dell’American Indian Movement e della sparatoria di Pine Ridge, dove nel 1975 trovarono la morte in una sparatoria due agenti dell’FBI e un nativo americano. Al di là dell’ambientazione americana, l’aroma distilla afrori tipici degli eroi bonelliani lanciati in edicola prima del “perturbante” Dylan Dog. il sangue indiano e il pragmatismo sono quelli del ranger di Giovanni Luigi Bonelli, la diffidenza per lo status quo ricorda Mister No, la fondamentale malinconia lo splendido incompiuto Ken Parker di Berardi e Milazzo… È un ritorno all’eroe classico, insomma. Che Enna motiva senza troppi peli sulla lingua: “Nella mia carriera ho scritto di tutto, per bambini, ragazzi e adulti, sempre attento al target di riferimento. Per Saguaro, ho deciso di rivolgermi a… me stesso. Ho 43 anni e adoro rileggere i fumetti della mia giovinezza. Quando mi è stata data l’opportunità di lavorare a un personaggio tutto mio, ho pensato: perché no? Perché non studiare una serie che avesse quel tipo di “sapore”? Un amico ha detto che “Saguaro” potrebbe essere stato pubblicato negli Anni ’70, ma non mi ha offeso di sicuro, anzi: mi ha fatto un complimento. Certo, il linguaggio della serie è più attuale e in linea con quello degli altri personaggi Bonelli, ma per il resto il mio obiettivo era proprio quello di tornare a un certo tipo di linguaggio. Ne sentivo l’esigenza, avevo bisogno di divertirmi e divertire. Certo, è impossibile accontentare tutti, ma diciamocelo: chi se ne frega?”.

Il primo vagito di Saguaro mette in secondo piano il giallo d’azione a sfondo sociale che costituisce il centro della trama per delineare i confini reali e metaforici del mondo narrativo in cui si muove Thorn Kitcheyan, nativo americano dal soprannome al gusto cactus. Lo scenario non troppo consueto è quello dell’america extra-dry polverosa e remota delle riserve indiane fuori tempo massimo (ma non lo sono poi tutte?). Viene in mente La collina del demonio (1991), fuga del documentarista Erroll Morris nel noir indiano del succitato Tony Hillerman. Ma senza dimenticare i tipi umani di frontiera descritti da Cormac McCarthy e i Coen Bros. in Non è un Paese per vecchi, o i duelli “più grandi della vita” coreografati da Tarantino nel secondo Kill Bill e nell’imminente Django Unchained. E quindi: Hell’s Angels in foia, sceriffe indiane belle ma agguerrite, “mamitas” messicane con prole a carico, latifondisti stronzi, sicari à la Lee Van Cleef, ma con un occhio al gusto spaghetti western vintage di qualche italianissimo cameo (qui, il prescelto è niente meno che Francesco Pannofino, ritratto con la ghigna grassoccia alla Pietro Gambadilegno in un cattivo morituro). Grande mestiere, una tecnica narrativa robusta, illuminata da sprazzi di retorica macho, mai machista, qualche digressione nella cultura navajo forse foriera di sviluppi imprevedibili, con un falco a reggere il ruolo di potenziale sidekick. E in cambio della rinuncia agli enzimi forse troppo eversivi degli eroi bonelliani d’antan, qui ci si porta a casa un eroe sufficientemente taciturno da promettere il giusto tasso di rivelazioni, e un territorio di caccia sufficientemente ampio da garantire infinite declinazioni di genere – dal giallo, al western, all’horror, all’azione pura. Niente nouvelle cuisine, quindi, ma l’ottima cucina casalinga per cui la posada di via Buonarroti va giustamente famosa. E senza particolari tremarelle, almeno a sentire lo sceneggiatore, che spiega di aver affrontato la responsabilità di una nuova serie regolare in modo sereno. “Mi è stata data una grande occasione, ma conto di sfruttarla senza pensare troppo alle conseguenze. In passato, le proposte editoriali erano tante e variegate; alcune proseguivano il loro cammino, mentre altre si fermavano ai nastri di partenza. Era naturale. Lo è anche oggi, in verità, ma Internet sembra amplificare tutto in modo eccessivo. Se Saguaro andrà bene, io ne sarò felice. Altrimenti, farò altro. Nel frattempo, continuo a divertirmi…”. Cavalca, cowboy.

  • http://illustrautori.blogspot.it illustrautori

    Be’, trent’anni dopo l’unico altro western moderno bonelliano, il deboluccio “Gil” (1982-83), era decisamente ora… Ormai non se ne può più di anatomopatologi seriali e multimediali, finito “Scalped” un bel western non fa proprio male 😉