closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Popocatépetl

L’altro filo del machete

Il 4º Informe de gobierno, l’annuale discorso alla nazione del presidente Calderón è sembrato irritante e offensivo alla maggioranza dei messicani: la descrizione di un paese panglossiano come il migliore dei mondi possibili contrasta fortemente con un territorio allagato dalle piogge torrenziali – più di un milione di alluvionati in cinque stati del sud -, le tasche vuote di metà della popolazione, la criminalità che detta legge, l’esercito che uccide civili per errore, le pesanti ingerenze di Hillary Clinton e le volgarità omofobiche dell’alto clero.

Veracruz sotto l'acqua

   In tutto questo, i festeggiamenti previsti per il 15 settembre, bicentenario dell’Indipendenza del 1810 dalla Spagna, suonano falsi, dispendiosi e soprattutto fuori luogo. “Non c’è proprio niente da festeggiare”, scrivono molti lettori ai giornali. Il 2010, secondo loro, ricorda crudamente che in due secoli l’indipendenza non s’è ancora vista e che la Rivoluzione del 1910, l’altra grande celebrazione di quest’anno, è stata tradita e incorniciata in belle cartoline d’epoca. Anche contraffatte, nell’ansia di creare un mito.

la Adelita di Jerónimo Hernández

       Sulla strage dei 72 migranti centro e sudamericani a San Fernando in Tamaulipas, al confine con gli Stati uniti, non si è ancora fatta piena luce, malgrado le pressioni di tutti i paesi dell’America centrale e lo sdegno che la notizia ha provocato in tutto il mondo. Anzi, ancora una volta la versione ufficiale – sono stati uccisi in conflitto a fuoco con l’esercito sei degli esecutori materiali della mattanza – si scontra con la realtà: sono già tre gli inquirenti incaricati delle indagini che vengono assassinati da misteriosi sicari.

I retroscena della strage, attribuita ai famigerati Zeta, non sono stati ricostruiti, malgrado le testimonianze di due sopravvissuti, ma l’episodio ha messo allo scoperto l’inferno vissuto giornalmente dagli emigranti clandestini che attraversano il Messico per passare all’“otro lado”. 

Per trovare un lavoro e mezzi di sopravvivenza che nei loro paesi gli sono negati, migliaia di disperati si avventurano in una gimkana della morte, un mostruoso gioco dell’oca le cui tappe sono le privazioni, le rapine, la violenza, il sequestro, la tortura, le mutilazioni, le umiliazioni. E gli aguzzini sono uomini in divisa, poliziotti e guardie di frontiera, o Maras tatuati e armati, che agiscono in branco con la protezione (pagata) delle forze dell’ordine.

un "marero"

Sul treno dei migranti, la Bestia, che da Arriaga in Chiapas risale il Messico trasportando sogni e tragedie, abbondano gli articoli e i reportage ed esiste una filmografia scioccante: “Which way home?” di Rebecca Cammisa e Lorenzo Hagerman intervista e segue i bambini che viaggiano da soli per ricongiungersi ai familiari che già vivono negli Stati uniti; “Asalto al sueño” di Uli Stelzner è girato da un autore che è un one-man-orchestra ma coglie in pieno nel segno; con il titolo “La vida loca” sono usciti due documentari di grande valore sulle gang della Mara Salvatrucha, uno dell’italiana Stefania Andreotti, l’altro del franco-spagnolo Christian Poveda, ucciso l’anno scorso in Salvador proprio da una banda di “mareros”.

Esistono anche film di fiction sull’argomento, come “Sin nombre”, scritta e diretta da Cary Joji Fukunaga, premiata al Sundance Festival dell’anno scorso, o “La misma luna”, una produzione messicana con un gran cast, un po’ mielosa e a lieto fine.

Sempre sul tema della frontiera Messico-Usa, la più vigilata e violata dell’Occidente, barriera porosa e insanguinata fra primo e terzo mondo, sta facendo scalpore il film “Machete” di Robert Rodriguez che, come scrive Luca Celada da Los Angeles, non piace alla destra gringa. Ed è facile capirne il perché. Su un contenuto violento, revanchista e filoimmigrante troneggia una macabra ciliegina: la scena in cui un patriottico Minuteman crivella a fucilate una illegale messicana incinta (e spiega al giovane apprendista che se il bambino fosse nato lì sarebbe diventato “un cittadino come me e te”) e il suo figlietto adolescente.

  E’ una scena che ha sicuramente urtato la sensibilità di molti spettatori, che sicuramente non conoscono un videogame, in commercio già da qualche anno negli States, in cui l’obiettivo con il maggior punteggio a cui sparare è proprio un’immigrante messicana col pancione che attraversa il fiume dando la mano a un marmocchio.

Danny Trejo in "Machete"
  • gianni

    Ci saranno anche le volgarità omofobiche del clero però in materia di diritti civili sono più avanzati di noi,avendo riconosciuto il matrimonio tra menbri dello stesso sesso.