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Horror Vacuo

Who can it be now?

Aveva ragione Ennio Flaiano a dire che “un orologio costa molto meno di una sceneggiatura ma se si guasta nessuno si sogna di mettersi a ripararlo”. Tutti invece a Hollywood smontano e (ri)compongono con diplomazia sceneggiature d’epoche passate aggiornandole a nuove esperienze visive. D’altronde è solo un vociferare ma un po’ alla volta uno può cominciare anche a crederci: la leggenda vuole che tutta questa moda di prequel, remake, reboot serva a spianare la strada ad un manipolo di filmmaker, esordienti o generici, verso l’Hollywood Babilonia del millennio, dove al posto di Brando, Dean, McQueen, Mineo, Perkins troveremmo il substrato generazionale che strizza l’occhio a Rob Zombie, Eli Roth, e via dicendo. Chissà, in lista potrebbe affiorare anche il nome di Matthis van Heijningen Jr. che firma un prequel de La Cosa rispettando le proporzioni. Sa di essere alla sua opera prima e, certo, non potrà pretendere dalla Universal le nuvole col blu dei lapislazzuli. E’ conscio della grandezza del predecessore, La Cosa di John Carpenter, 1982 (per inciso, in un making of presente nel blu-ray americano, van Heijningen Jr.  chiama Carpenter solo per le iniziali, “J. C.”, tale e quale a “Colui che non deve essere nominato” siglato Rowling; quando si dice “rispetto”…). E arriviamo alla famosa versione, la prima: Lacosa da un altro mondo di Christian Niby e Howard Hawks. Tra qualche scaglia di rimpianto e amarezza, il prequel diretto da Matthis van Heijningen Jr. fugge via nel ghiaccio dell’Antartide con almeno un paio di sequenze shock. Questa volta sono gli effetti digitali ad andare appresso alla paura, c’è tutta l’animatronic e larobotica del caso per mettere al mondo qualcosa di old-fashioned. Ma il vecchio artigianato pensato dentro labotola era un’altra faccenda e ci manca molto. La trasformazione o l’osmosi facciale sono solo una delle tante protesi dello stato di paranoia su cui Carpenter lavorò, affiancato dall’ottimo effettista Rob Bottin. Qui la Cosada un altro mondo continua a scapparci di mano. Manca qualcuno che prenda il megafono e gridi “Bisogna per forza mettere dietro la macchina da presa un regista con una visione”. Non ne uscirà un nuovo Sua Eccellenza si fermò a mangiare ma del resto la perfezione di certe inquadrature è ancora prerogativa del genere fantahorror, e ci si potrebbe anche provare. L’horror non è più capace di certe durezze ma resta un mestiere preciso. Meno male Morricone sul finale e il logo Universal anni Novanta in apertura. Al centro, l’avventura di un gruppo di ricercatori norvegesi e una paleontologa americana alle prese con un organismo postumano che replica laconformazione epidermica delle vittime. Ti copia come un remake, ma non può arrivare dappertutto. Ad esempio vestiti ed orecchini continuano a vivere nelle condizioni di sempre senza finire assimilati dal mostro, questo sarà un espediente per capire chi è stato tramutato in Cosa e chi no. Carpenter doveva fare una comparsa ma i suoi consiglieri hanno detto no. La canzone che la protagonista (Mary Elizabeth Winstead) ascolta in cuffia si chiama Who can it be now? ed è stata composta da una band australiana di nome Men a work, nel 1981. Il testo parla di un tizio che vive nella paranoia che la gente bussi alla sua porta mentre lui desidera soltanto essere lasciato in pace.