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Quinto Stato

La Zisa bene comune

Cantieri della Zisa, Palermo, beni comuni

Neve e gradine sui cantieri della Zisa, 55 mila metri quadri nel cuore del popoloso quartiere palermitano. In quello che avrebbe potuto essere lo spazio culturale più grande d’Europa, e non è stato perché abbandonato da 10 anni dalla giunta Cammarata di centro-destra, oggi si conclude l’incontro «cultura bene comune» promosso dalla rete composta da 70 associazioni «I cantieri che vogliamo».

Nel 2008, in questa città nella città (vedere per credere questi reportage) è stata inaugurata la «città del cinema» in 3 dei 29 capannoni disponibili. «Sono stati investiti 9 milioni di euro ricavati da fondi europei – ricorda Alessandro Rais, direttore della filmoteca regionale siciliana – c’è una mediateca, un cinema con 500 posti e la sede locale del centro sperimentale. C’è poi il museo dell’arte contemporanea, un hangar con una grande vetrata che si affaccia sul castello della Zisa. Meraviglioso, ma non serve a niente: è tutto chiuso».In questo spazio ridotto a scheletri informi e discariche, resistono ancora l’accademia delle belle arti, l’Istituto Gramsci, il Goethe Institut, presìdi in un deserto che  avanza.

Intorno al 1930 alla Zisa erano in 2500 a lavorare nelle officine Ducrot che fabbricavano, su disegni dell’architetto liberty Basile, l’arredamento per le grandi compagnie navali europee. Poi, il nulla, tranne l’aranceto selvatico con 200 alberi i cui frutti sono stati raccolti ieri, cotti e distribuiti sotto forma di marmellata alla cittadinanza. La giunta in scadenza ha da poco emanato un avviso di manifestazione di interesse sugli spazi ancora attivi rivolto ai privati e alle imprese culturali, ma non alle associazioni, gli unici soggetti che producono cultura pubblica in città.

I «Cantieri che vogliamo» si sono opposti. Hanno prima diffuso una petizione e, dopo questa tre giorni che il portavoce dei Cantieri Giuseppe Marsala, architetto, definisce «un censimento delle realtà culturali di Palermo», annunciano di volere reinventare i cantieri «con una gestione basata sul co-working per artisti, professionisti, precari e studenti.

C’è anche la possibilità di trasformare l’intera area in una centrale ad energia solare – continua Marsala – che illuminerà il quartiere, mentre il ricavato della vendita di energia potrebbe essere usato per finanziare le attività dello spazio. Sono tutte proposte allo studio». Idee che ritorneranno anche nel manifesto del movimento che sarà approvato oggi: «Per noi è altrettanto importante riutilizzare il museo» aggiunge Marsala. A Palermo, il movimento degli artisti dell’arte contemporanea, radicato come quello dei teatranti, sta ragionando sul modello del Kunstverein, un museo senza collezione che lavora con le gallerie locali e quelle internazionali, ricomponendo la filiera artistica che è dislocata a livello globale.

«Da un anno e mezzo – continua Marsala – abbiamo scoperto insieme che a Palermo, come a Roma con il Teatro Valle, a Catania con il Coppola , il Marinoni a Venezia, si vuole reagire all’idea che la cultura non sia un mestiere, una professione, e che produce occupazione». Si ritorna a parlare di uno uno sviluppo basato sull’economia della conoscenza e gestito sul modello dei beni comuni, «oltre la dialettica pubblico e privato – conclude Marsala – che non esclude la gestione diretta dello spazio da parte della cittadinanza».