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Antiviolenza

La violenza economica: l’appello del centro di Rovigo

Una delle prime violenze sulla donna, è la violenza economica: fatta dall’uomo che ti mantiene a casa affinché tu cresca i suoi figli, fatta dallo Stato che ti discrimina sul lavoro e che non alza un dito per finanziare i centri antiviolenza che sono lo strumento principale per fermare la violenza. Fermare il femmicidio quindi si può, basta investire su questo i fondi adatti a sostenere un lavoro che già si fa in tutta Italia.

IN QUESTO MOMENTO DI EMERGENZA NAZIONALE QUESTO BLOG CHE SI CHIAMA “ANTIVIOLENZA”, OSPITA E PUBBLICA APPELLI, LETTERE, PROPOSTE E  INZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI DI DONNE CHE SI MOBILITANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMICIDIO.

Appello di Pineda Bruna Giovanna, PRC-FDS, fondatrice del centro anti-violenza della città di Rovigo

Femminicidio: bene gli appelli, ma andiamo oltre per favore!

In questi giorni sta finalmente crescendo la protesta nazionale e trasversale che denuncia la situazione drammatica del femminicidio, cioè della violenza che le donne nel nostro paese subiscono da parte dell’uomo, spesso conosciuto, troppo spesso addirittura il proprio compagno o ex. Per tanto tempo molti partiti politici hanno enfatizzato sul problema sicurezza denunciando il fenomeno come se si trattasse di una questione meramente legata al problema immigrazione, ma i dati, o meglio le cronache parlano chiaro… il nostro violentatore o assassino non è lo straniero, lo sconosciuto, anzi di solito ha le chiavi di casa. Eppure quante campagne xenofobe e razziste abbiamo dovuto subire su questi temi: lega nord, forza nuova e altri movimenti di estrema destra, ma non solo, hanno sempre cavalcato questa idea populista del pericolo legato al fenomeno dell’immigrazione, in modo come un altro per incolpare a qualcun altro, senza mai guardare in casa nostra… meglio nascondere, meglio tacere questa vergogna tutta italiana. Ormai è impossibile tacere, troppe donne uccise ammazzate quasi ogni giorno e dopo le denunce delle associazioni nazionali e internazionali come l’ONU, l’Italia non può nascondere che il femminicidio è nel nostro paese un’emergenza. Ed ecco l’ennesimo appello con tanto di grandi firme, che va benissimo, ma non basta. Noi donne siamo stanche delle tantissime parole che ogni volta si spendono ogni qualvolta vi sia un’emergenza che ci riguarda e spesso firmare questi appelli serve a molti e molte responsabili solo a lavarsi la coscienza, come la presidente della Regione Lazio, che ha appena tagliato i fondi per i centri antiviolenza e sta eliminando i consultori, ma ha firmato subito l’appello. Come lei quanti ce ne sono in tutta Italia? Una vera infinità! Firmare un appello, per quanto giusto e condivisibile, per molti amministratori e amministratrici è il modo più semplice per lavarsi la coscienza. Ecco perché oltre all’appello vogliamo azioni concrete che vadano a contrastare questa disparità di genere che da troppo tempo subiamo in Italia. La violenza e il femmicidio sono solo gli effetti più dolorosi e pesanti di una cultura e di un sistema che ci ha sempre voluto troppo deboli e succubi. Se andiamo vedere i diversi ruoli e il livello occupazionale delle donne, la disparità salariale, le dimissioni in bianco, i servizi sempre più scarsi, la pochissima rappresentatività politica, sembra il nostro un paese proprio pensato perché la nostra situazione di cittadine deboli e sottomesse non cambi affatto. Non dimentichiamo che il primo ostacolo che trova una donna nell’abbandonare il proprio compagno, anche se violento, è proprio la mancanza di servizi di supporto e l’insufficiente autonomia economica. Questi drammi sono arcinoti ai servizi antiviolenza territoriali, che ad oggi sono le uniche strutture che cercano di dare un aiuto e un appoggio alle donne vittime di violenza. Ma cosa sta succedendo oggi, mentre in Italia finalmente cresce lo sdegno e la voglia di denunciare questa ingiustizia che si perpetra tra le mura domestiche? Molti centri antiviolenza e case-rifugio per mamme e bambino stanno chiudendo i battenti per mancanza di fondi. Non esistendo un efficace Piano Nazionale contro la violenza di genere che vincoli le amministrazioni locali a istituire e a sostenere tali strutture, questi servizi salva vita di molte donne sono ormai in balia degli umori e della sensibilità dei loro amministratori locali e dei loro tagli. Ad esempio non in tutte le regioni esiste una legge contro la violenza di genere, ad esempio in Veneto, come sono diversi i contributi e i finanziamenti che queste danno alle strutture o associazioni che se ne occupano. Potenziando e regolando i centri antiviolenza in tutta Italia, magari dando delle direttive ai comuni e alle regioni nazionali che siano uguali per tutti, si garantirebbe un servizio continuo e omogeneo sul territorio. Sarebbe inoltre utile definire, una volte per tutte, cosa è un centro antiviolenza, cosa fa e come si organizza: vi sono regioni, infatti, che finanziano, e non poco, qualsiasi struttura faccia attività di accoglienza e aggregazione femminile (che potrebbe essere anche tipo l’uncinetto) giustificando tale finanziamento per il contrasto alla violenza di genere, e quindi fioccano i milioni di euro per strutture fantasma di accoglienza per donne che in realtà hanno tutt’altre finalità. Gravissimo è che siano usati soldi destinati a contrastare la violenza per attività di tutt’altro genere e speculino con i finanziamenti nati per proteggerci. Iniziamo quindi ad andare oltre agli appelli, ma facciamo proposte concrete ed efficaci controllando, potenziando e regolando l’attività dei centri antiviolenza e i servizi per le donne nel nostro paese, perché l’essere donna, libera cittadina non sia più un privilegio di poche fortunate ma un sacrosanto diritto di tutte noi: lasciateci vivere!

  • Artemide

    Esatto, i centri antiviolenza nascono e muoiono in base agli umori-amori degli amministratori locali. Ma non c’è tanto da stupirsi se molte delle stesse persone che vi operano sono spesso prive di una vera motivazione e consapevolezza e utilizzano la propria attività per ben altri motivi, che riguardano quasi esclusivamente interessi personali. Le operatrici del centro antiviolenza della mia città sono talmente (e vi assicuro che ne vanno anche fiere) genuflesse al “potere” locale che un paio di anni fa hanno consegnato il premio intitolato ad una donna della nostra città uccisa dalla mafia A MARA CARFAGNA.
    Se le contraddizioni, le collusioni e le debolezze più gravi spesso partono proprio da chi opera nei centri antiviolenza di cosa ci stupiamo?
    Spero che nel resto d’Italia la situazione sia migliore.