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losangelista

La via americana al welfare?

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Trilioni di dollari infusi per tappare le falle e incentivare l’economia, le banche e l’industria (e eventualmente salvare qualche milione di case dal pignoramento). La conversione a energie sostenibili  e la riforma sanitaria.  L’esperimento di Obama ha una portata piu’ profonda di quel che molti potevano legittimamente aspettarsi un paio di mesi fa. Prevede nientemeno che la ricostruzione del welfare state demolito da un ventennio conservatore-liberista,  un cambiamento epocale che implica uno shift “interiore” del paese e che  riporta alla luce il rapporto conflittuale americano col welfare all’eurpoea. Un articolo di Russell Shorto apparso sul NYT Magazine analizza proprio questo, partendo dal punto vista di un Americano che vive in Olanda e guarda ad una delle espressioni massime di stato sociale nell’accezione europea, dimostrando che anche un’intellettuale  “illuminato”, se americano, ha buone probabilita’ di rimanere diviso fra ammirazione e repulsione del “collettivismo”. E’ una finestra sulla  conflittualita’ psicologica, filosofica,  esistenziale,  vorremo dire “organica”,  degli Americani col concetto di stato come espressione di una societa’ collettiva, di cosa pubblica. Pur ammirato dalla maturita’ politica del  sistema olandese: la sanita’ pubblica, i sussidi per l’educazione e per le ferie,  Shorto, abituato a fare shopping nel drug store aperto 24 ore e anche la domenica, e’  soffocato dal  dirigismo epresso ad esempio dagli orari di chiusura imposti ai negozi.  Dover sottostare a degli orari che comunque ti sono imposti e’ effettivamente una delle cose cui si stenta di piu’ a rifare l’abitudine tornando in Europa dalla terra del consumo  perpetuo, un esempio solo apparentemente banale per sottolineare le differenze forse incolmabili fra capitalismo anglosassone e quello misto sociale del continente europeo. Molto ha a che fare con la mitopoiesi americana della libera inziativa come premessa del successo individuale che permea il paese e lo fara’ anche in un America “obamiana” per quanto voglia recuperare certe forme di solidarieta’ sociale. E’ nota ad esempio l’avversione fisiologica per la previdenza  diffusa proprio fra gli strati piu’ disagiati dell’America blue collar – che piu’ ne potrebbero trarre beneficio – nel nome di un aleatoria “liberta’ di scelta individuale” (scegliersi un ipotetico medico ad esempio pur non potendoselo permettere). E’ quel “darwinismo” individulista che seppure al suo meglio stimola un alto tasso di creativita’ espresso dalla societa’ americana (dalla ricerca scientifica al cinema) provoca l’elevatissimo tasso di ingiustizia sociale di una societa’ con 40 milioni di cittadini senza assicurazione medica  e altri milioni che dormono per strada. Significativo in questo senso il sondaggio pubblicato oggi dal NYT che rivela che pur  nel profondo della crisi,  ben il 72% degli Americani si dice convinto fautore del “sogno americano”  quell’ideale cioe’ “di un ordine sociale in cui a ogni uomo e a ogni donna venga data la possibilita’ di diventare cio’ di cui e’ naturalmente capace”. Un idea che ha ben poca attinenza alla realta’ e molta all’immaginario del possibile, a prescindere dalle reali circostanze:  il primo a coniare il termine “sogno americano”   fu James Truslow Adams, nel 1931, nel pieno di  un altra depressione.