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La terza repubblica ricomincia da Nord

Questo voto è l’ultima possibilità di sabotare l’infernale macchina berlusconiana prima delle politiche. Che saranno, di fatto, un referendum sul Quirinale.

Comunque vadano, queste elezioni saranno le ultime secondo le “vecchie” regole. Le prossime – nel 2013 ma più probabilmente nel 2012 – saranno già giocate in chiave presidenzialista e costituente, decisive per l’evoluzione embrionale della «terza repubblica». Se si vuole interrompere la macchina infernale allestita da Berlusconi e soci dunque questa è l’ultima possibilità prima delle politiche. Che saranno, di fatto, un referendum sul prossimo presidente della Repubblica.

In questi anni di agonia del berlusconismo si è detto spesso: «E’ stata la peggior campagna elettorale di sempre». Rissosa, vuota, violenta, in cui conta solo vincere e poi si vedrà. Anche questa non fa eccezione. Tanto lunedì sera – mentendo – diranno tutti che hanno vinto.

Tante «prime volte»

Eppure è stata veramente una campagna elettorale strana. E’ la prima volta in cui la destra può perdere Milano. La prima in cui il non-voto si stabilizzerà ovunque come primo e più grande non-partito. La prima fatta veramente in piazza dall’algido Tremonti «mani-di-forbice». La prima in cui Giorgio Napolitano ha esternato quotidianamente denunciando il degrado delle istituzioni. La prima in cui Gianfranco Fini si mette in gioco in prima persona dopo la scissione dal Pdl. La prima che può, forse, mettere in crisi il giocattolo bipolare del maggioritario nato quasi vent’anni fa proprio per il voto diretto ai candidati sindaci. Non c’è dubbio però che il passaggio chiave di queste elezioni si consumerà a Nord, nella sfida tutta domestica tra Pdl e Lega.
E’ nelle regioni padane, soprattutto, che i voti si conteranno e si peseranno a urne chiuse.

Il ritorno al futuro della Lega

Per la Lega questo voto sarà «un ritorno al futuro». La profezia di Roberto Maroni a Gallarate potrebbe essere la sintesi nazionale di questa grande tornata elettorale di livello locale. Nelle regioni padane si vota in 5 province e 527 comuni, tra cui 11 capoluogo e 36 città sopra i 15mila abitanti. In 19 di queste Bossi correrà da solo e in 17 insieme al Pdl. Ma in tutto, solo in Lombardia, la Lega va da sola al primo turno in ben 49 comuni.
La sfida che le riassume tutte è Milano. Dove tutto è iniziato nel ’93 e dove tutto può di nuovo cambiare. Il Carroccio pensa da tempo al dopo-Berlusconi. Ne ha tutti i motivi: il vero capolavoro politico del Cavaliere, infatti, è stato quello di prosciugare nel corso del tempo la maggior parte dei voti che alla fine della «prima Repubblica» erano del Msi e della Lega (senza contare Dc e Psi).

Il sorpasso di Bossi e Tremonti

Il «futuro» di cui parla Maroni, quello senza Berlusconi, per il Carroccio era radioso. Alle elezioni comunali del 1993 Formentini aveva da solo a Milano il 40,9% dei voti (308.562). E nella città terremotata da Mani pulite il secondo partito dell’epoca era… Rifondazione comunista con l’11,4%, (85.789 voti, mentre Dc e Pds non arrivavano nemmeno a doppia cifra).

Poi comparve il sire di Arcore e puf, nel ’97 la Lega cala a 100mila voti (15,5%), nel 2001 crolla a 28mila e alle ultime comunali, quelle del 2006, diventa il settimo partito, con appena 23mila voti (3,8%) contro i 250mila (42%) di Fi e An, all’epoca ancora felicemente divisi.

Certo, nel 2006 il Carroccio era ai minimi – si riprese a stento dalla botta referendaria che bocciò la sua «devolution» in tutta la Padania – ma in tutti questi anni più Berlusconi è stato in sella, meno voti hanno avuto Bossi e i suoi. Si capisce anche così perché il senatur abbia gradito molto poco la polarizzazione violenta che il premier ha attirato su di sé negli ultimi giorni di campagna elettorale.

L’epoca della fiducia incondizionata al Cavaliere, comunque vada, è ormai alle spalle. La Lega deve chiudere lo strapotere berlusconiano, prova a riprendersi ciò che era suo dopo il crollo della «prima repubblica». Ciò che è alla sua portata dopo le conquiste di Piemonte e Veneto. La spallata al Pdl con la conta alle ultime regionali però è fallita per un pugno di voti e lo scettro è restato in mano al partitone nero-azzurro. Stavolta però se n’è andato Fini. Il Pdl è allo sfascio e Bossi vuole sparecchiare la tavola mangiandosi le briciole.

La corsa solitaria di Berlusconi

Nella competizione-spartizione di potere con il Carroccio il Cavaliere è solo. Spariti da tempo gli intellettuali degli inizi, attorno a lui restano figure di dubbia statura e incerta moralità, donne forse belle ma alquanto evanescenti politicamente. Con Bossi, lui, l’accordo lo trova sempre. Forse sarà così anche stavolta. Ma gli interessi personali di Berlusconi non coincidono più perfettamente con quelli del suo partito e di chi gli sta intorno. Le prossime liste di camera e senato saranno una lotta all’arma bianca. Una sintesi tra le varie anime territoriali del centrodestra – l’altro capolavoro strategico di Berlusconi – è sempre più difficile. Soprattutto perché la crisi economica morde, e non permette né maggiore spesa pubblica né promesse facili da dichiarare.

I conti si fanno alla fine

Al di là di sindaci e coalizioni, Pdl e Lega si peseranno soprattutto su eletti e giunte. Con questa tornata elettorale si riducono di un quinto consiglieri comunali e assessori.

Come un clownesco ciclista, il premier dovrà pedalare anche da fermo se vuole rimanere in piedi fino a fine legislatura. Andare avanti, strappare e osare. Tutto si tiene finché si tiene: Berlusconi è la chiave di volta di governo, maggioranza e partito. Se crolla lui, crolla tutto.

Concavo e convesso, gli piace definirsi, perché con chi lo ama sa alternare premio a punizione. Linguaggi immediatamente comprensibili anche per i cani del comunista Pavlov. Bossi è simile, lo sa, e alterna apprezzamenti («Berlusconi ci ha dato i voti per il federalismo») a una discreta presa di distanza dalle sue sorti personali.

Il premier può cedere potere – un domani persino Palazzo Chigi – solo finché è lui il primo incontrastato. E’ questa la verità ineluttabile della rottura con Fini. Anche Romolo uccise suo fratello: non ci sono co-fondatori in una monarchia. Ma nemmeno implausibili «delfini»

dal manifesto del 15 maggio 2011