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Ceci n'est pas un blog

La street art è un contenitore vuoto

La potenza del gesto di Blu che cancella i suoi murales dai muri di Bologna ha avuto un’eco mediatica davvero sorprendente. La radicalità della scelta e del gesto non sono neanche da mettere in discussione tanto quanto da Blu ce lo aspettavamo, anzi forse qualcuno tra noi se lo augurava. Ci aveva provato già Erica Il Cane ad andare contro la mostra di Roversi disegnando un topo con cravatta e 24 ore scagliandosi contro “i mercanti d’arte” mentre nella comunità “artistica” già da qualche mese si discuteva sulla giustezza dello “staccare” i pezzi dalla strada per ripararli e conservarli al caldo di museo.

L’altra potenza del gesto di Blu è che questa storia apre mille contraddizioni e offre mille spunti di discussione: street-art, mercato dell’arte, graffiti, decoro urbano, degrado, sono solo i primi che mi vengono in mente. E conviene focalizzarsi per non perdersi in mille rivoli soprattutto perché gran parte del “dibattito” di oggi è su se Blu abbia fatto bene o no quando l’unico oggetto non in discussione dovrebbe essere proprio questo: il gesto di Blu, aiutati da compagni e compagne di XM24 e Crash, insieme a normali cittadini, è stato a dir poco politicamente perfetto.

Ieri mentre in rete montava la notizia sulla pagina dei Retake Roma appariva un ingenuo tweet paradigmatico di tutta questa faccenda:
“A Ostia si continua a lavorare per murales anti-graffiti” con allegata una foto della realizzazione di un murales (di dubbio gusto o senso artistico ma non sta a me giudicare). A dire il vero dopo essere stato segnalata la contraddizione i RR hanno cancellato quel tweet è corretto con “A Ostia si continua a lavorare per murales antitags” circoscrivendo “il bene” da contrapporre al “male” in questo caso “i tags”.

La street art è la faccia spendibile dell’arte di strada che non nasce di sicuro negli ultimi anni. Non ha alcun legame diretto con nessuna sottocultura e ha modi espressivi differenti l’uno dall’altro: murales, poster, stencil, graffiti, sono tra le forme più popolari attualmente in circolazione. Ma a me sembra un contenitore vuoto, un calderone dove viene messo tutto ciò che è legale, confinato in spazi prestabiliti, soprattutto ciò che è facile che piaccia. Quando chiedo a Napal Naps, storico writer romano, su cos’è la street-art la risposta è

Allora ormai sono 30 anni che dipingo in strada e sono stato testimone in prima persona del evoluzione dell’arte urbana, dobbiamo avere chiaro in mente che le persone che dipingono graffiti e anche muralisti che si esprimevano in strada esistono in Italia dagli anni 70\80 nessuno ha mai dato credito a loro di nulla, il fenomeno della street art è consistito nelle nuove generazioni che hanno deciso per scelta propria di entrare in un retaggio commerciale fatto di gallerie, curatori, critici e mercato quindi una volta fatta questa scelta risulta diciamo poco credibile poi professarsi contro il mercato dell’arte e la sua speculazione, gli artisti che dipingevano prima in strada non dovevano fare eventi eclatanti per andare contro questi speculatori semplicemente per scelta non ne facevano parte. Stai tranquillo che se semplicemente dipingi in strada e non cerchi le gallerie o la fama nessuno verrà a cercarti, non sono contro la street art però diciamo mi manca la sobrietà con cui tutto veniva affrontato prima.

La street art è ormai diventata qualcosa di convenzionale, di sussunto, non solo dal mercato dell’arte (un mercato piccolo dove non svolta nessuno o quasi) ma anche e soprattutto dalle istituzioni, in maniera politicamente trasversale, che la usano proprio per decorare gli spazi urbani. Ma non sempre l’arte è neutra e a volte presenta il conto: accanto alle facce rassicuranti e positive di una Alice, ci sono i maiali in divisa di Blu, in un enorme murales in ricordo di Fabrizio Ceruso nel quartiere di San Basilio a 40 anni dalla sua morte, arriva la censura da parte del Comune, dopo le “proteste dei cittadini” che nessuno a dire il vero ha raccolto, che porta a cancellare quella parte di murales giustificandosi così

«Il Campidoglio, in questi mesi, ha promosso e valorizzato la street art riconoscendo a questa forma di espressione artistica un alto valore culturale e sociale. Il murales realizzato nel quartiere San Basilio, però, rappresenta una violazione del codice penale (art. 342) in quanto contiene messaggi offensivi nei riguardi delle forze dell’ordine. Per questo motivo si è deciso di procedere alla sua rimozione».

Quindi l’arte è arte solo se non infrange “nessuna legge” e solo e soprattutto se presenta dei contenuti socialmente accettati e che non diano fastidio a nessuno. Eppure la street art nasce come un fenomeno illegale. L’artista al mondo più amato e riconosciuto è proprio quel Banksy che non ha mai fatto nulla su un muro legale e non ha mai partecipato a eventi. Ma soprattutto peccato perché il progetto SanBa che ha dato vita all’iniziativa, era un progetto nato in quel quartiere, da abitanti del quartiere, costruito in maniera collettiva. Le opere non devono “disturbare” ma se l’arte non disturba che cos’è? E sposto ancora l’asse delle provocazione aggiungendo: tra quanti tra quelli che plaudono Blu oggi si sono incazzati per l’opera di censura subita?

“Ora però che ho esibito le mie opere nelle gallerie e nei musei per più di 20 anni, mi rendo conto che non c’è appagamento nel creare arte esclusivamente per profitto. Le uniche persone che andavano a vedere i nostri lavori erano i benestanti e le persone con un certo livello culturale, ma l’audience originale dell’arte dei graffiti era la gente comune, erano le nostre famiglie, i nostri vicini ed i ragazzi nella nostra comunità che raramente sarebbero potuti entrare in una galleria, ma che cercavano di sopravvivere in questa vecchia e grande città. (Lady Pink – storica writer, New York City)”

Mesi fa in un lungo e interessante articolo su Lavoro Culturale si metteva di fronte il lettore ai “rischi della muralizzazione delle periferie”. Da nord a sud Italia, giunte di centrodestra o di centrosinistra, si sono moltiplicati gli spazi “a disposizione” degli artisti. Anzi in molti comuni vengono investiti fondi più o meno rilevanti, in cui diversi privati (associazioni vari o spesso gallerie) si sono tuffati fiutando l’affare e poco importa se poi si viene a sapere che gli artisti in cambio di un compenso ricevono un “ti diamo visibilità così poi vendi le tue opere” che guarda caso a volte vengono ospitate proprio nelle loro gallerie. E giustamente su LC si sottolinea che

“Legittima l’aspirazione del muralista di vivere della sua arte, ma sorprende la scarsa consapevolezza di come i murales stiano cambiando la propria funzione all’interno della comunicazione pubblica. Da luogo di critica a luogo di ratifica del potere. Sembra essersene accorto solo Blu, artista tra i più quotati a livello mondiale, tra l’altro uno dei pochi a quei livelli che lavora in sinergia con le vertenze sociali e politiche dei territori in cui opera.”

La street art avanza mentre nel frattempo avanzano le politiche di controllo e repressione nei territori proprio in funzione anti artisti di strada anzi anti-graffiti, la faccia sporca della street-art, quel movimento nato ormai oltre 45 anni fa tra i vagoni della metro di NYC e che oggi è combattuto da chiunque, anche da coloro che si dicono “amanti della street-art”. Soprattutto tra quest’ultimi, tra quelli che avrebbero speso o spenderanno quei 13 euro a Bologna, tanto quanti ne han spesi altri per altre insulse mostre, si annidano i conservatori e i difensori dell’arte “come luogo di ratifica del potere”. Si nascondo i vari amanti dell’ideologia del decoro che la usano come clava contro tutto quel che è l’arte di strada “non convenzionale”, quella brutta, come quegli “orrendi scarabocchi” presenti nelle nostre città. Ne chiedono l’arresto, ne segnalano la presenza, tanto che negli ultimi anni in più di un amministratore ha avanzato la proposta di “identificare chi compra gli spray”. Perché piaccia o no, anche quegli orrendi scarabocchi fanno parte di quella sottocultura chiamata arte di strada. E piaccia o no, quell’enorme movimento che vede in graffiti, poster, stencil, murales, decine e decine di ragazzi e ragazze protagonisti, spesso non ha nulla di politico. Aggiungerei quasi mai. E non solo perché fare arte non è di per sé un atto politico ma proprio perché in molti si sono tuffati nel tentativo di “svoltare” e spesso e volentieri non hanno mai attraversato né scelto di offrire la “propria arte” a iniziative sociali o politiche. Perché anche il “bombing” è nato anche come un atto politico: e per bombing è inteso nel linguaggio dei graffitisti “il bombardamento” ossia il taggare e il graffitare dappertutto, soprattutto dove non è consentito: muri, treni, autobus, pensiline.

Ma chiariamoci anche sotto questo aspetto: i graffiti non nascono come atto politico. Che fosse intrinseco nell’atto in sé è un altro discorso. Il riscatto, la ricerca della visibilità, dell’affermazione, dalle periferie urbane al cuore della città fu la base che portò Taki 183 a dare il via col suo pennarello alla probabilmente più longeva e diffusa sottocultura urbana quella dei graffiti appunto. E i writers di NYC, giovani del South Bronx, non ci pensarono due volte già agli inizia degli anni 80 a farsi fagocitare dalle gallerie dei bianchi americani, gli stessi che li tenevano in quegli orribili quartieri ghetto, gli stessi magari che plaudivano le prime “anti vandals squad”, squadre di poliziotti alla caccia dei writers.

E se parliamo di street-art e politica la mente non può non correre a Kidult, writers francese specializzato in “deturpamenti”, che siano le vetrine di un negozio di lusso nel cuore di Parigi o le mura di una banca. Chi sarebbe disposto a difendere la sua arte? Ma soprattutto la domanda è: chi decide cos’è arte e cosa non lo è?

Graffiti is not simply an artistic expression, graffiti is a protest, a scream of anger which has always claimed the right to the city through (re)appropriation of the commons and the public spaces, including streets, walls, and vehicles of transportation. Streets are in the hands of all and through graffiti, I aim to claim both the gratuity and access to my production. The streets are the main support of my protest and the biggest free art gallery. – Kidult

Perché al di là del gesto di Blu, la contraddizione rimane tutta e non sembra avere via di scampo se non nel sottrarre al profitto anche gli interventi di decoro urbano magari con iniziative dal basso, come quella di alcuni mesi fa al Trullo o a Rebibbia (dove Blu è intervenuto su 2 facciate delle case popolari del quartiere), con progetti autorganizzati e che hanno visto artisti e abitanti dei territori protagonisti in prima persona, artefici del destino del proprio quartiere, attraverso un progetto condiviso trasformatisi in un evento popolare e di strada. Perché non dappertutto sta funzionando questa interazione. Nel mio quartiere, il vecchio Quadraro, si svolgono dei tour organizzati tra i murales di zona, alcune delle opere sono state rovinate al grido di “Questo è il nostro quartiere non il vostro fottuto mu$€o”, da ragazzetti di zona mi dicono, spaventati dall’effetto gentrificatorio che seguono queste opere di riqualificazione urbana. E forse il succo di ogni discorso sta nelle parole di Gio Pistone, che proprio una sua opera al Quadraro è stato rovinata poco tempo dopo, l’essenza dell’arte di strada “Non mi importa che l’abbiano rovinato, i muri sono fatti per essere coperti”. Chapeau.

E Bologna oggi non si sveglia più povera senza Blu. L’impoverimento progressivo, sociale e politico, lo subiamo quotidianamente da nord a sud e non sarà una bel murales a fermarlo. E la cosa che più mi inquieta è, come dice un mio amico graffitista, che alla fine di questa storia “l’unico che avrà vinto sarà Roversi Monaco, che ora le quotazioni delle opere che ha staccato andranno alle stelle e con tutta sta pubblicità tutti accorreranno a pagare 13 euro per la mostra”.

E mi inquieta perché il mio amico rischia di avere davvero ragione.

  • Gionata Ozmo Gesi

    L’articolo sarebbe pieno di spunti, peccato che innanzitutto si faccia confusione tra graffiti e street art. Le due cose sono molto diverse, anche se entrambi hanno condiviso strada e gallerie ed è un errore metterle allo stesso livello o anche credere che una sia l’avoluzione dell’altro.Seguono altre ingenuità e luoghi comuni falsi: i graffiti realizzati per venire coperti (condiviso da qualche artista e molti curatori) roversi monaco che lo avrebbe fatto per soldi (condiviso da tutti e anche da Blu)
    Andrebbe solo detto (ed i partecipanti dell’azione lo dimostrano) che non bisogna cercare nella street art o nei graffiti le motivazioni (nell’arte insomma) ma comprendere il gesto nel suo valore e contesto politico (bolognese aggiungerei)
    Saluti

    Ozmo

  • Walter Fidel Dos Cava

    Mah, Zeropre’, non lo so. Ho letto tutti i
    tuoi contributi relativi a graffiti, tag, etc etc. e, sappilo, non mi metto le
    pettorine per retakkare Roma [anche se un paio di “Sgombro cantine”
    (non “sgombero”, eh!) dal cancello del garage del condominio appena
    ritinteggiato l’ho tolti, lo ammetto]… Però sulla faccenda dei tag non riesci
    a convincermi.

    Apprezzo la tua passione, ma nonostante la mia vera età e i miei trascorsi, per
    me i tag fanno solo schifo. È la mia opinione, eh! Magari ripetere seicentomila
    volte ZRFKS sul vetro della metro B con un pennarello nero da 5 cm di larghezza
    ha un profondo significato antroposofico, ma a me rimane solo il fatto che non
    riesco a vedere a che stazione sono arrivato (sempre che la metro si sia
    mossa).

    Sì, forse dietro ZRFKS c’è la metafora dell’orrore della vita quotidiana e del
    “nostro” modo di vivere, però… Su, è solo un vetro di metro, un
    vagone di metro, una stazione di metro, una banale infrastruttura che serve a
    tutti (a tutti quelli che la usano!) per andare da A a B senza spendere una
    fortuna… Dài, non voglio una metro con il parquet, mi basta un normale – sì,
    n o r m a l e !!! – treno in condizioni decenti…

    Senti, so per esperienza che fare un passo mentale indietro è molto difficile,
    però – in onore della tua evidente onestà intellettuale – mi permetto di
    invitarti, come dire, ad un “supplemento di riflessione”. Scusa.

  • Mario Ruoppolo

    premesso che questa più che una questione di principio, appare una bega fra diverse fazioni di cs (come al solito condita da un bel po’ di antagonismo sociale) sono dell’opinione che se sei un artista e fai street art o graffiti, cioè utilizzi un supporto che non è di tua proprietà, non hai più alcun diritto sulla tua opera compresa la mera conservazione delle superfici, quindi non stai togliendomle tue opere ma ne stai realizzando delle nuove forse più concettuali